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La gabbia di pietra (12)

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di Carlo Bonlamperti

per la puntata precedente, leggi qui

 

XIII

A casa del maresciallo, Giorgia ha trascorso la prima notte dormendo poco e male e svegliandosi diverse volte di soprassalto. Il pensiero del padre, colpito da malore al suo ingarbugliato racconto telefonico, l’ha fatta sentire in colpa, lasciandola in uno stato di agitazione a stento mitigato dai sedativi somministrati dal medico che l’ha visitata.

Se solo avesse potuto parlare con il padre a tu per tu, come ha sempre fatto, per trasmettergli con calma e gradualità le emozioni che lei stessa ha provato in quegli ultimi giorni! Invece, dopo essere stata involontariamente la causa del malore del padre, lei stessa è quasi rimasta in un limbo farmacologico simile al sonno artificiale in cui l’hanno tenuta i rapitori, e quasi del tutto priva della cognizione dello scorrere del tempo in quella casa che la ospita.

Del tutto ignara, poi, del patto che il fratello ha concluso con il Maresciallo due giorni prima e della frenetica attività che ha consentito l’arresto dei suoi rapitori all’alba di quello stesso giorno, il suo pensiero in quelle prime ore del mattino va al fratello, separato da lei in applicazione della legge e chiuso in una cella per essere portato, appena possibile, davanti al giudice.

Se pensa che ha accarezzato l’idea della fuga con lui per poter prolungare il più possibile la gioia del ritrovamento e di quel senso di partecipazione alla vita di un congiunto di cui già non riesce a fare a meno, si sente male, e maledice in cuor suo le ragioni addotte dal fratello che, pur avendola convinta sul piano della ragione, non le hanno affatto risparmiato una grande tristezza e un peso nel cuore.

Mentre consuma la sostanziosa colazione che la signora Bice le ha preparato premurosamente, dal terrazzino che affaccia sul porto Giorgia vede il brulicare dei turisti in arrivo da Formia e da Anzio, con valigie e bagagli, e quelli in partenza per Frontone o Palmarola, con semplici sacche e borse da mare, e ricorda improvvisamente che è sabato, e stenta quasi a credere che siano trascorsi appena otto giorni dal suo sequestro, quasi che l’intensità delle emozioni che ha provato abbia dilatato a dismisura il tempo appena trascorso.

Seduta di fronte a lei, la signora Bice sorseggia il suo caffé, com’è solita fare ogni mattina prima che il marito esca di casa, e non sembra particolarmente preoccupata di non aver visto il marito dal giorno prima. Gli anni trascorsi al suo fianco l’hanno abituata alle lunghe attese, alle veglie e ai pasti solitari come accade a qualunque altra moglie di un servitore dello Stato con delle responsabilità sulle spalle.

Anche senza chiedere nulla, lei sa che quella ragazza che è giunta a casa sua vestita da sera, non è venuta da una festa, ma ha certamente vissuto una tragedia sulla propria pelle: lo porta dipinto sul viso e negli occhi malinconici fissi su quella spensierata umanità che sciama sulla banchina del porto.

E’ Giorgia a spezzare quel silenzio imbarazzante, colmando il vuoto con notizie e spiegazioni che sente di dover dare a quella donna che l’ha ospitata e si è preso cura di lei senza far domande, trattandola come una figlia. Il suo intuito le dice che di lei può fidarsi e aprirle il cuore come avrebbe fatto con sua madre, e nelle successive due ore, che volano via in un baleno, le racconta della sua vita, della brutta avventura che le ha consentito di trovare suo fratello e della lacerazione che prova nell’animo per il malore del padre e la decisione di Toni di consegnarsi alla Giustizia.

La signora Bice non la interrompe neppure una volta, e ha gli occhi lucidi quando Giorgia, terminato il suo racconto, l’abbraccia per cercare in lei calore e conforto.

Parlerò con mio marito – le sussurra con la voce rotta dall’emozione – e gli chiederò di fare uno strappo alla regola accompagnandovi tutti e due da tuo padre. Quell’uomo ha sofferto almeno come te e ha diritto di conoscere anche lui tuo fratello. Vedrai che non ci saranno problemi.

– Grazie, Bice – le risponde Giorgia con riconoscenza – sei una brava donna e saresti stata una madre eccezionale se avessi avuto dei figli. Sono contenta di averti conosciuta e, se me lo permetterai, verrò a trovarti quando questa storia sarà conclusa.

– Vieni quando vuoi, ma con tuo fratello, quando avrà scontato la pena: voglio conoscere questo ragazzo che ha rinunciato alla sua libertà per amore di una sorella che ha appena conosciuto. La mia casa sarà sempre aperta sia a te e a lui.

Le parole di Bice sono interrotte dal Brigadiere Restivo che dal citofono dell’ingresso avverte di essere venuto a prelevare la signorina Silvestrini per accompagnarla in caserma. Di là, dopo la firma del verbale sospeso due giorni prima, sarà condotta sul continente.

Giorgia, dopo un ultimo saluto e uno sguardo d’intesa alla signora, segue docilmente il sottufficiale, rallentata nel passo dalle scarpe poco adatte alla gradinata in discesa che dagli Scarpellini porta sul Corso.

Appena uscita la ragazza, la signora Bice telefona al marito per sincerarsi che vada tutto bene e portare a termine la mediazione promessa a Giorgia. Non si sorprende più di tanto di non essere costretta ad insistere perché, conoscendolo bene, sa che anche lui ha avuto il suo stesso pensiero, e la prima cosa che le viene in mente dopo aver portato felicemente a termine la sua missione è che al suo ritorno dovrà fargli trovare una bella cenetta a base di pesce, magari con la complicità culinaria del Brigadiere Restivo.

Dal terrazzino di casa, con l’aiuto di un binocolo, assiste alla traduzione sotto scorta dei tre sequestratori sulla motovedetta e, appena un minuto dopo, separato dal terzetto, di un giovane biondo, con un giubbotto sulle braccia che nasconde le manette.

A differenza degli altri, quest’ultimo non mostra segni di nervosismo, e lo sguardo che restituisce ai curiosi, accorsi ad assistere all’insolito spettacolo, è quello di un uomo sereno.

– Buona fortuna, Toni! – mormora al suo indirizzo la signora Bice – Ne avrai bisogno – Poi, scorgendo anche Giorgia salire la passerella: – Buona fortuna anche a te, ragazza mia! – aggiunge, rimanendo con gli occhi incollati al binocolo fino a quando, doppiata l’isola di Zannone, di quella piccola comunità di onesti e delinquenti, di oppressori e oppressi, stivati sullo stesso guscio di noce in mezzo al mare, non rimane che una scia bianca e un pennacchio di fumo che si dissolve all’orizzonte.

 

XIV

Sul porto di Anzio, Baingio, Spagna e Commodoro, che sulla motovedetta hanno viaggiato in una cabina separata da quella di Toni, vengono caricati su un furgone della Polizia Penitenziaria e avviati al Magistrato per l’interrogatorio formale.

Giorgia e Toni partono invece per l’Ospedale S. Giovanni, accompagnati da un carabiniere di scorta e dal Maresciallo Di Giorgio, autorizzato a fare quella piccola deviazione per motivi umanitari.

Nella sua stanza d’ospedale l’Ingegner Silvestrini è già stato informato dell’arrivo dei ragazzi, ma li accoglie ugualmente con il calore che un padre felice prova per una splendida sorpresa.

Giorgia, precipitatasi subito ad abbracciare il padre, quasi lo soffoca di baci stringendolo a sé, e tra un fiume di lacrime gli chiede perdono per avergli provocato quel malore.

– E’ tutto finito – la rassicura il padre accarezzandola – ora sto bene, e poi avevo proprio bisogno di un po’ di riposo. Grazie per averci pensato tu – scherza, sollevando il mento alla figlia per strapparle un sorriso – Ma vedo che non sei sola. Vuoi presentarmi questi signori che sono con te?

Giorgia si volta verso il Maresciallo e lo presenta al padre: – Questo è il Maresciallo Di Giorgio, il miglior carabiniere che ho conosciuto finora e la persona che ha messo fine alla mia disavventura. Assieme alla moglie, che mi ha ospitato trattandomi come una figlia, ha fatto in modo che, nonostante tutto, io abbia un buon ricordo dell’Isola di Ponza. Voglio ringraziarlo davanti a te per tutto quello che ha fatto finora e, mi auguro, voglia ancora fare per noi.

– Ho fatto solo il mio dovere – si schermisce il Maresciallo, avvicinandosi all’Ingegnere e stringendogli la mano – La vicenda che lei e sua figlia avete vissuto sulla vostra pelle ha richiesto sia la severità con cui abbiamo trattato i rapitori, sia un comportamento più umano con chi ha collaborato al successo dell’operazione. Ma forse nessuno di noi sarebbe in questa stanza se l’iniziativa non fosse partita da questo ragazzo maltrattato dalla vita. Sentendo la storia che spontaneamente mi ha raccontato, non ho potuto fare a meno di apprezzare, da vecchio tutore dell’ordine,  il coraggio dimostrato con la scelta che ha fatto. Mi creda, Ingegnere, se le dico che al suo posto non molti avrebbero sacrificato la propria libertà, decidendo di consegnarsi spontaneamente alla Legge. Al più, correndo il rischio della ritorsione da parte dei complici, avrebbero liberato la sorella, ma sicuramente poi si sarebbero dati alla macchia. Lui invece – aggiunge voltandosi verso Toni e mettendogli una mano sulla spalla –  ha scelto di correre il massimo rischio facendo i nomi dei complici, liberando l’ostaggio e  consegnandosi poi alla Giustizia. Le ripeto: questo comportamento mi ha colpito a tal punto che farò di tutto perché il Procuratore non lo tratti con severità; e il fatto che il ragazzo sia qui dimostra che la Procura è ben disposta nei suoi confronti. Questo è un buon segnale: sono piuttosto ottimista a riguardo. In ogni caso, non voglio rubarvi altro tempo perché credo che abbiate molte cose da dirvi, non è così? Noi – dice al carabiniere che, entrando in ospedale, ha tolto le manette a Toni – aspetteremo qui fuori. A più tardi, allora.

Richiusa la porta, l’Ingegnere si mette seduto sul letto, aiutato da Giorgia che non si allontana un attimo da lui, cercando in tutti i modi di rendersi utile.

– Venite qui tutti e due e sedetevi accanto a me – dice l’Ingegnere, indicando il copriletto immacolato – raccontatemi tutta la storia senza tralasciare nulla.

Nel silenzio della stanza, mentre il racconto a due voci si snoda, rivelando i retroscena di quel sequestro maledetto e provvidenziale al tempo stesso, dal tono di voce dei ragazzi, dalle espressioni che usano e dall’atmosfera che riescono a creare, l’Ingegnere prende coscienza del profondo legame che già li unisce e dentro di lui si fa strada l’idea che per anni ha accarezzato invano in un periodo diverso della sua vita: quella di poter allargare la sua famiglia, riunendo i due fratelli in un solo nucleo familiare sotto lo stesso tetto come avrebbe desiderato anche sua moglie se fosse stata ancora in vita.

In quel ragazzo semplice e mite, del quale lo colpisce la somiglianza alla moglie nell’aspetto e nel carattere, lui vede il figlio maschio che non ha mai avuto e che, una volta pagato il suo debito con la Giustizia, dovrà istruire ed associare al suo lavoro, adesso che quell’improvviso campanello d’allarme gli ha fatto capire di dover delegare ad altri parte dei suoi compiti ed avvalersi ora più che mai di idee ed energie nuove per far progredire la sua azienda.

L’esperienza che il ragazzo ha acquisito nella vita, che gli ha fatto sfoderare le unghie per difendersi da gente senza scrupoli, sarà un bagaglio al quale si augura lui non debba mai far ricorso, anche se potrà tornargli estremamente utile in caso di necessità.

Pensando a queste cose, l’Ingegnere non può fare a meno di chiedersi quale piega avrebbe preso il sequestro della figlia se anche lui avesse avuto i trascorsi di Toni; se cioè la sua sola esperienza – senza il “pentimento” di uno dei rapitori – gli avrebbe permesso di ottenerne la liberazione oppure no, ma in quel momento non è capace di darsi una risposta né d’impedire al suo animo sensibile di provare comunque un piccolo senso di colpa.

Giorgia, durante il racconto di Toni, ha tenuto tra le sue la mano del padre che presenta ancora i segni delle escoriazioni provocate dalle corde, ma ora, appena il fratello, con voce accorata, chiede scusa a lei e a suo padre per il dolore causato con la sua condotta, si alza in piedi e gli impedisce di proseguire ponendogli una mano sulla bocca; poi, con le braccia spalancate, stringe in un unico abbraccio il padre e il fratello ad indicare che da quel momento in poi loro tre saranno una cosa sola, una sola famiglia, un solo cuore.

– Ci hai pensato – dice rivolta a Toni – che se tu non mi avessi sequestrata forse avremmo perduto l’unica occasione per ritrovarci? – E dopo una breve pausa, che sembra studiata per far gustare a ciascuno di loro la stessa gioia, aggiunge: – E’ proprio vero che non tutti i mali vengono per nuocere; perciò, sapete cosa vi dico? Che sono proprio contenta che le cose siano andate così, perché almeno ora posso dire di avere un fratello, un fratello meraviglioso – E così dicendo stampa un grosso bacio sulla fronte di Toni. Poi prosegue: – Questa brutta storia, fortunatamente finita bene, mi ha insegnato che nella vita nulla ci è dovuto di quanto ci succede di buono. Il fatto è che alle cose positive ci abituiamo facilmente e crediamo che la vita sia così per tutti. In realtà le cose buone e meravigliose che ci cambiano la vita si ottengono solo pagando un prezzo di dolore e di sacrificio. E tu – dice rivolta al fratello – ne sai qualcosa…

Un colpetto discreto alla porta interrompe il ragionamento di Giorgia e annuncia l’entrata del Maresciallo con il carabiniere di scorta.

– E’ già ora? – chiede rammaricato l’Ingegnere.

– Purtroppo sì, dobbiamo andare – risponde il Maresciallo, dando un’occhiata all’orologio. Ho promesso al Procuratore che la visita sarebbe durata lo stretto necessario, ma sono certo che il vostro avvocato vi farà ottenere al più presto il permesso per un colloquio.

Toni, alzatosi all’ingresso del Maresciallo, ricambia ancora una volta l’abbraccio della sorella che gli sussurra all’orecchio: – Verremo presto, te lo prometto!

Il ragazzo, disorientato da quelle manifestazioni di affetto cui non è abituato, non riesce a trovare le parole da rivolgere all’Ingegnere e si limita a guardarlo, impacciato, mentre il malato, con gesti lenti ma decisi, si alza dal letto e gli si avvicina per stringerlo a sé in un lungo abbraccio, sussurrandogli, con un filo di voce e gli occhi umidi: – Bentornato, figlio mio!

Anche Toni, nonostante i suoi sforzi, non riesce a trattenere la commozione, sciogliendosi dopo un po’ dall’abbraccio e dirigendosi verso la porta.

Poi, mentre viene condotto via, nuovamente ammanettato, voltandosi nel corridoio verso quelle due persone abbracciate che lo seguono con lo sguardo, grida: – A presto, papà! Ti voglio bene!

 

 Carlo Bonlamperti

 

[La gabbia di pietra (12) – Fine]

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