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Il faro e il gabbiano (7)

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di Carlo Bonlamperti

Per la sesta puntata del romanzo breve leggi qui

 

Giovanni decise di lasciare Zannone verso la fine di maggio per evitare alla moglie, incinta del terzo figlio e già di cinque mesi, i disagi della traversata, ed anche per sistemarsi con la famiglia nell’abitazione del faro della Rotonda Madonna  prima della festa di S. Silverio.

Non disponendo di un’imbarcazione più capiente, la maggior parte delle masserizie era già stata trasportata a Ponza con alcuni viaggi della barca di servizio effettuati con calma di mare durante il mese, e Carmelina e Peppino, come tutti i bambini coinvolti nelle novità, erano stati in continuo fermento, assistendo all’imballaggio delle loro cose in vista della partenza. Carmelina, dall’alto dei suoi quattro anni e mezzo, aveva preteso di aiutare la madre trattandola quasi da invalida solo perché la vedeva girare con un grosso pancione per la casa priva di mobili ma piena di casse e scatoloni. Di tanto in tanto dispensava ordini al fratellino che, gironzolando ad occhi sgranati per le stanze diventate enormi, collaborava a modo suo alle operazioni.

Il giorno della partenza, la famigliola si era svegliata presto. A Giovanni, il primo ad alzarsi, occorreva infatti un po’ di tempo per trasportare giù al Varo le ultime cose, in attesa di dare le consegne al collega in arrivo da Ponza. Solo dopo si sarebbe imbarcato con la famiglia.

La sera prima aveva munto la capra, e quella mattina i bambini avevano fatto colazione con il suo latte per l’ultima volta. Dai belati che venivano dal recinto sul retro della casa, Giovanni capì che la bestiola aveva intuito qualcosa, e in cuor suo si augurò che il successore la trattasse bene come gli aveva promesso. Il latte della capra, infatti, era stato una vera benedizione per i figli perché, soprattutto durante i periodi di magra e di malattia, in un posto come quello aveva costituito l’unico nutrimento naturale per i bambini.

Quell’ultima notte avevano dormito tutti e quattro nel letto grande, perché il lettino di Carmelina e la culla di Peppino erano già stati inviati a Ponza.

I bambini, elettrizzati da tutte quelle novità, avevano riso e fatto le moine a lungo prima di addormentarsi; Giovanna invece, in smanie per il suo stato di gravidanza, non aveva praticamente chiuso occhio per tutta la notte.

Nella sua mente, sfilando come grani di un lungo rosario, passarono gli otto anni esaltanti e impegnativi trascorsi su quell’isola. Mettendoli in fila uno dietro l’altro, di quei giorni, anche a distanza di tempo, lei poteva dire di ricordare le sensazioni, i sentimenti, le speranze, i desideri, le paure e i sogni vissuti ad occhi aperti, ai quali era in grado di associare persino un colore o un suono diverso a seconda dell’intensità o del tipo di emozione provata, al punto che, se fosse stata un pittore o un musicista, la sua vita si sarebbe potuta condensare in un quadro ricco di particolari e di colori dalle mille sfumature, o in una sinfonia dai toni dolci e vibranti, capaci di parlare all’anima con il linguaggio universale delle note.

I primi tempi, quando il marito si recava a Ponza per servizio, la solitudine che interrompeva la loro prolungata luna di miele, le era pesata molto, e nel periodo invernale, quando quello scoglio, aggredito dalla violenza dei marosi e dal vento che lo spazzava sembrava correre il rischio di sgretolarsi e sprofondare come una nave, più di una volta si era raccomandata a Dio. E la paura cresceva quando il marito era per mare, e lei lo sapeva senza appigli né difese da quell’elemento capriccioso e soverchiante che, dopo l’episodio della tromba marina, lei aveva cominciato persino a odiare. Poteva solo stringerlo a sé, il marito, al suo ritorno, facendosi promettere che non l’avrebbe più lasciata sola e in pensiero, pur sapendo che quella era la sua vita, la vita dura e solitaria di un guardiano del faro.

Se alcuni anni prima le avessero detto che da sposata avrebbe vissuto per otto anni una vita quasi da eremita con il marito, lei non ci avrebbe creduto, ma ormai il legame che la univa a Giovanni – reso più saldo dal fatto che in un posto come quello essi erano l’una il punto di riferimento dell’altro – faceva si che lei non riuscisse a concepire una vita diversa da quella che stava vivendo, pur avendo fatto la sarta da ragazza e vissuto nell’ambiente di Ponza che, nella sua essenzialità, consentiva quantomeno di frequentare amicizie, fare passeggiate, ricevere inviti e godere di quelle piccole comodità che a Zannone le erano negate.

La nascita dei figli, con le mille incombenze legate alla loro cura, se da una parte aveva attenuato il senso di solitudine provato fino a quel momento, dall’altra aveva fatto crescere in lei l’apprensione per la loro salute che, in caso di malattia, una piccola isola inevitabilmente trasmette. E ad essa si aggiungeva l’ansia per i pericoli disseminati ovunque su quello scoglio selvaggio che, ad onta della sua innegabile bellezza, lo rendevano poco adatto ad allevarvi dei bambini.

Ora anche per lei stava per chiudersi un capitolo della sua vita, che l’avrebbe portata, con il marito, verso un futuro fatto di maggiore normalità e benessere e, soprattutto, di crescita e sviluppo per i figli.

***

Veruccio, un giovanottone bruno e muscoloso con i capelli neri ricci e le sopracciglia folte, arrivò puntuale all’appuntamento mattutino, preannunciato dallo scoppiettio cadenzato del motore della sua barca. Salutò Giovanni con il braccio alzato ed un sorriso che gl’illuminava il viso anche da lontano, e spense il motore poco prima di accostare dolcemente a riva. Ormeggiò la barca accanto a quella di Giovanni e saltò a terra con agilità, illuminato dal sole che, attraverso l’acqua cristallina, penetrava di sbieco fino al fondale roccioso, dove la vegetazione marina aveva ormai colonizzato le rocce frantumate dall’esplosione della mina.

Giovanni conosceva quell’uomo fin da ragazzo, ed era stato lui stesso a consigliare al padre di fargli intraprendere la carriera di fanalista che, in un luogo e in un periodo come quelli, era una professione piuttosto ambita soprattutto per un venticinquenne. Si era anche prodigato per fargli superare il Corso a La Spezia e, subito dopo, lo aveva proposto al Comando di Napoli come suo successore a Zannone, guadagnandosi la riconoscenza e il rispetto del giovane che – ne era sicuro – non lo avrebbe fatto sfigurare agli occhi dei superiori.

Vederlo lì, con le poche masserizie da scapolo contenute tutte in quella barca, gli ricordò i suoi inizi, fatti di rinunce e sacrifici, anche se, nel suo caso, lui aveva avuto la fortuna di affiancare il padre e succedergli nella sua professione, seguendo la strada tracciata anni prima dal nonno Carlo.

Inevitabilmente, il tempo delle frittelle cotte nell’olio d’oliva che alimentava la lanterna del nonno, era finito da un pezzo e, da allora, si erano succeduti altri fanalisti e nuove tecnologie: gli uni, privi sempre più del fascino che circondava il mestiere di “guardiano del faro”, le altre, più raffinate ed efficienti, in grado di rispondere alle esigenze della modernità. Ai fumosi lumi ad olio erano subentrate prima le lanterne a petrolio e a gas di acetilene, poi le più potenti lampade ad energia elettrica, che consentivano una minore manutenzione dell’impianto e una maggiore visibilità della luce anche in condizioni meteorologiche avverse. L’epoca moderna, insomma, aveva favorito quel giovane, cui era riservato un lavoro assai meno pesante, anche se più tecnico e qualificato, e, considerato il periodo di maggiore stabilità politica ed economica verso cui s’incamminava l’Italia, privo anche dei rischi e degli affanni che il periodo bellico aveva portato con sé.

Giovanni salutò Veruccio con una stretta di mano e lo aiutò a portare qualche bagaglio fino al faro, dove Giovanna e i bambini erano in attesa sul piazzale accanto ad una grossa borsa e ad uno scatolo legato con lo spago.

Dietro il sorriso che tutti si scambiarono, s’intuivano i sentimenti che ogni avvicendamento porta con sé: rimpianto per le cose belle che si lasciano, speranza per ciò che di buono ci si aspetta dal futuro. In quel caso, tuttavia, tanto Veruccio che Giovanni e la sua famiglia sembravano accomunati dal desiderio di andare incontro solo ad una vita migliore di quella vissuta fino a quel momento. Giovanni lo desiderava per i suoi figli, Veruccio per sé e la famiglia che voleva formare con Lucia, la fidanzata lasciata a Ponza.

I due fanalisti entrarono subito nella stanza di veglia e Giovanni mostrò al collega i registri di guardia e quelli di carico e scarico del materiale, e gli spiegò le procedure da seguire per il buon funzionamento del faro. Poi gli fece prendere visione del deposito e dell’alloggio, suggerendogli anche alcune modifiche che eventualmente avrebbe potuto apportarvi per adattarlo alle sue esigenze.

Dalla finestra della sala da pranzo, infine, gl’indicò anche l’orto e il recinto della capretta, e solo allora, incrociando lo sguardo mite dell’animale, per un attimo rischiò di cedere alla commozione. Si riprese al pensiero delle chiavi da consegnare al collega, rimaste appese alla parete della stanza di veglia, e approfittò, una volta uscito in pieno sole, della mano alzata sulla fronte per asciugarsi furtivamente gli occhi.

Poi, in fila indiana, scesero tutti giù al Varo, con i fardelli distribuiti tra Giovanni e Veruccio, mentre Giovanna teneva Peppino in braccio e Carmelina per mano.

Quando Giovanna e i bambini ebbero preso posto sulla barca di servizio, il marito abbracciò Veruccio e saltò a bordo a sua volta, dopo aver sciolta la cima di ormeggio e sospinta la barca verso il largo.

Un istante dopo, Giovanni mise in moto il motore e concentrò l’attenzione sulla sua famiglia che, mai come in quel momento, gli apparve come il suo piccolo universo contenuto tutto in un guscio di noce. Un universo in espansione che navigava verso il suo futuro.

 

Carlo Bonlamperti

 

[Il faro e il gabbiano. (7) – Continua]

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