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Bianche vele, di Bernard Moitessier

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proposto da Lino Catello Pagano

 

È ora di stendere le mie bianche vele alla leggera brezza di sud-est che mi annuncia essere giunta l’ora di partire ancora una volta verso quella linea dell’orizzonte che la mia barca non raggiungerà  mai. Ma dietro quell’orizzonte ci sono altre terre, altri amici che vorrei conoscere meglio prima di doverli lasciare. Destino del marinaio, sempre insoddisfatto, perché pensa che, sull’altra riva, sempre più lontano, debba trovarsi quello che cerca.

 

(Bernard Moitessier, 1960) 

Notizie su Bernard Moitessier (sintetizzate da Wikipedia)

Bernard Moitessier (Hanoi, 10 aprile 1925 – Parigi, 16 giugno 1994), navigatore e scrittore francese, primo a circumnavigare il globo senza scalo, è stato un avvincente scrittore e uno dei più notevoli navigatori solitari.

[…]

…Mentre scriveva il resoconto  di un suo famoso viaggio del  1963: Capo Horn alla vela, cominciò a progettare un’impresa ambiziosa e mai tentata prima: fare il giro del mondo senza scalo, passando per i tre capi (Buona Speranza, Capo Leeuwin e Capo Horn). Durante il 1968 lavorò al Joshua – la sua barca in metallo, così chiamato in onore di Joshua Slocum, in primo circumnavigatore del mondo a vela, in solitario) – allo scopo di metterlo in condizioni di reggere l’ambizioso viaggio.

Proprio mentre si stava organizzando, venne indetta dal giornale inglese Sunday Times (1968) la prima regata intorno al mondo in solitario, la Golden Globe Race, con partenza da un qualsiasi porto inglese e ritorno dopo aver passato i tre capi.
Moitessier, titubante per il rischio di declassare una impresa eroica a semplice competizione sportiva, vista la posta in palio accettò e decise di partire da Plymouth il 22 agosto 1968. Dopo aver doppiato i tre capi e superato Knox che era partito con circa un mese di anticipo ed era sempre stato primo, con grande stupore del mondo intero, annunciò di non voler ritornare in Europa, abbandonando così la gara e le 5000 sterline del premio a vittoria praticamente sicura (il Golden Globe sarà vinto da Robin Knox-Johnston).

Proseguì quindi la rotta meridionale superando per la seconda volta il Capo di Buona Speranza e percorse un altro mezzo giro del mondo, senza scalo, fino a raggiungere il 21 giugno del 1969 dopo aver percorso 37455 miglia (69367 km ), Tahiti, nella Polinesia francese.

La storia della celebre impresa si trova narrata nel suo libro più famoso, “La lunga rotta“, uno dei libri di mare più apprezzati e più letti al mondo, che ha fatto di lui un modello per intere generazioni di velisti.

Così Moitessier racconta nel libro la sua decisione di abbandonare la Golden Globe Race:

“Vorrai certamente sapere perché non sono rientrato in Europa. Il motivo è che nel mondo moderno ci sono troppi dei. Moravia ha mille volte ragione quando scrive che la misura umana è l’universale ed il particolare, e non il gigantesco ed il minimo. Che cosa avrei trovato in Europa? Soltanto il gigantesco che stritola l’uomo ed il minimo che l’abbrutisce. Ecco perché non sono rientrato in Europa. Per non ritornare in Europa, avrei potuto far vela verso le Antille o verso Dakar. Non l’ho fatto perché questi posti, per il momento, non mi attirano, ma soprattutto perché in mare ero felice, perché avevo trovato la pace del mio spirito, una pace totale, profonda, troppo preziosa per dover rischiare di perderla fermandomi “prima del tempo giusto”. Non potevo sopportare l’idea che il mio viaggio dovesse concludersi poche settimane dopo il Capo Horn.

Il desiderio di continuare verso il Pacifico era sorto in me molto tempo prima del Capo Horn. Ma era soltanto un desiderio, qualcosa maturato dallo spirito e che la mia mente accarezzava. Soltanto dopo l’Horn, dopo l’immensa purezza dell’Horn, il desiderio di proseguire, di andare molto più lontano divenne una sorta di esigenza materiale, piuttosto che una decisione pura e semplice. Non si trattava, qui, di arrivare alla fine di un viaggio, ma di giungere “alla fine di me stesso”.

Dovevo proseguire, era necessario che rimanessi più a lungo nelle alte latitudini, dove l’essere umano si trova senza forze, smarrito per la consapevolezza dei suoi limiti, ma dove trova anche coscienza della sua grandezza. In quelle latitudini, sentivo che il mio essere si rimpiccioliva e s’ingrandiva, che lo spirito è carne, e che la carne è spirito. Ecco perché, quando all’alba salivo in coperta, mi piaceva urlare la mia gioia di vivere, mentre contemplavo il cielo che andava rischiarandosi su quel mare colossale per forza e per bellezza, e che, a volte, cercava di annientarmi.

Per questo ho continuato. O per lo meno credo sia questo il motivo. Certo, spesso ero preso da un forte smarrimento di fronte ai potenti colpi di vento, alle ondate gigantesche, alle nuvole gravide di pioggia che si rincorrevano a pelo d’acqua portando con loro tutta la tristezza del mondo e tutto il suo sconforto. Ma dovevo continuare lo stesso; forse perché quando si comincia una cosa, si deve condurla a termine, anche se, a volte non se ne comprendono le ragioni.

Ma che cosa ti vado dicendo? Non sono ragioni sufficienti e validissime i cieli limpidi, i tramonti color del sangue e della vita in un mare scintillante di bellezza? Come spiegare tutto ciò? Si può forse spiegare che non sono le stelle, il mare, il vento in se stessi a procurarci l’estasi ed il sogno, ma che invece sono i nostri sensi e la nostra anima a cercare tutto ciò?

È difficile dare una spiegazione alla mia decisione di continuare il viaggio, ma un motivo doveva esserci, e questo motivo aveva un valore immenso, immensamente più grande del Golden globe e delle 5.000 sterline del “Sunday Times“.”

(Bernard Moitessier, 1969)

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