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I Ponzesi si raccontano (2)

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di Gino Usai

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La relegazione a Ponza (2)

Con la colonizzazione borbonica, per completare le opere di fortificazione, del porto e delle abitazioni il re nel marzo 1771 inviò a Ponza per i lavori 300 forzati addetti alla monodopera.

Il Bagno penale fu abolito nel 1824. Ma nel 1820 il re di Napoli emanò un decreto che destinava Ponza a luogo di relegazione.

Dopo l’insurrezione del 1821 Ponza si riempì di patrioti relegati.

Dopo le rivoluzione del 1848 Ponza aveva ben 1.600 relegati.

In piazza Pisacane una lapide ricorda i 34 patrioti che dopo i fatti del 15 maggio 1848 vennero relegati a Ponza e vi morirono.

In quel periodo Ponza si riempì di relegati camorristi; tra tutti spiccava  il famigerato Salvatore De Crescenzo, detto “Tore ‘e Crescienzo”.

Quando il 27 giugno  del 1857 Pisacane giunse a Ponza, 323 di questi s’imbarcarono con lui, molti dei quali trovarono la morte a Sapri.

Col regno d’Italia, nel 1863, nasce il domicilio coatto per la lotta al brigantaggio.

L’uso esplicitamente politico del domicilio coatto venne introdotto in Italia con le leggi eccezionali del luglio 1894 nell’ambito della repressione crispina contro i movimenti sociali di Sicilia e di Lunigiana. Erano applicabili ad alcune categorie di condannati se pericolosi per la sicurezza sociale, nonché a “coloro che avessero manifestato il deliberato proposito di commettere vie di fatto contro gli ordinamenti sociali”.Nel 1898 vennero riprese dal governo Di Rudinì in seguito ai morti in piazza a Milano per mano di Bava Beccaris.

Nel 1911 a Ponza vi giunsero i deportati libici e con l’inizio della prima guerra mondiale vi giunsero i prigionieri balcanici.

***

Il confino di polizia

Il 6 Novembre 1926 venne emanato il Testo Unico delle leggi di Pubblica Sicurezza (R.D. 6/11/1926 n. 1848) che istituiva il confino di polizia.

Al confino potevano essere inviati coloro che svolgevano un’attività rivolta a sovvertire violentemente gli ordinamenti politici, economici o sociali costituiti nello Stato, o un’attività comunque tale da recare nocumento agli interessi nazionali.

Il confinato aveva l’obbligo di darsi a stabile lavoro e doveva sottostare ad una serie infinita di divieti.

A dicembre del 1926 erano già circa seicento i confinati politici distribuiti tra Favignana, Ustica, Lipari, Pantelleria, Lampedusa e Tremiti.

La colonia confinaria di Ponza cominciò a funzionare il 29 luglio 1928. La popolazione fu subito avvertita dell’arrivo dei primi confinati. Il 19 luglio il comandante della Colonia aveva fatto affiggere nel paese il seguente manifesto che annunciava l’arrivo dei confinati definiti “avversari irriducibili del regime, gli antinazionali per eccellenza, i nemici della prosperità e potenza della nostra adorata patria…. perciò i rapporti con essi non debbono esorbitare dalle comuni regole di umanità evitando qualsiasi familiarità o favoreggiamento che renderebbero i responsabili passibili di esemplari e gravi provvedimenti di polizia”

Il 14 agosto con il piroscafo “Garibaldi” arrivò il primo contingente di confinati. Tra i primi confinati a giungere a Ponza, provenienti da Ustica, vi fu un gruppo di comunisti provenienti Parma.

Sempre nel 1928, a soli diciannove anni, giunse a Ponza il giovane Leo Valiani.

Nello stesso anno giunse Amadeo Bordiga, prosciolto nel novembre del 1929.

Giuseppe Romita (1931-33 deputato socialista) Sandro Pertini (10 sett. 1934), Altiero Spinelli, Giorgio Amendola (1933-37)  Camilla Ravera (2 luglio 1937).

Avendo l’obbligo del lavoro e una mazzetta di 10 lire al giorno poi ridotta a 5, i confinati s’industriarono in ogni maniera. I più organizzati erano i comunisti che si avvalsero dell’esperienza cooperativistica emiliana per mettere su mense collettive uno spaccio cooperativo, una biblioteca, una caffetteria, una barberia, una lavanderia. Allo spaccio dei confinati si servivano anche  i militi fascisti e i poliziotti, naturalmente di nascosto. La merce veniva acquistata all’ingrosso per cui era fresca di buona qualità e a basso costo. Un confinato aveva messo su un allevamento di polli e conigli e vendeva ai confinati e ai ponzesi uova fresche e carne. Altri confinati erano sarti, calzolai, falegnami e avevano molti clienti tra i ponzesi

In una lettera datata 12 marzo 1939, Camilla Ravera scrive:

“Abbiamo avuto alcuni giorni di violenta bufera: questa è la stagione del maggior vento. Ma oggi è una splendida giornata! E io me ne sto al sole sulla mia terrazzina, (…) la mia terrazzina sembra ora un giardinetto; vi ho molte piante: garofani, gerani, violacciocche, calle, rose, capelvenere; e un limone, e delle piante grasse che fanno dei fiori straordinariamente belli e strani; e un’agave. Mi fan compagnia; insieme a una gattina che ha incominciato a farmi qualche visitina, e poi a poco a poco, è diventata di casa; e s’è fatta molto bella, lucida e graziosa. Così la mia casa solitaria s’è un po’ animata. E in queste piccole cose cerco di distrarre un poco i pensieri, quando troppo si fissano su cose non troppo liete.”

I confinati a Ponza, nonostante la repressione della milizia e della PS, non mancarono di far valere i propri diritti dando vita a dure lotte.

La prima ci fu nel 1930 quando la mazzetta venne dimezzata da 10 a 5 lire.

Quando poi nel 33-34 concentrarono a Ponza i confinati più pericolosi, allora le lotte divennero più dure. Cominciarono con l’agitazione per la carne congelata, in seguito a dei reclami delle macellerie locali. Poi ci fu la rivolta contro il divieto alle confinate di frequentare i cameroni e venne ridotto il tempo da trascorrere fuori dagli alloggi. Le confinate trasgredirono l’ordine e vennero arrestate.

Arresti anche per la lotta contro la limitazione della corrispondenza che prevedeva la schedatura di tutti i corrispondenti coi confinati. La repressione allora diventa più dura.

Nel 1935 vengono aboliti gli spacci, le mense e la biblioteca, il divieto di affittare case dai privati per stare con mogli e figli. Altre manifestazioni, altri arresti

In seguito alla guerra d’Etiopia, nel 1936 giunse in confino a Ponza anche Ras Immirù, comandante del fronte Nord-etiopico, col suo degiac.

Il 3 giugno 1943 arriva a Ponza il confinato Pietro Nenni e  la mattina del 28 luglio 1943 Mussolini. I due erano stati compagni di partito e di cella, quando nel 1911 vennero arrestati per le manifestazioni pacifiste contro la guerra di Libia. Scrive Nenni nel suo diario:

 “Dalla finestra della mia stanza, col cannocchiale, ora vedo distintamente Mussolini: è anch’egli alla finestra, in maniche di camicia e si passa nervosamente il fazzoletto sulla fronte.

Scherzi del destino! Trenta anni fa noi eravamo in carcere assieme, legati da un’amicizia che pareva dover sfidare il tempo e le tempeste della vita basata come era sull’odio comune della società borghese e della monarchia e sulla volontà di non dar tregua al nemico comune. Oggi eccoci entrambi confinati nella stessa isola; io per decisione sua, egli per decisione del re e delle camarille di corte, militari e finanziarie che si sono servite di lui contro di noi e contro il popolo e che oggi di lui si disfanno nella speranza di sopravvivere al crollo del fascismo.

Fra la comune prigionia del 1911 e questo fortuito comune confinamento a Ponza, trenta anni di cui venti sono stati per lui anni di potenza, di orgoglio, di folli ambizioni e di sconfinati abusi di potere, e sono stati per me anni di lotta, di miseria, di dolore, da carcere a esilio, da esilio a carcere, da una sconfitta a un’altra, ma senza che l’umiliazione o la vergogna abbiano mai piegato la mia fronte.”

Il 5 agosto Nenni è libero e lascia Ponza, con un gozzo di fortuna.

Scrive ancora Nenni:

“Prendendo il largo il peschereccio ha accostato Santa Maria. Mussolini non era visibile e sotto le sue finestre stavano di fazione due reali carabinieri. E dopo tutto non posso non vedere in questo rovesciamento dei ruoli un poco di giustizia”

Raggiungerà poi Roma, Milano per riprendere l’attività politica e la guerra di Liberazione.

Due giorni dopo partirà anche Mussolini, all’una di notte del 7 Agosto con il cacciatorpediniere Pantera sequestrato ai francesi.

Quella mattina cadeva l’anniversario della morte di Bruno avvenuta a Pisa nel 1941 per un incidente aereo. Mussolini aveva chiesto al parroco Dies di fare un messa in suffragio. Gli inviò il libro di Ricciotti “Vita di Gesù” con accluse mille lire.

Nel 1945 giunse il separatista siciliano Andrea Finocchiaro Aprile. Dal luglio 1943 capeggiò il Movimento Indipendentista Siciliano (MIS) che mirava a separare la Sicilia dall’Italia. Venne liberato nel 1946 e fu  deputato alla Costituente.

 

Gino Usai

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