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Chiesa della SS. Trinità (6)

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di Gino Usai

Un giorno, ad affreschi ormai ultimati – eravamo forse nel 1950 – il parroco Dies incontrò Raffaele Sandolo per strada e gli disse: “Non vieni mai in chiesa…ognuno ha dato qualcosa, tutti hanno contribuito a fare la nuova chiesa e tu no!”

Quando scoppiò la guerra, Raffaele Sandolo, classe 1904, abilissimo comandante di lungo corso, nonostante l’età ormai avanzata, venne richiamato in Marina, imbarcato sui rimorchiatori e spedito al fronte sulle coste dell’Africa. Per come erano andate le vicende dell’Asse, dopo la battaglia di El Alamein nel novembre del 1942, ben presto si convinse che le sorti della guerra erano segnate. Fu fatto prigioniero dagli inglesi ma riuscì a scappare e ad evitare di finire in India o in Sud Africa, dove erano in agguato le flotte giapponesi. Riuscì a rientrare in Italia e a sbarcare a Taranto, dove ottenne una licenza per raggiungere Ponza. Era il luglio del 1943.

In quei giorni il suo primogenito Italo, un bambino di sette anni, era nella casa dei nonni a Le Forna. Giocando sul tetto della casa di Brillantina, cadde e si fratturò il femore. Lo trovò a terra, privo di sensi, Giovannina ‘i Maruzza, vicina di casa. Il bambino venne soccorso ma le speranze di vita erano ridotte al lumicino. Lo trasportarono nella casa dei genitori a Ponza, in via Scarpellini. Qui il bambino venne curato dal dottor  Silverio Martinelli. A quel tempo nell’isola non c’era la possibilità di fare una radiografia e nemmeno un’ingessatura (a tutt’oggi è così!). Martinelli s’arrangiò alla bell’e meglio: fasciò la gamba e la incerottò per intero, poi la mise in trazione applicando all’estremità i pesi (due o tre chili) della bilancia di Peppinella ‘u Preute, la quale aveva un negozietto nella piazzetta della Punta Bianca, di fronte al Municipio e poco distante dalla casa del piccolo Italo. Raffaele trovò suo figlio in gravi condizioni e si disperò. La mattina del 24  doveva rientrare col piroscafo S. Lucia, ma il giorno prima decise di non partire e di non presentarsi in caserma; comunicò la sua intenzione al comandante della stazione dei RR.CC. di Ponza, il maresciallo maggiore Aniello Avallone, suo compagno di scuola al Nautico di Procida. Il maresciallo gli consigliò di non fare colpi di testa e di partire, pena l’arresto. Gli ricordò inoltre che si era in guerra e per i disertori era prevista la fucilazione. Raffaele rispose, in maniera ferma e risoluta, come sapeva fare: “Tu la guerra l’hai fatta comodamente a Ponza, vero? Io l’ho fatta in Africa,al fronte, e preferisco essere fucilato in casa piuttosto che in Africa!”

Alla fine gli fu concesso di ritardare la partenza con un certificato medico per gravi motivi familiari, date le condizioni del figlioletto.

Anche suo fratello Benedetto, classe 1908, era in licenza a Ponza in quei giorni e anche lui quella mattina doveva partire.

Benedetto e Raffaele erano proprietari del bastimento S. Filomena, costruito nel 1908 nei cantieri navali di Torre del Greco, con una stazza lorda di 46,64 tonnellate, immatricolato nel Compartimento Marittimo di Gaeta il 17 maggio del 1908. Caricava bentonite alla miniera di Le Forna e la trasportava alla raffineria di Gaeta. Quando scoppiò la guerra, venne militarizzato insieme all’equipaggio e utilizzato per il trasporto delle munizioni da Gaeta in Sicilia.

In quei drammatici giorni di luglio del 1943, il S. Filomena era fermo nel porto di Gaeta; Benedetto riuscì ad ottenere una breve licenza per raggiungere la moglie e i figlioletti a Le Forna. Terminata la licenza il 24 luglio doveva rientrare a Gaeta perché il S. Filomena era in procinto di partire per la Sicilia. Quel viaggio era stato ripetutamente rinviato per paura dei bombardamenti aerei degli Alleati, ma ora bisognava partire.

Così, all’alba di quel fatidico giorno, salutò la moglie e i figli e col bagaglio scese i numerosi e scoscesi gradini di Calinferno. Salì sul barcone di Pallaccannone, che faceva la linea da Calinferno a Ponza, e a remi raggiunse il porto. A quel tempo non vi era la carrozzabile e Le Forna era collegata col porto via mare. Giunto al molo, Benedetto fece il biglietto e imbarcò. Suo fratello Raffaele quella mattina lo cercò per convincerlo a non partire e restare a Ponza come aveva fatto lui, ma non lo trovò.

Benedetto viaggiò insieme al suo amico Francesco Aprea. A Ventotene si consumò la tragedia.

Francesco Aprea fu l’unico ponzese a salvarsi. Anni dopo, raccontò al giovane figlio di Benedetto, Salvatore, che lui e il padre viaggiarono insieme e quella mattina per colazione mangiarono pane con melanzane indorate e fritte. In prossimità di Ventotene sentirono i colpi di una mitragliatrice e nel frastuono lui non vide più Benedetto. Era stato dato l’ordine di prendere i salvagente e così cercò di  raggiungerne uno, ma non riuscì a muoversi dall’angolo in cui era al riparo perché la mitraglia era incessante e non dava scampo. Poi ci fu l’esplosione e si trovò sbalzato in acqua da dove vedeva la nave spaccata in due affondare. Disse fra sé: “E’ mancato poco che morissi!” immaginando che tutti gli altri si fossero messi in salvo.

Quando giunse la notizia a Ponza, Raffaele si disperò per non essere riuscito a trattenere il fratello e prontamente, insieme a Geppino Vitiello e ad altri, con un gozzo si recò a Ventotene per recuperare i superstiti. Ma non ci fu niente da fare, la tragedia era già tutta consumata: tornarono a mani vuote e con la morte nel cuore. L’indomani il maresciallo Avallone gli portò le condoglianze per la morte di Benedetto.

 

Gino Usai

(6. Continua)

 

 

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