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Ponza è un’isola (2)

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di Gino Usai

Caro Silverio Lamonica, nel tentare di contribuire a riflettere sul perché del presunto scarso senso civico dei ponzesi (non di tutti i ponzesi, naturalmente), egregiamente enunciato da Vincenzo Ambrosino, voglio  porre all’attenzione dei lettori un fattore che io reputo assolutamente determinante: nella storia di Ponza è mancato il medio evo.

Con la caduta dell’impero romano (476) Ponza perde la sua importanza e per un periodo diviene rifugio di quanti scappavano dal continente per mettersi in fuga dai barbari; i longobardi e i bizantini stringevano Roma in una morsa. Quando nel 590 Gregorio Magno viene eletto papa, anche la Chiesa, l’unico baluardo a tenere in vita quel po’ che restava della civiltà romana, è allo sbando. In un’omelia tenuta nella basilica dei SS. Nereo e Achilleo, il papa prorompe in un grido di dolore: “Dovunque è morte, lutto, desolazione; da ogni parte siamo percossi e colmati di amarezze…” Chi può, scappa a Ponza. Trovano rifugio nel convento di Zannone persino donne e bambini, come si evince dalla famosa Epistola 50 di Gregorio Magno al suddiacono Antemio.

Successivamente Ponza diviene luogo di conquista del primo che passa per quei lidi. La comunità originaria è fugata; nell’813 persino i monaci sono costretti a lasciare l’isola assaltata dai Mori. E così Ponza inesorabilmente deperisce e scompare come agglomerato civico. Intorno all’anno Mille, mentre nel resto d’Italia la civiltà rinasce e si affermavano municipalità e  comuni (soprattutto nel centro-Nord), Ponza resta un’isola deserta e sostanzialmente abbandonata; all’occorrenza covo di pirati, di barbareschi, di saraceni. Quando Boccaccio vi ambienta la storia di donna Beritola, (intorno al 1350) Ponza è descritta come un’isola in cui ci si imbatte quando sospinti dai venti si perde la rotta, “deserto luogo”, pieno di caverne primitive e animali selvatici, visitato dai corsari.

In quegli stessi anni Firenze e i comuni della Toscana e dell’Umbria danno vita a quello straordinario fenomeno d’arte, di scienza e di letteratura che va sotto il nome di Rinascimento, con Dante, Leonardo, Michelangelo e Raffaello. I Comuni si rafforzano, si estendono e diventano Signorie. Il borgo medievale – progettato urbanisticamente intorno alla piazza del mercato, con il Palazzo del Municipio, la chiesa, le botteghe artigiane a corona e poi il contado – dà vita ad una comunità compatta ed omogenea che sedimenta cultura e tradizione, determinando così un sano e organico sviluppo dell’intero tessuto sociale, che fa di questi centri, ancora oggi, luoghi di propulsione economica e culturale. E questo non è accaduto solo nelle grandi città del centro-nord, ma in tutta la penisola. Ovunque, anche sulle alture più estreme e nei luoghi più desolati, si è affermato il borgo medievale, con le stesse prerogative, e con risultati analoghi: cultura, tradizione e senso civico. A Ponza no!

Ponza questa fase l’ha saltata a pie’ pari, per il semplice fatto che la nostra comunità in quel tempo non esisteva materialmente.

E quando il duca di Parma nel 1572 tenterà la colonizzazione dell’isola, non riesce a condurla a buon fine. Ci riusciranno i Borbone nel corso del Settecento a realizzarla, spedendo sull’isola due ceppi sociali distinti: ischitani disperati e torresi terremotati.

Quando il sovrano assegnò in enfiteusi le terre da dissodare ai coloni, questi vennero distribuiti sull’intero territorio. Ogni fuoco ebbe assegnato un lotto, rifugiandosi in qualche grotta antica e scavandone di nuove. Ogni fuoco era posizionato molto distante dall’altro; dunque ogni famiglia era isolata dall’altra. Soprattutto a Le Forna, dove non c’è mai stato il benché minimo progetto di agglomerato urbano, e ancora oggi quella contrada stenta ad avere una chiara definizione urbanistica, pagandone un prezzo non da poco. La chiesa a Le Forna sorse intorno al 1781. E nel corso del tempo intorno ad essa si andarono costruendo le poche case che vi sono oggi, costituendo un minimo di comunità coesa. Ma la chiesa di Le Forna fu elevata a Parrocchia solo sul finire dell’Ottocento. Nel mentre le circa 400 anime che erano disseminate in quel Villaggio, il prete lo vedevano solo la domenica e nelle feste importanti. In queste condizioni era estremamente difficile tentare di costruire un minimo di coesione sociale e morale.

A Ponza la Chiesa della SS. Trinità venne inaugurata nel 1778, mentre la Parrocchia di SS. Silverio e Domitilla già esisteva. In più Ponza aveva il porto nuovo e il Foro Borbonico che rispondeva in qualche modo ai canoni di quell’impianto urbanistico medievale di cui abbiamo parlato. Ma il progetto urbanistico interessava solo il Foro, perché le altre contrade nelle quali i coloni si andarono a sistemare, gli Scotti, S. Antonio, S. Maria, Giancos e i Conti, restavano rurali e per niente urbanizzate; i fuochi dunque risultavano dispersi e distanti. Si consideri inoltre che a quel tempo le distanze tra le contrade erano enormi. La strada per Le Forna non esisteva; quella contrada la si raggiungeva più facilmente via mare. Un colono di S. Maria che voleva raggiungere il porto, essendo il tunnel romano ostruito da secoli (verrà aperto solo nel 1854 dal Commendatore Gaetano D’Ambrosio; ma anche dopo quella data, fino quasi ai tempi nostri, le persone preferivano scavalcare la collina per evitare brutti incontri, impauriti da coatti, spiriti maligni e munacielli), doveva scavalcare la collina del Tirone, poi quella di Giancos e quindi di S. Antonio, scendere per la S. Croce, risalire a S. Antonio le scalette di Totonno Scotti, percorrere la strada sovrastante la Grotta del Grano (oggi Via Nuova), scendere gli ultimi scalini della Dragonara e  arrivare finalmente in “città” immettendosi nel corso che procedeva verso il porto. Distanze enormi che contribuivano all’isolamento delle singole famiglie e all’impossibilità di creare un nucleo urbano coeso e amalgamato che acquistasse il senso civico dell’appartenenza ad una stessa comunità.

Per tutto l’Ottocento la presenza massiccia dei forzati prima, e dei coatti dopo, sarà un peso enorme che Ponza dovrà sopportare con grande sacrificio, una cappa che ne impedirà enormemente lo sviluppo civico. Nel 1848 nell’isola vi erano ben 1600 relegati; quando poi arriveranno  i camorristi in soggiorno obbligato, Ponza sarà attanagliata dal terrore. Scrive Corvisieri in “All’isola di Ponza”:

“Per i poveri pescatori e contadini ponzesi, per le loro donne, l’attività dei camorristi, il loro spirito di sopraffazione, erano cause di vero e proprio terrore.

(…) Di fatto quei signori avevano il coltello facile per sfregiare e anche per uccidere o sfidarsi a duello (…) A Ponza incutevano timore anche nei soldati e negli ufficiali della Compagnia dei Veterani (…) Una delle novità più odiose introdotte nell’isola dai camorristi consisteva nel pretendere, e senza neanche preoccuparsi di agire con discrezione, prestazioni sessuali dalle donne di cui si invaghivano. In qualche caso di notte arrivavano a tenere i mariti fuori dalla porta di casa o a imporre la rottura del matrimonio.”

Pensate alle sofferenze di quei poveri ponzesi. Altro che senso civico da sviluppare! Qui lo stato era completamente assente, anzi, era la causa di tutti i guai!

E la Chiesa? Riuscivano i numerosi preti a sollevare le sofferenze di una popolazione così disgraziata?

Da un inedito documento che ho trovato nell’Archivio Vescovile di Gaeta, si leggono le seguenti osservazioni sul costume del clero di Ponza fatte dal quaresimalista Nicola da Giugliano  nell’anno 1857:

“Il Parroco per quanto mi pare adempia con zelo le sue cure presso del pubblico però gode la opinione d’interessato.

Il Vicario Foraneo D. Antonio Vitiello è mal’appreso nella pubblica stima atteso un commercio illecito, di cui si addebita, con una donna nubile, e povera per nome Francesca Falconieri, dalla quale, si vuole, che abbia avuto 3 figli de’ quali l’ultimo convive con la madre Falconieri, e da cui somministra due carlini al giorno.

Il prete D. Gennaro Jacono sebene  gode svantaggiosa opinione per contatto immorale di cui si fa reo pubblico, con una donna nominata Elisabetta Scotti, pure al presente si vuole che la cosa sia quasi cessata, perché non frequenta.

Del Sacerdote D. Silverio Izzi  la pubblica fama è buona in ordine alla sua morale condotta, anzi svantaggiosissima; del pari si dice del Prete Conte e Mazzella.

Il Sacerdote D. Lonaldo De Luca fa bene con qualche riservatezza, si vuole però che à commercio con una donna maritata delle Forna, di cui ne ignora il nome.

L’economo delle Forna principia ad acquistarsi la taccia d’interessato.

Sull’ispettore (…) dell’Isola D’Ambrosio è pubblica voce, che avesse, quando colà recasi, amicizia indecente con la moglie di un tal Tagliamonte, marito vivente si, ma di avanzata età, ed affetto da male di gotta, e che quindi la prole già cagionata dal prelodato D’Ambrosio, anziché dal vero coniuge Tagliamonte. Dell’istesso D’Ambrosio però dicosi, che à messo un freno alla rilegazione, e che cerca di vantaggiare i Ponzesi.

In fine dell’affare D’Ambrosio dicesi da’ più, che il parroco lo sappia, e che ne fa silenzio per suoi fini privati, e per essere un dì promosso a qualche dignità ecclesiastica.”

Povera Ponza! In queste condizioni come si poteva costruire un tessuto civico e morale apprezzabile?

[Ponza è un’isola (2) Continua]

Gino Usai

 

 

 

 

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