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La gabbia di pietra (5)

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di Carlo Bonlamperti

 

Per la puntata precedente: leggi qui

 

V

Partito il furgone dei rapitori, l’Ingegner Silvestrini, in preda ad una forte tensione, comincia a dimenarsi sulla poltrona cui è legato, cercando di spingerla verso la scrivania. L’intento è quello di far cadere sul pavimento il tagliacarte e utilizzarlo in qualche modo per tagliare le corde che gli legano mani e piedi. Con movimenti del corpo in avanti riesce ad avvicinarsi al tavolo di palissandro, scelto dalla moglie all’inizio della sua carriera e, spingendo con la testa la cartella di cuoio sulla superficie lucida, riesce a far cadere, assieme al portaritratti con le foto delle due donne della sua vita, l’astuccio con le matite, le penne e, appunto, il tagliacarte.

Madido di sudore per la giacca e la cravatta che ancora indossa, si accinge a spostarsi verso la parte anteriore della scrivania con gli stessi movimenti di prima e poi, con un brusco movimento laterale della poltrona, ne provoca il ribaltamento sul pavimento. Impreca per il colpo al braccio ricevuto dal bracciolo, ma è contento di essere riuscito nell’impresa. Ben altra cosa però è riuscire ad afferrare il tagliacarte con le mani legate e utilizzarlo per tagliare la corda.

Ancora più sudato per lo sforzo fisico e la tensione emotiva, l’Ingegnere si ferma un attimo per riprendere fiato e riflettere sulla maniera migliore per riuscire nel suo intento, mentre la suoneria del vagary al titanio che ha al polso lo avverte che sono le 21.

Al segnale che lui stesso ha programmato come tempo massimo per rispettare l’impegno con Giorgia, il pensiero della figlia torna prepotentemente alla ribalta con tutti gli interrogativi che un padre si pone in una circostanza come quella. Dove l’avranno portata? Come la staranno trattando? Si sentirà abbandonata una volta sveglia e cosciente?

Questi pensieri gli infondono l’energia necessaria per strisciare sul pavimento trascinando con sé la poltrona e, nonostante l’impaccio, ruotare la schiena quel tanto che basta per agguantare il tagliacarte e dirigerlo verso la corda dal lato della lama. Purtroppo nessun tagliacarte al mondo presenta una lama sufficientemente tagliente e, per giunta, i sequestratori per legarlo hanno utilizzato una corda di nailon che scivola sotto il metallo, cosicché all’Ingegnere si prospetta uno sforzo immane e di lunga durata per potersi liberare. Infatti dopo più di mezz’ora di frenetici quanto inutili tentativi, la corda che gli segna i polsi, screpolandogli la pelle, è ancora intatta e i nodi, se possibile, ancor più serrati di prima.

Lo sconforto sta per avere il sopravvento su di lui allorché un’idea improvvisa, come spesso accade alle persone in pericolo, giunge a dargli il sostegno e la speranza di cui ha bisogno.

Tra gli oggetti caduti sul pavimento c’è anche il grosso accendino da scrivania che l’Ingegnere è solito mettere a disposizione degli ospiti fumatori: prenderlo e far scattare la fiamma dirigendola verso la corda è un tutt’uno, cosicché, nonostante le inevitabili bruciature ai polsi, in pochi minuti le mani sono libere e, pochi istanti dopo, anche i piedi.

Superato questo primo ostacolo, l’Ingegnere si trova però ancora al punto di partenza, dal momento che, facendo ordine tra i pensieri che gli affollano la mente e i propositi di azione che vorrebbe mettere in pratica, si rende conto in realtà di essere ancora con le spalle al  muro, impossibilitato com’è a prendere lui stesso l’iniziativa per risolvere la vicenda. Non sa infatti chi siano i sequestratori, come e dove contattarli per la consegna del denaro e quali garanzie chiedere ed offrire per salvaguardare l’incolumità di Giorgia.

È costretto quindi alla totale inazione, escludendo a priori qualunque contatto con le Forze dell’Ordine che possa irrigidire i malviventi o addirittura far evolvere la situazione in senso sfavorevole alla figlia.

Non può non accorgersi che i suoi occhi vanno insistentemente all’apparecchio telefonico, come se una forza magnetica vi attiri con insistenza il suo sguardo per indicargli, dopo uno squillo, la via da percorrere; ma l’apparecchio rimane muto, come silenzioso resta tutto l’ufficio nonostante la tensione che, in maniera quasi palpabile, quell’evento drammatico sembra aver diffuso nell’aria.

Privo di energia, l’Ingegnere si accascia sconsolato sul divano posto davanti alla tenda della grande finestra, allentando macchinalmente il nodo alla cravatta e sbottonando il colletto della camicia.

Chi lo vedesse in quel momento, stenterebbe a riconoscere in lui l’imprenditore volitivo e deciso, dalle mille risorse e dalle geniali soluzioni, che in tante occasioni è riuscito a superare ostacoli e problemi che ad un primo esame erano apparsi irrisolvibili. Lo sguardo perso nel vuoto, le spalle curve sotto il peso di quella tragedia, le braccia inerti appoggiate sui cuscini gli danno quasi l’aspetto di una marionetta cui siano stati spezzati i fili che ne assicurano il movimento.

Privato dell’oggetto del suo amore di padre, quell’uomo che da anni ha dedicato ad una sola persona ogni palpito del suo cuore, si sente tradito dal suo stesso attaccamento alla figlia ed in colpa per non essere riuscito a proteggerla, evitandole un’esperienza così brutale.

All’improvviso, sollevando leggermente lo sguardo dal limbo dov’è sprofondato, e focalizzandolo sul lato della scrivania, si rende conto che il filo del telefono è staccato e penzola in maniera grottesca contrastando con la linea elegante e moderna dell’apparecchio cui è collegato.

L’Ingegnere rammenta che quella di mettere fuori uso il telefono è stata la prima mossa del malvivente con l’accento sardo appena entrato nell’ufficio e si domanda come possa essergli passato di mente quel particolare così importante se l’irruzione è avvenuta poco più di un’ora prima. Ne attribuisce la colpa alla concitazione di quei momenti drammatici che hanno dilatato nel ricordo la durata dell’azione, fissandone solo gli aspetti di maggiore efferatezza come le minacce, il bavaglio e l’anestetico somministrato alla figlia, e disperdendo il ricordo di quelli secondari.

Decide perciò di far ripristinare per prima cosa la linea telefonica il lunedì mattina. Poi, più che alla pulsione del cuore, ubbidendo alla sua mente razionale che gli ripete che è prematuro aspettarsi il primo contatto dei rapitori già in quelle prime ore, decide di rincasare.

Appena varcata la soglia di casa, al terzo piano di un palazzo ottocentesco di Via Liegi, l’Ingegner Silvestrini per la prima volta in vita sua ha la sgradevole sensazione di sentirsi veramente solo, tanto gli mancano il sorriso e il calore della figlia, le sue braccia attorno al collo e il bacio della buona sera col sottofondo della musica moderna che proviene dalla sua stanza.

A Pilar, che premurosa gli viene incontro, basta una semplice occhiata per capire che all’uomo che ha di fronte, improvvisamente invecchiato di dieci anni, è accaduto qualcosa di grave.

Già il fatto che il padrone stia rincasando da solo e prima dell’orario previsto, è sufficiente a metterla in allarme. Aggiungendo a questa circostanza il volto teso e l’aspetto trasandato – con la cravatta slacciata e il vestito stazzonato – il quadro le appare subito completo in tutta la sua gravità.

– Cos’è successo? – non può trattenersi dal chiedere la donna prendendo la giacca che il padrone le porge – e dov’è Giorgia?

– Me l’hanno portata via – risponde con un filo di voce l’Ingegnere, lasciandosi cadere esausto su una poltrona del salotto.

Madre de Diòs! – esclama allarmata Pilar con gli occhi sbarrati.

– Chi l’ha portata via? Quando?

– Tre uomini incappucciati, poco dopo le venti. L’hanno sequestrata allo Stabilimento e vogliono due milioni per rilasciarla.

– Due milioni… di euro? – fa la donna portandosi una mano al petto, quasi a voler trattenere il cuore che batte all’impazzata per la forte emozione. Poi, sedendosi accanto al tavolo come assalita da un’improvvisa stanchezza: – Povera la mia bambina! – singhiozza, asciugandosi le lacrime con un fazzoletto colorato che tira fuori dalla tasca del grembiule.

– Un sequestro a voi che non avete nemici! E pensare che stasera Giorgia era più allegra del solito perché andava a prendere suo padre con la macchina nuova – ricorda tra le lacrime la donna, come se rivedesse in un film proiettato sul pavimento gli avvenimenti della serata.

– …Si era fatta bella per il suo papà e mi ha pure detto di andare a dormire perché ad Ostia avreste fatto tardi. Povera Giorgia! Dove sarà a quest’ora? Cosa le staranno facendo quei figli di…

Pilar si tappa la bocca col fazzoletto, lasciando incompiuta la volgarità che sta per proferire. Donna religiosa e praticante, in tanti anni di servizio a casa Silvestrini, nessuno ricorda di aver mai sentito una sola parola fuori luogo uscire dalle sue labbra. Ora però l’attaccamento per la ragazza ha il sopravvento sul suo contegno sempre composto e controllato e fa affiorare con irruenza il profondo affetto della donna per la “sua bambina”, come ha sempre chiamato Giorgia fin dalla nascita.

In un attimo, nella sua mente scorrono i mille ricordi che ha di quella ragazza che ha visto crescere e a cui ha fatto anche da mamma dopo la scomparsa della Signora Giovanna. Ricorda le pappe che la bimba si ostinava a rifiutare, le ore trascorse con lei al parco, il giorno della prima comunione di cui ha la foto sul comodino, lo strazio per la perdita della mamma, le camomille della notte precedente ogni esame e le mille confidenze di un’adolescente divenuta donna, che non ha mai avuto una sorella e non ha più la mamma.

Il pensiero che una disgraziata circostanza possa mettere in pericolo la vita di Giorgia la sconvolge intimamente spingendola ad agire:

– Presto, Ingegnere, chiamiamo la polizia! – suggerisce la donna alzandosi dalla sedia con un’energia  insospettata in una persona della sua età e dirigendosi verso il telefono.

– No! – le fa cenno l’Ingegnere con la mano – è l’unica cosa che non dobbiamo fare, per il bene di Giorgia. Credi forse che non lo avrei già fatto io stesso se fosse stato utile? Purtroppo non dobbiamo far intervenire le forze dell’ordine perché se quei delinquenti dovessero sentirsi braccati, potrebbero anche uccidere Giorgia o mutilarla per costringermi a fare quello che vogliono loro.

Virgen de Guadalupe! – singhiozza la donna a quelle terribili parole – …Mutilarla? E perché mai far del male alla mia bambina se i soldi glieli daremo? Perché noi li troveremo i soldi, vero Ingegnere? Lei farà di tutto per trovare i soldi, ne sono sicura. Anch’io voglio fare la mia parte: ho dei risparmi in banca e questo è il momento di prenderli; poi telefonerò a delle mie amiche che sono a servizio qui a Roma, e poi… poi rinuncerò anche al mio stipendio, ma i soldi per Giorgia dobbiamo metterli insieme subito, costi quel che costi! –

– Grazie, Pilar – dice commosso l’Ingegnere, abbracciando quella donna dal cuore grande e sciogliendosi in lacrime assieme a lei.

– Due milioni di euro non si trovano dalla sera alla mattina, ma sta tranquilla che non lascerò nulla d’intentato pur di strappare mia figlia dalle mani di quella gentaglia. Purtroppo domani è domenica e fino a lunedì possiamo fare ben poco, perciò va a dormire e dì una preghiera per Giorgia.

Ritiratasi la cameriera, l’Ingegner Silvestrini si chiude nel suo studio. Sa che in quello stato non riuscirebbe a chiudere occhio, e poi ha bisogno di consultare alcuni documenti per rendersi conto della sua situazione finanziaria.

Dal cassetto della scrivania prende una cartella portadocumenti in marocchino rosso con le tasche a soffietto e ne trae le copie dei titoli azionari che possiede, allineandole sul tavolo. In circostanze diverse farebbe una cernita ponderata tra quelli da vendere e quelli da mantenere, ma la situazione è tale da spingerlo a rinunciare ad ogni considerazione di tipo finanziario e a tralasciare qualsiasi calcolo di profitto o perdita legato ai titoli stessi dal momento che la vita di sua figlia è un bene troppo prezioso perché lui possa soffermarsi su quelli che ora gli appaiono solo dei dettagli.

Sa pure che il suo Agente di Borsa, ignorando i gravi motivi che lo spingono a vendere quei titoli, farà di tutto per cercare di dissuaderlo dal compiere quel passo, opponendogli le argomentazioni più valide e mostrandogli grafici e previsioni di esperti ed analisti, ma lui dovrà essere irremovibile nel confermargli l’ordine di vendita. Come fargli capire, infatti, che i liquidi che ricaverà non basteranno neppure a coprire l’intera somma che gli occorre?

Rimessa a posto la cartella, dal cassetto l’Ingegnere prende la copia del bilancio della sua azienda e il tabulato delle commesse, e si immerge con attenzione nell’esame delle singole voci.

Sotto la luce della lampada da scrivania le cifre scorrono davanti ai suoi occhi arrossati e gli forniscono i dati che gl’interessano, mentre la sua mente esegue i calcoli necessari, evitando di prendere in considerazione le entrate incerte o dilazionate e soffermandosi unicamente su quanto è di sicuro e immediato realizzo.

Nel silenzio della notte, rotto solo dallo scatto cadenzato delle lancette dell’orologio a muro, prevedendo anche un’eventuale ipoteca sugli immobili di sua proprietà, l’Ingegnere riesce a dar forma al piano di raccolta della somma necessaria a salvare la figlia, augurandosi in cuor suo che i rapitori gli concedano il tempo necessario per mettere insieme tanto denaro liquido.

Le forti emozioni di quella lunga giornata convulsa e la stanchezza per l’ora tarda alla fine hanno la meglio sulla resistenza fisica dell’Ingegnere che, con l’intenzione di appisolarsi solo un po’, si china sulla scrivania poggiando la testa sulle braccia, ma si trova ancora in quella posizione quando i primi raggi di sole della domenica invadono la stanza e Pilar lo sveglia con un rimprovero portandogli il caffè.

 

Carlo Bonlamperti

 

[La gabbia di pietra (5) – Continua]

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