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Un brano tratto dal libro “La Compagnia dei Celestini” di Stefano Benni

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proposto da Vincenzo Ambrosino

 

Vi si parla di un’isola prima e dopo l’avvento del turismo: ironicamente e paradossalmente racconta a cosa può portare l’avidità dell’uomo.

 

“…QUESTO ERA UNO DEI PIU’ GRANDI TRAGHETTI DEL PAESE”

“E come mai è finito così?”

“Ha seguito l’ascesa e la rovina di Paolino Scandriglio. Se volete ve la racconto.”

 

Tra tutte le isole di Gladonia, Limonza era una delle più belle. Mare trasparente, dovizia di piante tra cui il famoso limone dolce e sabbia così fine che gli abitanti la mettevano nei cuscini come piumino d’oca. Nei suoi boschi, prosperavano funghi e fagiani, nel suo mare abbondavano pesci pregiati e anfore antiche. Un paradiso per mille anime, tra cui il piccolo Paolino Scadriglio, figlio del pescatore Bernardo e della tessitrice Agnese.

Avvenne che, negli anni cinquanta, l’isola Limonza fu scoperta dal turismo. Giunse uno yacht e ne scesero diversi nobiluomini. Pare venissero da terra nordica dove alcuni limonzesi avevano cercato fortuna armati solo di ingegno e limoni surgelati. Uno di questi, divenuto un celebre icekrimmerman, aveva raccontato ai clienti della sua isola paradisiaca. Costoro giunsero in delegazione, guidati da un uomo rotondo e biondo, che arrivò fin sulla riva del mare, misurò la grana della sabbia, la temperatura dell’acqua e poi, palmipedato e armato di tridente, si calò nei fondali. Quando riemerse, i suoi occhi azzurri esprimevano infinito stupore e beatitudine e sulla cima del tridente agonizzavano tre saraghi, un’intera famiglia distrutta.

Intanto gli altri lodavano chi i profumi dell’aria, chi la discrezione delle zanzare. Ci fu un franco e cordiale incontro con gli abitanti del luogo. Un solo nordico barbuto sembrava scettico. Ma un’indigena limonzese con la chioma corvina scese in mare, arrotolò la sottana al florido baricentro, si chinò ed estrasse da uno scoglio una vongola grande come un ventaglio giapponese.

Con un sorriso invitante, la offrì al barbuto. Questi trasse di tasca un prodigioso coltellino tuttofare, dotato anche di cavatappi, lima, forbici, fresa, cric, forcipe, svuotalimacce e scardinacozze. Con l’apposita lama forzò lo scrigno del vongolone e ne mise a nudo la palpitante preda, la nuda carne pelagica. “Pinna nobilis” disse con voce grave.

Tutti ammutolirono.

“Voi sapete”, aggiunse poi in perfetto limonzese “che questa piccola creatura ha anche lo stomaco e il cuore?”

I presenti guardarono l’indigena come un’assassina. Ma tosto il barbuto, chiamato Eraclitus, sorrise, resecò il bisso ombelicale del vongolone e papposselo.

Pappossene poi anche altri sedici.

In tal modo tutti se ne andarono felici, promettendo di ritornare.

Il destino di Limonza era segnato.

Arrivarono turisti esclusivi dai luoghi più esclusivi, poi il turismo di massa. Nel giro di pochi anni Limonza era un alveare di hotel, pensioni, zimmerfrei, camping, tucùl, e bungaloi. La spiaggia non aveva più la vista di una volta perché una barriera di duemilaecinquecento natanti, la famosa “barriera camparina” la circondava. Il nome di “barriera camparina” derivava dal fatto che vi soggiornavano in continuazione proprietari di barche stanziali con l’aperitivo (campari) in mano e nessuno più nuotava per paura di essere schiacciato tra scafo e scafo, ma tutti passavano da una barca all’altra facendo docce e sorbendo, appunto, aperitivi.

A sera, dalla barriera camparina e dai bungaloi, calavano in paese una moltitudine affamata, e in breve i pesci furono decimati e il limone sterminato nei sorbetti. Ma l’economia dell’isola fioriva, e in alta stagione la popolazione passava da mille a centocinquantamila abitanti. Paolino Scadriglio cominciò a lavorare come Caronte, trasportando a riva i turisti del traghetto.

Il vecchio traghetto Tortuga gli sembrava la barca più bella del mondo e da allora il suo sogno fu di possederne una. Intanto il denaro provocava le prime tensioni tra gli abitanti dell’isola. Filippo Scamandrone, il grossista di pesce, volle controllare il mercato dei Caronti: mille lire per ogni turista trasportato. Invano Paolino protestò che lui ne prendeva ottocento. Fu picchiato. Allora suo padre affondò la barca dello Scamandrone. Il giorno dopo fu trovato morto con il polpo in bocca. Quello sfregio voleva dire: troppe mani su un solo affare. Lo zio Paolino, Cece Scandriglio, vendicò il fratello strangolando Scamandrone con un grongo e iniziò a taglieggiare non solo i Caronti, ma tutti i pescatori dell’isola. Voleva la metà di ogni pesce pescato. Infatti fu trovato morto con la metà anteriore di un pesce spada infilata nel posteriore. Era stato Pompeo Scamandrone, figlio del defunto Cecé. Pompeo prese in mano il settore edilizio dell’isola: di lì il detto “non si alza mattone se non vuole Scamandrone”.

Ma la mamma di Paolino, Agnese Cortese, fece uccidere dai suoi fratelli Pompeo Scamandrone incenerendolo in un forno da pizza.

I fratelli Cortese però erano nel giro grosso, uno addirittura assessore al traffico di Jumilia, e portarono sull’isola un traffico di cocaina, eroina, giochi d’azzardo e pesce surgelato. Andavano avanti e indietro in gommone tra gli yachts gridando “pesce fresco ero coca bibite ghiacciate” e facevano affari d’oro.

La torta era troppo grossa perché non piombassero dal continente la banda del superboss, l’onorevole Forlò. Ci furono ottanta morti in una settimana, il ministro dell’Interno arrivò in ispezione ma sbagliò isola e tenne un gran pistolotto sulla violenza agli abitanti di Linorio, una tranquilla isoletta attigua dove l’episodio più violento degli ultimi anni era stata una colica renale del parroco. Forlò ottenne il controllo di Limonza, ma a quel punto Paolino, che aveva visto e imparato abbastanza, entrò in azione. Stipulò un contratto con una banca del Nord per riciclaggio del denaro, assoldò venti killer con una inserzione sul giornale, penetrò nella villa di Forlò mentre era in corso un meeting su “Cocaina. Quale futuro?” e massacrò tutti. Poco dopo il Tortuga colò a picco, stando alla commissione d’inchiesta: “Presumibilmente a causa di un foro di dieci metri sotto la chiglia provocato dall’impatto con un corpo galleggiante, forse una medusa”. Vinto, guarda caso, l’appalto, Paolino mise subito in cantiere il nuovo traghetto Maracaibo. Per evitare ogni concorrenza, ammazzò subito tutte le altre famiglie di maestri d’ascia. Poi, girando voce che i ristoratori della zona volevano fornire un servizio di pesce fritto a bordo, li sterminò.

E poiché la maestra delle scuole elementari di Limonza aveva dato il tema “Cosa vorrei fare da grande” e due bambini avevano risposto “l’armatore di traghetti”, diede fuoco alla scuola. Nel frattempo il Maracaibo era quasi pronto, bello come un sogno, biancazzurro con la scritta “Flotta Scandriglio”. Una sera qualcuno sparò una fucilata contro la murata dello scafo. Scandriglio fece uccidere tutti i Limonzesi possessori di fucile.

Una notte qualcuno scrisse sullo scafo “Paolino ce l’ha piccolino”. Scandriglio eliminò tutte le limonzesi coricabili. I vecchi del paese si rifiutarono di spostarsi dalle loro panchine sul molo per fare spazio alla biglietteria. Paolino li eliminò personalmente, insieme alle panchine.

Il giorno dell’inaugurazione tutta l’isola era pavesata a festa e tutte le finestre erano spalancate, ma nessuno si affacciava. “Invidiosi!” pensò Scandriglio. Poi, in divisa da ammiraglio, annunciò al megafono: “Oggi è il primo viaggio di Maracaibo, in sei ore sarete arrivati a Rigolone Marina, tutte le comodità, aria condizionata, servizio bar, e terrazza panoramica per sole cinquemila lire. Venite tutti!”

A tarda sera non aveva venduto neanche un biglietto. Scoprì così di essere rimasto l’unico abitante di Limonza.

Traghettò a Rigalone Marina il traghetto che non poteva traghettare nessuno. Ma naturalmente qui gli dissero: chi vorrà mai essere traghettato su un’isola dove non c’è un tabaccaio nella tabaccheria, il pescivendolo nella pescheria e il farmacista nella farmacia?

“Però è tutto sotto controllo, “ disse Scandriglio.

Niente da fare. Il traghetto marcì anno dopo anno.

“E Scandriglio?”

Scandriglio morì di un banale infarto mentre giocava a calcio balilla. Morte indegna di un mafioso. Infatti la chiesa si rifiutò di seppellirlo nel cimitero di Cosa Nostra e lo mise in una fossa comune insieme a onesti di ogni risma.

“… Così l’avidità perde chi segue il suo funesto richiamo” disse Memorino.

 

Stefano Benni

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1 commento per Un brano tratto dal libro “La Compagnia dei Celestini” di Stefano Benni

  • Luisa Guarino

    “Così l’avidità perde chi segue il suo funesto richiamo”: con queste parole si conclude il brano tratto dal libro “La compagnia dei Celestini” di Stefano Benni proposto da Vincenzo Ambrosino. Un brano illuminante e impressionante per le analogie con la situazione di Ponza-Limonza (perfino l’assonanza nel nome). C’è da farsi venire i brividi per la preveggenza, per quanto onirica e surreale come accade solo agli artisti, di uno scrittore fuori da ogni schema, che rischia di essere ahimè superato dalla realtà. La nostra realtà.
    Non illudiamoci che Ponza faccia solo rima con ‘patonza’, purtroppo lo spettro di Limonza si fa sempre più pericolosamente vicino e incombente.
    Luisa Guarino

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