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Ponzesi che viaggiano (1)

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di Sandro Russo

 

Le mie esperienze di viaggiatore non avrebbero grande interesse, o attinenza con i temi di questo sito, tranne che per un particolare aspetto: ho avuto spesso dei compagni di viaggio ponzesi.

La prendiamo ‘alla lontana’.

Se torniamo indietro nel tempo, i ponzesi sono stati grandi navigatori. Basti pensare alle esperienze – già riportate su questo sito – della colonizzazione delle coste della Sardegna e dell’avventura de La Galite, presso le coste africane.

Quindi, spinti dal bisogno, i Ponzesi sono stati grandi navigatori e colonizzatori; ma sono stati anche viaggiatori?

Con le due grandi ondate migratorie – negli anni tra le due guerre e nell’ultimo dopoguerra – non c’è molto da scherzare. Gli isolani fuggivano una terra inospitale, la mancanza di lavoro, quando non addirittura la fame nera.

Un’immagine tratta dal film di Emanuele Crialese ‘Nuovo Mondo’ (2006); il momento in cui la nave per l’America si distacca dalla banchina

Poi su quegli anni e quelle esperienze si è riusciti anche a riderci su, con il tipico spirito dissacratorio dell’animo napoletano, ma a quei tempi la vita era ben dura.

In varie storielle di quel periodo si raccontavano le disavventure (linguistiche) degli immigrati in America, dove le prime generazioni si erano barcamenate come avevano potuto tra i misteri di una lingua sconosciuta …Cu’ chella lengua sdreusa… Ciàmm… Ciùmm (mi ripeteva sempre mia madre).

Nella nuova lingua venivano cercate soprattutto le assonanze con il dialetto noto, con risultati – per noi, adesso – surreali, ma che permetteva loro di sopravvivere e di farsi capire.

Nascono così le varie traduzioni ‘fatte in casa: ’a checca per ‘cake’ (…’è purtate ‘a checca?); ’u ppiccie per ‘picture’, fotografia (…e mò facimmece ’nu ppiccie), ’a fatica ‘i picc’ e sciabule (il lavoro di piccone e pala; dove sciabule deriva da ‘shovel’: pala); da cui anche stimm sciabule, la pala meccanica (‘steam’: a vapore) introdotta sull’isola ai tempi del lavoro alla miniera di bentonite.

Così si raccontavano storielle sulle stranezze della lingua d’i ‘Mericàn’…E chille so’ matte… I vvie larghe ’i chiamene stritt; ’i corriére so aute (alte) tre-quatte metre, e ’i cchiammene bbas, i cavalle ’i cchiammene orse… Ma ‘na cosa hanne capite buone pure allòre: ’i mmoglie ’i chiammene uaie (‘wife’).

Quando devono fare bella figura, magari con un parente venuto a trovarli dall’Italia, gli emigrati da più tempo in America lo portano la domenica mattina a Long’ailande… (Long Island). E tornato a casa da quell’escursione, il parente racconta meraviglie: “…Quant’è bell’ a Long’ailànde, c’u’ blecche ca te poscie’a’rète” (‘black’ e ‘push’: “…con il nero che ti spinge da dietro”).

Un carrettino degli HOT  DOG

Le volte che i neo-immigrati si aiutano con un dizionario non va meglio. C’è questa storiella del ponzese che arriva sul suolo americano e si ferma incuriosito davanti a un carrettino con la scritta “Hot dog”. Non capisce il significato e cerca sul libretto che ha in tasca. Sfoglia: …Allora ‘hot’: ecco qua… significa caldo; e ‘dog’: vediamo Ah! cane… “Cane caldo” – ripete tra sé e sé, perplesso – …Ecché, mo’ ’sti ‘mericane se mangiene i cane scaudàte? Ma determinato a provare ‘tutto’ del nuovo paese, fa segno per averne uno anche lui, come vede fare agli altri.

Gli danno un panino ripieno, che apre con circospezione; se lo rigira tra le mani e commenta: – …E ggua’! …Che sfortuna ca tenghe! …Cu tanti ‘Mericane ca ce stanne, ‘u pisciott’ d’u cane è gghiute a tucca’ proprie a mme!

Altre ancora se ne raccontano, come quella dell’anziana signora che dopo averlo tanto desiderato, parte da Ponza per andare a trovare l’amato fratello in terra d’America. Grandi feste al suo arrivo, poi, dopo gli abbracci, il fratello si informa sollecito di com’è andato il viaggio e la invita ad andare al bagno a darsi una rinfrescata: …accussì te puoie lava’ ’a fess… Il buon uomo intendeva la faccia (‘face’) e non l’organo sessuale femminile (‘a fess’, in ponzese e napoletano), ma la signora non poteva saperlo: diventò tutta rossa e ancora la ricordava, quella brutta accoglienza da parte del fratello, a distanza di tanto tempo…

Passano gli anni… Le cose lentamente cambiano e gli immigrati del tempo che fu, tornano – in vacanza o in visita ai parenti – nella loro isola natale, con la curiosa idea che tutto sia restato tale e quale; qualcuno come ricordava che fosse; qualcun altro per come gli avevano raccontato. Come pure insistono a rimarcare quanto tutto è bello, grande e pulito “…allà”, e come tutto va male “…accà”.

 

Ancora una scena da ‘Nuovo mondo’: dove tutto è più grande e più buono

Ci vuole un po’ di tempo, in cui rimangono tra il deluso e il perplesso, loro, gli emigrati di ritorno, e i loro concittadini di una volta che li stanno a sentire: Ue’ …Ma ce si’ venuto, o te ci’hanne mannate? – Poi l’amore per l’isola e il sentimento delle radici comuni hanno il sopravvento e tutto finisce in un abbraccio e nella promessa di rivedersi presto…

 

Ma abbiamo leggermente deviato dal tema iniziale, che voleva proporre un nuovo tema.

In un modo che sarà più chiaro nella prossima puntata – di questa trattazione semi-seria sui ponzesi nel mondo – chiederei a chiunque voglia partecipare di mandarci qualcosa sul tema. Invito quindi a darsi da fare, a raccogliere ricordi propri e fatti sentiti… e a raccontarci altre storie di viaggi, passati o più recenti.

Alle prossime…

 

Sandro Russo

 

[Ponzesi che viaggiano. (1) – Continua qui]

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