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Il faro e il gabbiano (8)

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di Carlo Bonlamperti

Per la settima puntata del romanzo breve, leggi qui

IX

Negli ultimi giorni, ancora una volta il Gabbiano aveva assistito alle manovre di quella famiglia di umani e si era incuriosito all’andirivieni di Giovanni tra il cortile e l’imbarcadero del Varo con pacchi e strane cose sulle spalle. Inoltre, quando lui si recava a Ponza, più di una volta lo aveva seguito fino al largo, confidando in una battuta di pesca con la prospettiva di un facile banchetto, ma le sue attese erano state puntualmente deluse e al nido aveva portato solo le prede catturate da lui.

In cuor suo il Gabbiano cominciava ad avvertire il peso dell’alimentazione da garantire assieme alla compagna al suo vorace pulcino, e più di una volta aveva invano tentato di spingerlo fuori dal nido perché imparasse a volare e a nutrirsi autonomamente, ma la paura del vuoto doveva essere ancora forte nel suo piccolo per costringerlo, dopo che più volte si era teso sulle zampe spalancando le ali per mimare il volo, a rintanarsi al sicuro in fondo al nido. Eppure – pensava il Gabbiano – lui ignorava che in fondo a quella scarpata, chissà dove tra le rocce frantumate dall’esplosione della mina, c’erano le spoglie ormai dissolte della sua prima compagna e i gusci che avevano contenuto le sue immature creature. Nessun ricordo straziante né alcun’altra remora vi era legata. Per lui quella era solo una parete scoscesa affacciata sul mare, che doveva costituire il trampolino di lancio per il suo primo volo. Doveva solo chiudere gli occhi ed osare, come avevano fatto suo padre, sua madre e tutti i gabbiani che solcano il cielo con il loro volo elegante. Il resto glielo avrebbe insegnato lui stesso: a volare a pelo d’acqua per ghermire il pesce, a sfruttare la brezza leggera per sostenersi in volo col minimo sforzo, a remigare controvento per effettuare un’ascensione repentina, a correggere una traiettoria con le sensibili penne della coda, a sfuggire al falco pellegrino tenendosi unito allo stormo. Col tempo ne avrebbe fatto un gabbiano vigoroso ed esperto e con una posizione di prestigio in tutta alla colonia.

La persona che il Gabbiano aveva visto giungere in barca quella mattina  non gli era nota, ma non se ne preoccupò eccessivamente, dal momento che nella bella stagione il viavai tra quelle due isole vicine si intensificava sia per il trasporto di materiali e vettovaglie che di persone in visita. Ciò che invece lo incuriosì fu la piccola processione che poco dopo vide percorrere il viottolo che scendeva verso il mare, perché in quelle persone riconobbe l’intera famigliola del faro ed anche lo sconosciuto che, dal fagotto che aveva in spalla, sicuramente stava aiutando i conoscenti a trasportare le loro cose alla barca. Anche l’uomo alto dai capelli chiari aveva un fagotto con sé, ma questa volta non si trattava di arnesi per la pesca e, per giunta, non era solo ma in compagnia della persona con il pancione che teneva un piccolo in braccio e un altro per mano. Nel loro atteggiamento c’era qualcosa che lui non si spiegava. Quattro di quelle persone, infatti, le aveva già viste partire per l’isola grande l’estate precedente, ma quella mattina non erano vestite allo stesso modo né, d’altra parte, sembravano in procinto di fare una semplice gita in barca.

Dove andavano, allora? E perché il nuovo arrivato era rimasto a terra e agitava la mano verso di loro in segno di saluto?

All’improvviso, il Gabbiano intuì la verità, e fu colpito nell’intimo da qualcosa di molto simile alla tristezza.

Quelle persone che aveva sempre considerato parte dell’isola su cui era nato e alle quali si era affezionato per avere diviso con loro il suo tempo; la coppia che era diventata famiglia e aveva vissuto con lui la tragedia dello scoppio della mina; quei piccoli che aveva visto crescere a vista d’occhio proprio come il suo pulcino; quell’uomo che gli aveva lasciato gli avanzi del polpo e della murena e che lui aveva avvertito del pericolo della tromba marina; quelle stesse persone, in quella assolata mattina di maggio, stavano lasciando Zannone forse per sempre, e lui, volteggiando al di sopra della barca, provò il senso di distacco che si prova quando viene meno un punto di riferimento e di appoggio, un legame fatto di complicità e di compagnia, sia pure con le differenze che esistono tra animali ed esseri umani, nella laica intimità di qualcosa che somiglia molto a un sentimento.

Vederli allontanarsi dall’isola, gli fece capire che avrebbe dovuto privarsi di colpo dell’assuefazione alla loro vicinanza e del legame particolare che si era consolidato tra lui e loro in otto anni, facendogli apparire più povera e spoglia l’isola che ospitava anche lui e la sua famiglia e che, ne era certo, dopo quel giorno non sarebbe stata più la stessa.

Col tempo, forse, anche con l’uomo rimasto sull’isola si sarebbe stabilito un buon rapporto, ma in quel momento al Gabbiano quello sembrò un pensiero quasi sacrilego, perché voleva dire dimenticare l’oceano di terrore e desolazione che l’episodio della mina aveva riversato sugli abitanti dell’isola, scavando dentro di lui un solco profondo di dolore dal quale era scaturita la contiguità e il legame che lo aveva unito a quelle persone.

Con la loro partenza, quell’atmosfera veniva meno, sfaldandosi come la scia che la barca lasciava dietro di sé e che il Gabbiano seguiva per istinto, senza aspettarsi, questa volta, di catturare alcun pesce.

Ai suoi occhi, quel segno bianco che continuava a generarsi e a morire nel mare di cobalto, sembrava sintetizzare il significato della vita che, se muore ogni istante cedendo al continuo mutamento delle cose, trova in se stessa la forza di andare avanti, percorrendo la strada tracciata dal destino.

Di quel cambiamento doveva farsene una ragione, anzi proprio da esso ricavare una lezione di vita per il futuro: che cioè le cose non rimangono mai uguali a se stesse, ma riservano spesso delle sorprese cui non si è mai sufficientemente preparati. Del resto, di cambiamenti lui ne aveva già vissuti alcuni importanti nella sua vita, a partire dalla nuova compagna e dal figlio cui avrebbe dovuto insegnare ad essere un gabbiano degno di questo nome.

Col tempo, avrebbe anche giudicato se l’uomo rimasto sull’isola doveva essere considerato un amico o un nemico, ma questo, in quel momento, era proprio l’ultimo dei suoi pensieri.

Un istante dopo, con una sequenza che si sarebbe detta studiata ma che, al contrario, nasceva solo dal suo stato d’animo, il Gabbiano si voltò verso Zannone e, con rapidi colpi d’ala, raggiunse la falesia dov’era situato il suo nido, dal quale la compagna e il piccolo lo osservavano con attenzione.

Posatosi accanto a loro, con il linguaggio degli occhi e del corpo, accompagnato da un fitto fraseggio di gorgoglii, il Gabbiano comunicò alla compagna le sue intenzioni, lasciando il resto all’istinto e all’intesa raggiunta con lei. Subito dopo, con movimenti coordinati del becco, i due sospinsero il pulcino sul bordo del nido, dal quale, spalancate le ali tra acute strida, il piccolo gabbiano si tuffò nel vuoto, spiccando il suo primo volo.

I genitori lo seguirono da presso, scendendo di quota fin quasi al livello del mare, per poi risalire con lui nel cielo terso, sostenendo il suo volo affannato con la loro presenza e la fluidità del loro volo elegante.

Il piccolo, con il cuore che gli scoppiava nel petto, nel volgere di pochi istanti provò prima la paura di finire in mare, poi lo sforzo esasperato della risalita, e infine l’ebbrezza della velocità, sperimentando per la prima volta l’ampiezza degli spazi aperti che quasi lo disorientò. La vicinanza dei genitori, tuttavia, riuscì a liberarlo dall’apprensione legata alle sue goffe manovre di volo che di tanto in tanto, pur in assenza di vento, rischiavano di fargli perdere quota; ma il piccolo gabbiano, assecondando l’istinto che lo portava a non ripetere gli errori dell’inesperienza, superò in maniera adeguata il battesimo dell’aria, e si affiancò ai genitori provando di tanto in tanto a gareggiare con loro.

Gli venne poi naturale esercitarsi a mettere a fuoco le cose dall’alto, rimpicciolite e schiacciate dalla distanza, che da quell’angolazione era costretto ad interpretare per riuscire a discernerle con precisione. Così, al bosco, al faro, alla roccia che ospitava il nido, e alle scogliere lambite dal mare, dopo alcuni volteggi fu in grado di attribuire l’esatta dimensione e la giusta collocazione nel loro contesto, memorizzando i colori, le sfumature e il gioco di ombre che gli sarebbero serviti per orientarsi in ogni condizione di luce.

Persino la barca che, sotto di lui, navigava verso Ponza, fu oggetto della sua attenzione, tanto che, quando il padre e la madre scesero di quota, lui li seguì nel loro volo di avvicinamento.

Gli occupanti della barca, attirati dai tre gabbiani che volteggiavano con insistenza sopra di loro, alzarono lo sguardo, e in uno dei tre a Giovanni sembrò di riconoscere quello che con il suo richiamo lo aveva avvertito della tromba marina. E quando Carmelina e Peppino, con le manine alzate verso il cielo, li salutarono con calore, i tre uccelli, all’unisono, emisero delle strida con una modulazione e un timbro che Giovanni non aveva mai udito.

Nella sua vita di isolano e di uomo di mare, lui aveva sentito spesso il grido lungo e stridulo dei gabbiani durante la tempesta, quello acuto e insistente di uno stormo nel pieno della frenesia alimentare al seguito di un peschereccio, e quello gutturale e chiocciante nel periodo degli amori, ma un verso come quello non lo aveva mai udito.

Si volse allora verso Giovanna con fare interrogativo, e nello stesso istante comprese: quello che avevano appena udito era il grido di saluto dei gabbiani. Di due generazioni di gabbiani, che auguravano loro il buon viaggio verso Ponza. 

Carlo Bonlamperti – Giugno 2010

 [Il faro e il gabbiano. (8) – Fine]

 

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