Voci di Ieri

Lontano da Ponza. Trova tutti gli articoli nel menù: “Storia”

Immagini

a1-12a h-16-h-15 i-23 veduta-2 Probabile Didemnum tunicato incrostante Spugne incrostanti bianche

Mediterraneo Grande Madre (2). Fabrizio De André

Condividi questo articolo

di Sandro Russo

 

Per l’articolo precedente leggi qui

 

Raramente l’essenza del Mediterraneo – eredità comune e comunanza di genti – ha trovato sintesi e voce così affascinanti come nel lavoro poetico e musicale di Fabrizio De André del 1984: ‘Crêuza de mä’, cantato in dialetto genovese.

È un viaggio attraverso i suoni del Mediterraneo, alle origini profonde e interrazziali di Genova, tra le viuzze che si fondono con una qasba mediorientale; gli strumenti e la musica a rievocare tradizioni turche, greche e berbere. Ritorna l’idea, se non il suono reale del ‘sabir’ – la ‘lingua franca Mediterranea’ ormai scomparsa –  già evocato su queste pagine (leggi qui)

Copertina dell’album ‘Crêuza de mä’, di Fabrizio de André e Mauro Pagani del 1984. L’album è stato considerato da molti tra i migliori del decennio ’80 – ’90 e antesignano della World Music, che si sarebbe diffusa negli anni successivi.

‘Crêuza de mä’ (mulattiera di mare), è il titolo dell’album e anche del primo brano, che comincia con un lungo assolo di gaida della Tracia, una cornamusa diffusa del bacino mediterraneo, scelta per il suo suono inconfondibile: “…Ha la funzione di banditore, come a dire: – Signori, si va a raccontare una storia sul Mediterraneo…”. Il brano prosegue ed è guidato in prevalenza dai suoni di due liuti, il bouzouki greco e la viola a plettro. Le parole raccontano le avventure, il ritorno a casa e la ripartenza dei marinai –  imbarcati su navi di ogni bandiera – nell’affascinante impasto di suoni e idiomi dei loro viaggi.

Questo intento trova testimonianza nelle parole dello stesso Fabrizio De André: – “Ho usato la lingua del mare, un esperanto commerciale con molte radici arabe e occitane, che tutti capivano, dal Bosforo a Gibilterra. Le parole hanno il ritmo della voga, del marinaio che tira le reti e spinge sui remi. Ho voluto raccontare Genova che commerciava con i saraceni, che trasportava i crociati in Terrasanta senza smettere i traffici con gli infedeli”. 

Il titolo dell’album e della canzone principale fa riferimento alla crêuza, termine che in genovese indica una stradina spesso sterrata, delimitata da mura, che porta in piccoli borghi, sia marinareschi che dell’entroterra.

Ma crêuza di mare si può anche riferire in maniera allegorica su un fenomeno meteorologico del mare quando, in perfetta calma (calmarìa), sottoposto a refoli e vortici di vento, assume striature contorte argentate o scure, come fantastiche strade da percorrere. Infatti prendere per ‘i viottoli del mare’ è sinonimo della possibilità, o della necessità, di scegliere la via, intraprendere il viaggio, reale o ideale.

 

CREUZA DE MÄ ( in dialetto genovese)

 

Umbre de muri muri de mainé

dunde ne vegnì duve l’è ch’ané

da ‘n scitu duve a l’ûn-a a se mustra nûa

e a neutte a n’à puntou u cutellu ä gua

e a muntä l’àse gh’é restou Diu

u Diàu l’é in çë e u s’è gh’è faetu u nìu

ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria

e a funtan-a di cumbi ‘nta cä de pria


E ‘nt’a cä de pria chi ghe saià

int’à cä du Dria che u nu l’è mainà

gente de Lûgan facce de mandillä

qui che du luassu preferiscian l’ä

figge de famiggia udù de bun

che ti peu ammiàle senza u gundun

 

E a ‘ste panse veue cose che daià

cose da beive, cose da mangiä

frittûa de pigneu giancu de Purtufin

çervelle de bae ‘nt’u meximu vin

lasagne da fiddià ai quattru tucchi

paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi

 

E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi

emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi

finché u matin crescià da puéilu rechéugge

frè di ganeuffeni e dè figge

bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä

che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä

 

Creuza de ma / La mulattiera di mare

Testo: Fabrizio De Andrè e Mauro Pagani

Anno di pubblicazione: 1984


Traduzione – Mulattiera di mare (*)

 

Ombre di facce facce di marinai

da dove venite dov’è che andate

da un posto dove la luna si mostra nuda

e la notte ci ha puntato il coltello alla gola

e a montare l’asino c’è rimasto Dio

il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido

usciamo dal mare per asciugare le ossa dell’Andrea

alla fontana dei colombi nella casa di pietra

E nella casa di pietra chi ci sarà

nella casa dell’Andrea che non è marinaio

gente di Lugano facce da tagliaborse

quelli che della spigola preferiscono l’ala

ragazze di famiglia, odore di buono

che puoi guardarle senza preservativo

E a queste pance vuote cosa gli darà

cose da bere, cose da mangiare

frittura di pesciolini, bianco di Portofino

cervelli di agnello nello stesso vino

lasagne da tagliare ai quattro sughi

pasticcio in agrodolce di lepre delle tegole (**)

E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli

emigranti della risata con i chiodi negli occhi

finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere

fratello dei garofani e delle ragazze

padrone della corda marcia d’acqua e di sale

che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare

 

* Creuza: qui impropriamente tradotto ‘mulattiera’ e in realtà la creuza è nel territorio genovese una stradina spesso sterrata che corre fra due muri che solitamente determinano i confini di proprietà e porta a piccoli borghi, sia marinareschi che dell’entroterra

** Lévre de cuppi: (lepre delle tegole), sta per gatto

 

“Il testo è incentrato sulla figura dei marinai e sulle loro vite da eterni viaggiatori, e racconta il ritorno dei marinai a riva, quasi come estranei. De André parla delle loro sensazioni, la loro narrazione di esperienze provate sulla propria pelle, la crudezza d’essere in balìa degli elementi; e insieme affiora una ostentata, scherzosa diffidenza che si nota nell’assortimento dei cibi immaginati, accettabili e normali – quasi, per un marinaio – contrapposti ad altri, come le cervella di agnello, o il pasticcio di ‘lepre di tegole’ (ossia il gatto, spacciato per coniglio), volutamente meno accettabili e citati evidentemente per fare ironia sulla affidabilità e saldezza dell’Andrea e, forse, di tutto un mondo a cui sanno di non appartenere. Finché alla fine il ‘padrone della corda’, probabilmente la necessità o la loro scelta di vita, li riporterà al mare”. [Da Wikipedia, modificato].

[Mediterraneo Grande Madre (2) – Continua]

Condividi questo articolo

Devi essere collegato per poter inserire un commento.