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Ventotene e il domicilio coatto (3)

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proposto da Silverio Lamonica

Termina con questo articolo la lunga relazione al Ministero degli Interni dell’epoca – stilata da un ‘parlamentare’ che ufficialmente ha voluto mantenersi incognito – sulla ‘reale’ situazione dei coatti a Ventotene, pubblicata dalla “Gazzetta Piemontese”, Torino, martedì 16 dicembre 1879

 

“(…) Oltre a ciò, essendo conseguenza della detenzione in cella il ricovero pel mantenimento di venticinque centesimi soltanto in luogo di cinquanta, è avvenuto che più d’un coatto abbia talvolta commesso un furto o altro reato, pel solo desiderio di essere tradotto alla prigione mandamentale e di ricevere colà il nutrimento sano e sufficiente del carcerato.

Vi faccio grazia di ciò che non ho visto coi miei occhi, ma che le mie orecchie hanno udito narrare: di detenzioni protratte oltre ogni ragionevole confine, di uso e abuso di ferri e di catene, di battiture ed altre empietà; cose tutte in cui c’è da fare larghissima parte all’esagerazione, senza avere il diritto di gridare alla gratuita invenzione.

Esagerazione certamente non v’è stata della dipintura che io vi ho fatto così delle condizioni dell’isola, come di quelle della colonia. E, date siffatte condizioni, è bene agevole il comprendere come siano facili i disordini e come sia piuttosto da meravigliare che questi non riescano tanto frequenti, quanto frequenti sono le occasioni di vederli provocati.

Aggiungete che l’isola di Ventotene non ha altra comunicazione col continente che mediante un’altra isola, quella di Ischia, e che questa comunicazione si effettua unicamente col telegrafo semaforico; il che è quanto dire che nei giorni di nebbia, di nuvolo o di pioggia non v’è comunicazione di sorta.

Quanto alle relazioni postali queste hanno luogo con Ischia, Procida, Napoli ed oltre mediante un vapore che tocca l’isola soltanto una volta la settimana, proseguendo per Ponza e ritornando tosto; di modo che, ripartito il vapore, gli isolani e i coatti possono stare sette giorni nelle condizioni dell’isola più dimenticata in mezzo ai mari più lontani.

Vi ho parlato, è vero, della forza armata, ma questa è per la maggior parte alla custodia del Bagno di Santo Stefano, il quale contiene i più famigerati fra i grassatori e gli assassini del Regno; né d’altra parte è facile, come non è prudente, togliere presidio in caso di bisogno a Santo Stefano per rafforzare i carabinieri di Ventotene. Non è facile, dico, perché non appena il mare sia alquanto mosso, l’approdo a Santo Stefano diventa impossibile, quand’anche sia possibile ancora a Ventotene; ond’è più d’una volta avvenuto che il medico condotto del Comune, chiamato a prestare eccezionalmente l’opera sua nel Bagno, non ha potuto, dopo poche ore, ridiscendere in mare per recarsi alla propria casa e compiere gli altri suoi doveri nell’infermeria dei coatti, la quale, se non è in locali convenienti, è amorosamente governata e fornisce un vitto buono agl’infermieri e a quelli che, appunto perciò sanno, almeno per qualche giorno, infingersi tali.

Ho saputo che durante il periodo di tempo nel quale l’on. Zanardelli tenne il Ministero dell’Interno, il numero dei coatti ebbe a diminuire anche a Ventotene, essendo stati rimandati alle loro case, se non tutti, molti fra quelli la cui presenza nella colonia era un’accusa di illegalità contro il Governo. Così furono liberati quelli che erano stati mandati a domicilio coatto sol perché vi rimanessero a disposizione, come suol dirsi, della prefettura che li inviava e quelli che vi erano stati cacciati dietro la semplice ammonizione e senza l’esaurimento delle altre formalità volute dalla legge. Ed è sperabile che siffatti casi non si verifichino più. Ma poiché è reputato atto di sapiente e coraggiosa energia il liberare gli uffici e gli ufficiali di pubblica sicurezza dal dovere di sorvegliare la gente pericolosa per la pubblica quiete, così le condanne successivamente avvenute debbono aver ormai riempito i vuoti che la giustizia di quei provvedimenti produsse nelle colonie dei coatti.

L’ultimo disordine poi avvenuto a Ventotene è là per provare che in tutto il resto nessun mutamento è avvenuto. Né un mutamento può venire mai, se non si pensa ad organizzare colà qualche lavorazione che possa, volendosi mantenere il sistema del domicilio coatto, offrire ai relegati il mezzo di sottrarsi all’influenza perniciosa dell’ozio e di assumere quelle tranquille abitudini di ordine e di lavoro, che sole possono lasciare sperare un incamminamento verso l’emenda anche delle nature più turbolenti e pervicaci.

Su queste influirebbe eziandio, quando il lavoro desse modo di istituire efficaci confronti, la feconda virtù dell’esempio; imperocché, in mezzo a quella turba che a primo aspetto offre una miseranda identità di spettacolo, vi son pure delle differenze abbastanza notevoli, le quali si rivelano nella condotta e nei modi. I Siciliani, per esempio, che formano un buon terzo della colonia dei coatti di Ventotene, sono fieri, ma composti e tengono generalmente una riserbatezza di condotta, che fa contrasto colla loquacità dei Toscani, i quali sono in numero minore, ma si mostrano i più queruli, i più cenciosi e i più demoralizzati.

E qui pongo fine alla mia narrazione, non d’altro desideroso se non di avere con essa fornito forse l’argomento a discussioni, da cui abbia a nascere in chi lo può e lo deve il proposito di studiare a fondo questo argomento del domicilio coatto, il quale, attuato com’è, non risponde certamente al fine per cui il legislatore lo ha istituito.

Si voleva un rimedio, e non si è avuto che un palliativo, il quale crea localmente qualche illusione, ma finisce col produrre mali maggiori. Questa, lo so, non è verità facilmente creduta; ma questa almeno è la convinzione di chi ha guardato un po’ più addentro nell’attuale sistema ed ha voluto vederlo nella sua pratica applicazione.”

Addio.

[Ventotene e il domicilio coatto (3) – Fine]

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