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Subito dopo il tramonto

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di Teresa Campi

 

Suzette Shellersheim è il personaggio principale del mio ultimo romanzo non ancora pubblicato. Il riassunto risulterebbe essere troppo complesso e lungo, si tratta di un finto libro di carteggi, lettere consegnate ad un editore che con una nota apre il libro. L’autrice delle lettere – Suzette Shellersheim – è morta e l’editore pubblica una ristampa delle lettere che Suzette inizia a scrivere dopo l’abbandono di un amore e l’alluvione di Firenze che ha spazzato via i suoi manoscritti e la sua biblioteca.

La lettera qui riportata si trova a tre quarti del libro, quando inizia la ‘rinascita’.

Ho scritto ‘la lettera’ da un finestra di una casa di Ponza proprio mentre assistevo al tramonto. Ho passato a Ponza un intero mese da sola a scrivere, nell’ottobre di due anni fa, perciò credo che sia interessante pubblicarla sul sito! 

Teresa
 Campi

 

 

Stavolta è stata pura felicità!

Al solito, siamo arrivati subito dopo il tramonto. Le onde erano d’oro liquido e il sole creava un fascio di  luce stordente. Ho pensato alla condizione umana: paradossale. Parla un linguaggio universale ma è legata all’individualità. L’individualità è rappresentata da ogni tramonto e ogni tramonto è una preghiera, è un fatto mistico. È qualcosa che non si può dividere, né fermare, non può essere scomposto. Shelley scrive che la mente che crea è come un tizzone che si spegne, così il nostro giorno, ogni giorno. Perfetta la luce che si spegne per rinnovarsi. Così banale l’acquisizione di queste semplici cose, come il pane e il vino. Ma noi non ci pensiamo mai.

Prima che il sole tramonti pare sempre che qualcosa dovrebbe essere stato fatto prima, ma poi ti lasci abbagliare da questa lenta discesa. Eravamo tutti ammutoliti, aspettavamo qualcosa. Forse una dichiarazione di pieno amore fra noi. Ci sentivamo così intimamente vicini che ogni parola era superflua. Ognuno di noi avrebbe voluto tornare indietro e fermare il tempo, mentre i gabbiani volteggiavano solenni attorno alla barca e gli uccelli della costa facevano da controcanto. Ci stavamo semplicemente avvicinando a qualcosa che però sfuggiva. Quell’evento sembrava irripetibile eppure succedeva ogni giorno.

“Tu inviolata sposa della quiete”  – i versi di Keats erano più veri del vero.

E poi cosa è successo? Il fascio di luce andava man mano rimpicciolendosi: era trascorso il momento magico? Stavamo perdendo qualcosa senza accorgercene? Sentivo che quella esperienza era come un’intera orchestra nel movimento finale. Molte però erano state le omissioni, e queste languivano irrisolte sulla bocca muta di ognuno di noi. In quel momento eravamo uniti come unita è la materia vivente rispetto al miracolo cui eravamo sottoposti. Una legge inesorabile ma affascinante ci legava. Il tramonto era unico e faceva parte solo di se stesso. Questo il segreto.

Ora il sole era a pochi centimetri dal mare e già l’atmosfera era cambiata, l’azzurro in un vellutato e benevolo grigio perla, il fascio di luce più esiguo e sottile bruciava solo una piccola scia di mare e i gabbiani volavano più basso. Il mare era fermo, in superficie solo chiazze sparpagliate di azzurro più chiaro. Ora saliva dal mare una brezza arancio rosata e il sole acquisiva sempre più consistenza, scoppiava dall’interno, la circonferenza del sole ci diceva che qualcosa era già accaduto senza che noi ce ne fossimo accorti; eppure eravamo stati così attenti, eppure avevamo pedinato l’orizzonte, ed ecco che all’improvviso una nuvola si era frapposta fra l’orizzonte e il sole che velato e sempre più enigmatico andava a bagnarsi.

Addio, troppo caro tu sei perch’io ti tenga – Shakespeare si rivolgeva ad un amico con questi versi, ed io li regalavo al mio sole, al mio sole morente.

Era quasi buio ormai e per fortuna abbiamo potuto ricoverarci nella ‘nostra’ rada, di nuovo a Cala Brigantina.

Al mattino, dopo un buon sonno, credevo di non riconoscerla! Non l’avevo vista di quel colore! Presto, alle prime ore del mattino era bianco latte e i gabbiani che nidificano nei fori delle guglie stavano festosamente annunciando il giorno. Poi, man mano che il sole saliva, la roccia ‘friabile’ che un tempo sarebbe scomparsa, rivelava spietatamente nel punto in cui eravamo, le sue viscere interne:  la Cala altri non era che una grossa fenditura arrecata dal tempo all’isola – non più lunga di due chilometri e mezzo – un ammasso di terra emersa dalle acque dopo una esplosione vulcanica di una bellezza mozzafiato. Tu puoi arrivarci, a nuoto naturalmente, perché gli scogli sono disseminati e urterebbero contro la prua della barca. Primitiva mi sono sentita quando poi, superate le piattaforme pianeggianti, abbiamo nuotato con Vanja e Bob nei suoi ‘intestini’: sull’acqua verde che lambiva le caviglie siamo passati sotto agglomerati di pietra rosa, giallo ocra, azzurrina, a forma di gradini, blocchi, a cubetti, a fessure e a tagli – alcune rocce appoggiate su altre rocce in pericolosa sospensione che pare dovessero crollare da un momento all’altro – e difatti, ogni tanto viene giù qualche arco, o “cappello”, a disegnare grotte, caverne, antri “gotici”, barocchi o che ricordano sfarzi rinascimentali.

Nel tardo pomeriggio i raggi del sole sull’acqua vitrea del mare disegnavano ghirigori  che man mano s’espandevano tendendo ad uniformare sia il cielo che il mare stesso in un unico degradante colore. Ecco un altro tramonto ora, altri pensieri, altre visioni. Avevo sempre pensato che il tramonto recasse in sé un significato che sempre mi sfuggiva. Ma stavolta mi aveva rivelato più di qualcosa. Vanja si beava del contatto del sole sulla sua epidermide bianco latte mentre Bob, che tutto aveva previsto, intendeva arrivare poco prima del tramonto, sacrificando qualche sosta da noi richiesta invano a gran voce dalla barca. Giunti nella rada è stata la “visione”. Qui ho compreso  le parole di Hoelderlin quando scrive che al tramonto scende il nume sulla terra che ricongiungendo cielo e mare fa scomparire ogni distanza. In quell’attimo di eternità una carezza di luce freme sul mondo intero rendendo tutto immateriale e rarefatto. Io avevo fortuna ad assistervi, come per la prima volta. In quel bagno di luce, mi sono commossa. Era tutto diverso rispetto all’altro tramonto che avevo visto. Senza un perché. M’aveva afferrato alla gola un sentimento forte, invasivo.

L’enigma spingeva finché, d’un tratto la parola “purezza” mi ha dischiuso le labbra: purezza. E purezza – doveva essere o esserci, e vera doveva essere, perché appena pronunciata tutto dentro di me si placava. Incredibile!

E’ difatti purezza era quella visione cosmica del lasciar essere, regione necessaria allo spirito per attingere il sublime; purezza anche di passione, di una passione che si trasforma in contemplazione pur nei suoi momenti più intensi; purezza di visione estetica, “bellezza è verità, verità è bellezza”, bellezza che vive solo di luce e con quella luce cercare nell’intimo qualcosa che somigliasse a quella luce che deve esistere anche fuori di me altrimenti non avrei avuto questi occhi per riconoscerla come tale.

Tutto questo non poteva essere solo un sentimento dionisiaco (quello caro a Hoelderlin), o la risultanza di una suggestione cosmologica come quella che avvertivano i poeti romantici inglesi, a partire da Wordsworth. Potevo toccarlo con mano: era tangibile in tutte quelle forme del cuore quand’esso non soffriva. Il cuore di ogni cosa che esiste – che palpiti o meno –umana o non umana, che vive per sostenere qualcosa d’altro e in funzione di questo. Credimi, la natura non l’avverto più come rifugio o divina consolatrice dei mali dell’uomo. E’ qualcosa di più e di meno al contempo. Sono io. Quel me di natura diversa. Metà donna e meta Sirena. Metà roccia e metà acqua, metà cielo metà terra. Una intuizione di due cose che hanno entità diverse nell’apparenza ma che sono simili nella sostanza, inscindibili l’uno dall’altro, una sorta di ombra attorno al mio corpo, era il mio corpo che emanava quell’ombra ed era da questa circondata. Ad ogni mio spostamento l’ombra si riformava, capisci? Dunque dov’era? Semplice. Era in ogni dove. Così ho continuato a pensare pensieri che venivano a me senza che io li chiamassi, fino a tarda notte, quando  le voci dei gabbiani in corsa che continuavano a sventolare sulle nostre teste e a volte si facevano più stridenti, più disperati; a volte qualche gabbiano pareva cercare affannosamente un suo simile che s’era perduto ed io speravo che lo ritrovasse; altri “conversavano” percorrendo longitudinalmente la cresta  della piramide opalina, su e giù, di traverso e per diritto mentre nel frattempo era sopraggiunta la notte e la Cala era in amorosa corrispondenza ora, con la luna. Umani a volte parevano i suoni rauchi dei gabbiani come non li avevo mai sentiti, come fossero un poco umani anche loro.

Salutami la mogliettina

Suzette

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