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Il mio presepe da bambino

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di Lino Catello Pagano

 

Succedeva sempre come per incanto tutti gli anni, passata la festa dell’Immacolata che poi era ed è il mio compleanno: pieno di allegria e di felicità del giorno passato, mio padre dava il via alla preparazione del presepe.

S’incominciava con  il rito di tirare giù gli scatoloni dal mezzanino, di sentirne il profumo magico del Natale, che mi è rimasto nelle narici e che conservo ancora oggi che ho superato i 63 anni.

Ricordo ancora la cassa, di quelle grandi da 12 bottiglie di champagne, in cui l’anno prima i pastori erano stati messi nella segatura per preservarli dall’umidità; toccava pulirli uno a uno, ogni anno ne compravo qualcuno da Genoveffa la tabaccaia, lei aveva l’assortimento e io mi perdevo in mezzo a quel mare di statuine meravigliose.

Abitavamo a Chiaia di Luna, dietro casa avevamo una grandissima grotta dove mio padre si dilettava in falegnameria: aveva tutti gli attrezzi, costruiva dai mobili per casa alle porte e altro ancora. Entrando a destra vi erano i lavatoi (i lavatùr) costruiti in muratura, larghi e lunghi quanto mezza vasca da bagno; non esisteva la lavatrice e tutto veniva lavato  a mano. Quando mio padre iniziava a coprire con dei pannelli di legno i lavatoi, mia madre diventava matta: per un mese intero sarebbe dovuta andare dai vicini a prendere l’acqua col secchio, perché noi non avevamo il pozzo e uno dei lavatoi veniva usato come riserva d’acqua… tranne che a dicembre.

Mio padre mi invogliava a partecipare alla costruzione del presepe: avevo cinque o sei anni, si iniziava a modellare del paesaggio con sugheri e cassette di legno; io dicevo cosa si doveva fare, dove mettere la grotta di Gesù bambino, l’osteria vicino al macellaio e al vinaio…

Quando la struttura aveva preso la sua forma ed era ben solida e già si immaginava cosa sarebbe venuto fuori, io ero al settimo cielo perché sentivo mia quell’opera.

Papà chiedeva a mamma un lenzuolo da letto a una piazza, vecchio ma non strappato, su cui avrebbe disegnato il paesaggio: era bravo, prima tracciava nella zona bassa un paesaggio mediorientale  con palmizi, poi si dedicava alla volta celeste. Attaccava al lenzuolo delle stelline di carta, con la pompetta del DDT a stantuffo riempita di colore spruzzava sul lenzuolo rendendolo di un blu notte uniforme, staccava le stelline, deponeva il fondale sul pavimento e col pennellino faceva dei puntini bianchi, le stelle lontane; da un foro in un angolo del lenzuolo passava un filo di nylon da pesca, per far scorrere la stella cometa.

Montato il fondale, si andava a prendere la sabbia più asciutta sulla spiaggia di S. Antonio; il momento più bello era la ricerca delle pastocchie, ovvero il muschio: si faceva sempre il giro nel terreno del nonno, poi vicino ai corsi d’acqua, il più delle volte ci finivo dentro e tornavo a casa bagnato e le buscavo pure da mia madre.

Mi diceva che avrei preso il raffreddore: ma quando mai ! Scapestrato com’ero, quale raffreddore? Dovevo ancora andare nel bosco della Guardia a cercare i due rami da mettere a lato del presepe, mi mettevo sempre d’accordo con i miei amici vicini di casa Biagio Mazzella e Silverio Esposito, con loro andavo alla ricerca dei rami più belli.

Tornavamo a casa stanchi morti, ma felici; rimaneva il rito della messa in opera di tutto il materiale trovato.

Prima la sabbia per il deserto, poi le pastocchie per coprire parte dei sugheri, infine venivano inseriti i rami a fare da cornice; a quei tempi non esistevano ancora le luci per il presepe, mettevamo dei lumini piccoli nei barattoli di concentrato di pomodoro, quelli da pochi grammi, pitturavamo l’esterno color alluminio e li nascondevamo circondandoli di muschio. In alto si metteva una lampada all’acetilene che dava una luce tremolante… a guardare le statuine sembrava che camminassero.

Sulle fronde dei rami mettevamo, a mo’ di palline, mandarini, noci, qualche Babbo Natale di cioccolato arrivato da chissà quale parte del mondo, forse dai parenti in America.

Eravamo intorno al 20 di Dicembre quando tutto era finito e il presepe era presentabile ai visitatori.

Orgoglioso, correvo a chiamare i miei amici per mostrare il mio presepe, e da lì cominciava il rito del Santo Natale.

Tra ragazzini si faceva a gara a chi aveva il presepe più bello.

Ancora oggi, che gli anni sono tanti, il rito della preparazione del presepe in casa mia non è cambiato.

BUON NATALE A TUTTI GLI AMICI DI PONZA E DI PONZARACCONTA

Lino Catello Pagano

 

 


 

 


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