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Sulle orme del padre (1)

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di Lino Catello Pagano

 

Mio padre mi raccontava da bambino degli anni passati in Libia durante il militare, precisamente a Misurata.

Mi diceva che era un’oasi tra deserto e mare, un villaggio di beduini con tende e dromedari, e che con lui c’erano anche altri ragazzi di Ponza.

Mi raccontava di posti bellissimi come Tripoli, Bengasi e altre città, io incameravo nelle mia memoria tutte quelle belle cose, a dir la verità ero anche un po’ invidioso e dicevo chissà se io avrò mai la fortuna e la possibilità di vederle.

Finita la mia avventura di ‘pirata sul mare’ iniziai a lavorare sulla terraferma.

Passati alcuni anni fui contattato da una società Italiana di Catering, la ‘Pellegrini International’,  per andare in Libia a gestire dei campi di lavoro dove gli Italiani erano in maggioranza nella costruzione delle infrastrutture più importanti. Accettai senza indugio pur non sapendo ancora la destinazione finale, cinque giorni prima di partire mi venne detto che sarei dovuto andare a Misurata a prendere in mano la gestione del campo vita della Techint e della Cimi Montubi, che avevano vinto la gara per la costruzione di una mega-acciaieria.

Non stavo nella pelle, mi venne in mente tutto ciò che mio padre mi aveva raccontato e mi promisi che, una volta avviata l’attività, mi sarei dato alla ricerca degli amici arabi di mio padre e avrei visitato tutti i siti archeologici e museali dei quali lui aveva fatto dettagliata lista, a memoria: Tripoli, Leptis Magna, Sabratha, Cirene e Apollonia.

Ghedames è costruita sotto terra, la vita si svolge tutta tra i vicoli e i tetti, il passaggio dai tetti è riservato alle donne mentre quello nei vicoli è  solo per gli uomini.

Nei primi quattro anni a Misurata  ho girato in lungo e in largo la Libia del nord:  Cirene, Apollonia, Bengasi, Benjawat, Brega, Raslanuf, Zelten, Ghani, Zuara, Zavia, avendo Tripoli come base:

Tutti nomi in questi ultimi mesi li ho sentiti molto spesso nei telegiornali, e il mio cuore si rattristava per quanto accadeva.

Ho visitato in lungo e in largo tutti i mercatini di Tripoli e Bengasi; in quello di Misurata ho trovato tantissimi pezzi di argenti antichi e a costi da ridere. Un solo esempio, un bracciale antico d’argento a 500 lire.

Mio padre mi parlava della famiglia Sadrii, erano pescatori e a volte uscivano in mare insieme.

Mio padre era stato mandato a fare il militare in Libia; con lui lo zio di Ciro Parisi, poi denominato Verucci’ u’ Chiattone,  ed erano stati mandati a Misurata dove si trovava la contraerea; passavano il tempo di riposo pescando con il Sig. Sadrii Mohammed.

Nei primi tempi a Misurata ero veramente preso dal lavoro e non pensavo lontanamente al Sig. Sadrii; dovevo organizzare tre campi vita in base ai contratti che la mia società si era aggiudicata. Ma il caso volle che un giorno si presentò  nel mio ufficio un pescatore di 28/30 anni; venne a proporsi come mio fornitore ufficiale di pesce, mi diede il suo listino prezzi che trovai interessante. Un paio di giorni dopo mi recai nel centro di Misurata dove sorgevano i mercati generali, lì c’era ogni ben di Dio, si trovavano alcuni prodotti italiani e quelli locali.

Andai al banco dei pesci a trovare il mio fornitore. Mi fecero accomodare tra mosche e pesci, si parlava a gesti per farsi capire, allora la lingua araba era zero assoluto per me.

In un angolo del banco, seduto per terra e avvolto in un barracano marrone (tipico mantello libico), un vecchietto: era quello che io cercavo ma non sapevo che era a portata di mano!

Mi diede il buongiorno in italiano e mi disse che gli italiani in casa sua erano i benvenuti; mi disse ancora che aveva molti amici italiani, che si ricordava di Carminuccio Pagano. Per poco non mi venne un coccolone dall’emozione. Era l’uomo che cercavo e lui mi aveva trovato, mi disse che un certo Veruccio era sempre insieme a mio papà e a volte andavano a pescare assieme. Si accorse che avevo le lacrime agli occhi, mi domandò cosa avessi e gli riferii la storia che a suo tempo mi aveva raccontato mio padre. Baci e abbracci e subito fui invitato ad andare a cena da loro, mi dissero dove si trovava la loro casa, conoscevo la zona, era quella dei pescatori.

Fu facile trovare la loro casa, era tanto grande, tutta su un piano, il Sig. Sadrii aveva 3 mogli e 14 figli e una marea di nipoti. Come vuole la tradizione libica, si vive tutti assieme e, se aumenta la famiglia, si aggiungono stanze: lui aveva una casa enorme, per tutta la gente che lì viveva.

La sera dopo arrivai con il mio vice, portammo pasta, vino, olio di oliva e altre cose italiane, ci accolsero con molto affetto, io ero abituato a mangiare con una certa etichetta visto i miei trascorsi, ma quella sera si ruppero tutte le etichette, ci fecero accomodare su un tappeto, penso nuovo o appositamente tirato fuori per noi.

Le donne restavano fuori dalla vita sociale degli uomini, avevano le loro stanze.

Seduti in circolo con le gambe incrociate e scalzi, i ragazzi più giovani della famiglia portarono le vivande in un unico piatto gigante dove ognuno di noi doveva prendere con le mani e portare alla bocca, come facevano loro; mangiai poco o forse niente, vicino a ognuno di noi c’era una bacinella piena d’acqua dove dopo ogni boccone lavavi le mani, mangiai un Cous cous di pesce e verdure  a dir poco squisito.

Passati gli anni mi abituai a mangiare con le mani e apprezzavo la loro cucina, una cosa che mi faceva impazzire era il loro tè verde alla menta, era un rito ed era buonissimo, ne avrei bevuto a litri.

In tutti gli anni trascorsi in Libia il rapporto con la famiglia Sadrii si è rafforzato, anche oggi che è passato tanto tempo da allora il contatto lo mantiene Ibrahim Sadrii nipote del grande vecchio, morto dopo pochi anni che avevo lasciato la Libia; ci si sente e ci si vede con Skype.

Lino Catello Pagano

 

[Sulle orme del padre (1) – Continua]

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