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Schizzi di salsedine da Ponza (7)

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di Franco De Luca

 

Basta salire un po’ per le stradine che s’inerpicano verso l’alto e si può cogliere la bellezza dei poggi aerei che tanto entusiasmarono Pasquale Mattej, nel lontano 1848 (L’arcipelago Ponziano)

Così si espresse quel formidabile formiano che ancora attende dai Ponzesi un gesto di gratitudine: “Torreggiante il suolo tra i filari di rigogliosi pampini ed arboscelli utili di tante specie riveste e rinverdisce il dorso di monte la Guardia e gli altri man mano si succedono girando a destra lo sguardo. E pria in complesso ammirate quella scena, distinguendone poi le parti, vai notando siccome a que’ pampini succedon casinetti, e terrazzine, e casolari sparsi sulle ridenti montagne, e accomodati da natura e dall’arte a fiori ed a piante rampanti. Dovizia da per tutto di poggi muscosi, di facili clivi, di recessi e solitudini placide e silenziose, e sempre vie tortuose e condotte fra pittoreschi macigni, scabre e selvagge se vuoi, ma variate ed agevoli, per la natura” 

Simile sentimento ho assaporato ascendendo una delle viuzze che recano sopra gli Scotti.

E mentre mi perdevo nello sguardo che dalla conca del porto s’apre alla rada e poi, via via, fino a Gavi e giù a Zannone, in un terso che questo dicembre ci sta regalando a piene mani, ho avvertito un odore forte, nuovo. Aleggiava per quegli spazi, trasportato da un leggero soffio.

Era l’ora che nella mattina  si prepara al pranzo. Odore di cibo su brace, ma inconsueto, declinante verso il dolciastro. A metà fra pesce e carne. Titillava l’odorato e l’attirava. Ed io ho seguito quell’invito.

Sopra un piccolo slargo, in faccia al mare, protetto da alcune case dietro, una donna s’adoprava intorno ad un fornellino a carbone. Accanto uno sgabello con sopra due piatti.

Da quello pieno prendeva con la forchetta  e li appoggiava sulla graticola. Erano pezzi di fegato di merluzzo. Una rapida cottura e li riponeva nel piatto pulito.

Fegati di merluzzo (naselli) sì, proprio quelli che non troviamo nei pesci quando li compriamo in pescheria. Ora riuscivo a sapere il perché di quella mancanza: i pescatori li estraggono con le dita dall’ampia bocca del pesce, per consumarli loro.

L’afrore era tanto forte da estendersi nell’aia e stuzzicava il palato. Ho chiesto alla signora un assaggio. La cortesia paesana non si è fatta pregare e un sapore d’altri tempi ho gustato. Prima in bocca e poi nel cuore.

L’ isola vive, nonostante l’abbandono di chi ha il compito di conservarne lo spirito, l’isola vive. Come un vecchio che ha vissuto anni ed ha fortificato la sua vitalità. Vive con poco e del suo gode.

 

Francesco De Luca

[Schizzi di salsedine da Ponza (7) – Continua]

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