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Su Ponza e sulla Fotografia (3). Fotografare come viaggio interiore

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Testo e foto di Antonio De Luca

 

Cosa fotografo..? La bellezza come esplosione del meraviglioso momento che sublima la vita.

La mia emozione si concentra sull’essenza; poi lo sguardo valuta l’originalità; va al nucleo e al fascino della sorpresa.

Attraverso la macchina fotografica il mio sguardo cerca di penetrare l’oscurità dell’anima, dell’esistenza. Il respiro quasi si trattiene, come accade al poeta quando dice i suoi versi.

Lo sguardo è lampo e tuono davanti ai segni di cui l’uomo e il tempo sono interpreti e destino…

***

Queste foto… Io stesso le riguardo ora, dopo tanto tempo. Sono di circa trent’anni fa. Molti di questi volti li rivedo ogni tanto, al cimitero, che mi guardano dalle immaginette sulle lapidi.

Posso solo immaginare cosa pensavo allora, quando le ho fatte. Qualcosa ricordo, qualcosa ho dimenticato; oppure ho aggiunto, prendendo pensieri ed esperienze dalla mia vita successiva… Chissà. Con Wim Wenders potrei dire che sempre si fotografa quel che appare “soltanto una volta”, e quella ‘sola volta’ la fotografia fa diventare  un ‘sempre’.

Ho fotografato un uomo che cammina con un sacco in spalla… Cosa pensava e qual’era il suo umore, cosa guardavano i suoi occhi. Quest’uomo col basco e il pantalone con la toppa nera lo seguivo da tempo; è da parecchio che è morto. Mi dava l’idea della fierezza rivoluzionaria dei combattenti nella guerra partigiana spagnola contro Franco: i rivoluzionari indossavano tutti i baschi: questo pensavo a quei tempi…

Mi chiedo invece, adesso, chissà cosa pensava quell’uomo di me, che mi interponevo tra lui e il suo destino, quel giorno…

Ho fotografato la solitudine di un uomo che cammina lungo un cortile di una casa, da cui è separato da un muretto e da un cancello. Quel camminare assorto mi dava la temperatura, l’umore, l’età di quell’uomo…  E la povertà, l’essenza portata agli estremi e vissuta con dignità e grande rassegnazione. Era una persona onesta, educata; un gran lavoratore. Gli volevo bene; ora mi commuove il ricordo di mia madre che spesso gli dava regali e lo aiutava.

Ho fotografato un uomo anziano appoggiato a una barca; la solitudine della mia gente, sulla mia isola E la comparavo, nel mio pensiero, a quella di altri uomini, in città e luoghi estremi del mondo; accomunati da un unico implacabile destino. Dalla grande metropoli al contadino dell’Anatolia estrema. La civiltà ha disintegrato la coscienza dell’uomo e lo ha catapultato in un abisso di solitudine, ripiegato su se stesso.

Quest’uomo guardava dentro di sé; forse ripensava alla sua vita: chissà se era felice o aveva dei dubbi, se si sentiva amato… Se aveva ancora parole per il mondo, o era rassegnato a una fine senza più emozioni.

Tre uomini seduti. Sono nell’ordine, da sinistra: Alessio, Urgentino (Martiéll’) e Dununiell’, il padre di Nunzio il benzinaio: tra i primi maestri d’ascia venuti a Ponza: costruiva barche e mi affascinava. Guardano il passeggio sul Corso e il mare. In silenzio. Erano vicini ma non si parlavano: era il silenzio a comunicare tra loro. Attori pronti per una pièce di Jonesco

Questa posa (Alesi’u’mammone) l’ho scelta per il colore: il giallo provenzale sfumato di Monet su quell’uomo, lo attraversava; ne faceva un’immagine pacata e sicura. Il ricordo di un quadro impressionista

 ***

Poi ho preso delle immagini di gente che lavora; lavori lenti e meticolosi, da vecchi o da pensionati.

Molti lavorano alle reti: a tesserle (sarci’ ‘a rezza), ripararle e riporle…

Usavano u’ muòdel’ (il modulo, per fare tutte le maglie tutte uguali; ’a cucella (un grosso ago) e u’ runcìll’ (un affilato coltello ricurvo), come orafi cesellatori dell’antico Egitto (per una rivista di termini dialettali legati alla pesca, leggi qui).

Ancora ‘Alesio’ che ripara ‘na rezza. Il luogo è Sant’Antonio, davanti al chiosco d’u’ Surecill’ (poi passato alla figlia, a’ Surecella), chiuso per l’inverno. Si vede sulla destra il glorioso cavallo a dondolo, per i giochi dei bambini, riposto in attesa dell’estate.

E ho fotografato la dignità dell’uomo fiero e onesto, che mi guarda libero, e nulla ha da temere davanti al mondo corroso dagli eventi…  Forse cercavo – ricordando il me stesso di un tempo – di penetrare nella sua anima, affinché mi dicesse qualcosa sul nostro comune destino…

 

Antonio De Luca

[Su Ponza e sulla Fotografia (3) – Continua]

 

 

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2 commenti per Su Ponza e sulla Fotografia (3). Fotografare come viaggio interiore

  • polina ambrosino

    Anche la fotografia è poesia. Racconta una storia, le dà uno sfondo, un colore, una sua particolare atmosfera. In queste foto c’è un profondo amore e un senso di nostalgia fortissimi per l’essenza di un’isola e della sua gente. Antonio, perchè non creare con queste tue foto una mostra permanente nel “museo” di Ponza? Anche se quello non è un museo vero, credo che questo segno di civiltà ponzese meriti di esserci, anzi, ha il dovere di esserci.

  • palmerino

    Concordo: sarebbe bello istituire una mostra permanente.
    Tra l’altro, tra i vari mestieri che io ho esercitato ho avuto la ventura di essere fotografo per molti anni e comprendo la magica “empatia” che si crea con il soggetto da fotografare.
    Ogni persona fotografata regala qualcosa di se stessa ed è un riflesso del nostro ‘sé’, alla fin fine.
    Non siamo tutti uniti da una forza “divina”?
    Mi piace pensare che sia così. 🙂

    P.S. – Bello rivedere mio nonno “Dununiell” vestito di tutto punto: mia madre mi racconta che lui ogni domenica andava a messa e poi faceva la classica passeggiata al porto.
    La mattinata era dedicata a se stesso: se la meritava tutta visti i tanti sacrifici che faceva nel suo lavoro e nell’essere un sicuro punto di riferimento per la sua famiglia.
    Grazie per avermi regalato questa emozione.

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