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i-36 10 47 6 Astroides calycularis Bavosa africana: Parablennius pilicornis

U’ vapore (3)

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di Pasquale Scarpati

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Mi piacerebbe visitare le cabine dove alloggia l’equipaggio, ma soprattutto salire in tolda per inebriarmi di sole e di vento, quando si viaggia di giorno o per vedere lo scintillio del piccolo bar e sentire almeno l’odore del caffè. Ma ciò è riservato ai passeggeri che hanno il biglietto di prima classe (la seconda, chissà perché, non esiste). Mamma  dice che andare su non solo è pericoloso ma si soffre di più il mal di mare. Quando mi allontano dall’isola soffro il mal di mare anche se la nave rulla appena. Vorrei trattenermi, ma non ce la faccio. Mia madre non soffre e mi mantiene la testa ed io mi sporgo fuori dal finestrone, quando non è coperto da un sudicio telo per evitare gli spruzzi marini col mare in tempesta; lì sono sospese le scale e le scialuppe  che vengono calate a mare  dove non c’è il porto come a Santo Stefano, quando vedo salire, tra l’altro, uomini in ceppi pesanti. Giovanna, una volta, mentre rimettevo, mi disse Canta che ti passa.
Nel viaggio di ritorno, invece, raramente questo mi succede. Già in prossimità di Zannone mi sento eccitato, comincio, se non è buio, a scrutare gli Scuglitielli‘O Viecchio e ‘a Vecchia, così li chiama zio Gaetano.  Questi scogli sono la spia del mare. Poi il mio sguardo si posa su Gavi e sullo stretto che la separa dalla punta della Piana d’Incenso e mi interrogo se vi sono le chiane e se il passaggio è stretto o largo… ( arrivare fin là, con la barca, è raro).

Ecco la costa, con u’ Spaccapurpo, il nero fumo di Cala d’Inferno e la grotta del  Core con la sua macchia in alto ed il buco nel quale s’intrufola, impertinente, un raggio del sole nascente; e poi ancora Frontone con il suo edificio situato proprio al centro della spiaggia. Case sparse si nascondono quasi nella macchia mediterranea nei pressi del Fortino. Mi chiedo chi vi abiti e come possa raggiungere la sua dimora. Penso al Maestro di Frontone di cui sento sempre parlare.  A quel punto non so più dove guardare: a destra la Ravia, l’entrata della rada: U’ Casecavàll’, le Grotte Azzurre, Santa Maria, con le poche e fioche lampadine pubbliche, le case, variopinte, abbarbicate sulla collina dalla cima irregolare, i motovelieri di legno tirati a secco, in fila, e la  sua chiesetta nel mezzo:  presepe naturale. Di seguito la spiaggia ‘i Ciancòss e quella di Sant’Antuon’. A sinistra lo Scoglie russ’, le Grotte di Pilato e al di sopra, sul costone di roccia, un grazioso paesino fatto di piccole case arroccate, vivacemente colorate. Un’emozione che si ripete sempre come se fosse la prima volta. Su tutto domina, scuro, il monte Guardia con il suo Semaforo.

U’ vapore liberamente  manovra: è padrone del porto. Freme, sa che tra poco riposerà per alcune ore e l’acqua limpida, chiara, tutt’intorno, a poppa, gioisce spumeggiando. Insieme col vapore non mi sazio mai di ammirare il paesaggio: ogni particolare ed ogni casa anche nella fioca luce delle poche lampadine della illuminazione pubblica. A volte l’edificio più illuminato è, in alto, il ristorante Eea. Quando non soffro, durante la navigazione, mi piace vedere come il mare viene tagliato, la sua spuma e a poppa sentire la vibrazione dell’elica che torce l’acqua e si affatica e la scia, turbinosa, che sembra voler dividere il mare e a quale distanza quello prende di nuovo il sopravvento e si acquieta. Se spingo lo sguardo verso l’orizzonte, da un lato, vedo il promontorio del Circeo che, rassicurante, non ci abbandona per la maggior parte della traversata, dall’altro il mare aperto, infinito, solcato da rari natanti. La monotonia del viaggio, qualche volta, viene interrotta da delfini che circondano allegramente la nave o da pesci volanti, soprattutto nei pressi di Ventotene. Allora si nota una certa eccitazione e ci precipitiamo a guardare.

Un giorno arriva una nuova nave, bella ed agile: il Mergellina. Il ‘Ponza’ é pesante e serio, questa è sbarazzina: poco prima di lasciare gli ormeggi già si tira l’ancora: esce dal porto in breve tempo e subito lascia la scia dietro di sé. D’estate la guardo, alle quattro e mezzo del mattino, allontanarsi nel sole nascente o, scomparire, di giovedì, alle cinque del mattino, dietro la Punta della Madonna ed io la seguo nel suo viaggio senza una meta precisa.

La nave, un’ora prima della partenza, lancia nell’aria il suo grido profondo, lungo e… antipatico.  Se d’inverno, si accendono i lumi, si sentono passi sul ciottolato. A volte è mia nonna Tumm’tella che è già scesa a piedi da ‘ncopp’ ‘i Cuont’ che bussa alla porta e dice di far presto perché …nui tenimm’ aspetta’ u’ vapore, u’ vapore nunn’aspetta a nuie.

 

Pasquale Scarpati

[U’ vapore (3) – Continua]

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