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i-33 mm-01 u-08 18 4_g-20091209221925 Idrozoi in grotta

Ponza. Impianti idraulici romani (11)

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di Leonardo Lombardi

 

La diga di Giancos (3)

Per la prima parte, sulla diga di Giancos, leggi qui

Per la seconda parte, leggi qui

 

Rispetto alle enormi opere d’arte appena citate la diga di Giancos è certo un’opera minore, ma le sue caratteristiche e la sua localizzazione ne fanno un caso di grande interesse.

La diga sbarra trasversalmente la valle ancorandosi ai rilievi rocciosi (figg. 34 e 35) . Sebbene notevolmente erosa e in gran parte interrata,  perfettamente visibile dal mare, dal quale dista circa m 70.

 Fig. 34 – La diga di Giancos

 

Fig. 35 – La diga di Giancos vista dalla rada di Sant’Antonio

Fig. 36 – Ipotesi ricostruttiva della diga di Giancos

Le caratteristiche tecniche della diga di Giancos risultano chiaramente dallo schema ricostruttivo (fig. 36).

II bacino imbrifero sotteso dalla diga raggiunge i 14 ettari (140.000 m2). Con una piovosità  media di mm 650 annuali e un coefficiente di scorrimento stimato al 50%, 1’afflusso all’invaso artificiale poteva raggiungere, in annate di pioggia media, i 45.000 m3/ anno. Lo sbarramento (altezza massima m 12-13) , lunghezza al coronamento m 32, larghezza osservabile m 5), determinava un invaso con volume stimabile a 10-15.000 m3, ormai interamente colmato da terra e detriti. Lo scorrimento superficiale era sufficiente al riempimento dell’invaso e il volume d’acqua realmente utilizzato era probabilmente maggiore di quello stimato con la capacità dell’invaso, in quanto il bacino artificiale poteva riempirsi più di una volta.

Le fondazioni del corpo diga sono state realizzate, per quanto è possibile osservare in corrispondenza della spalla destra dell’opera, direttamente sul terreno vulcanico impermeabile.

All’interno della struttura è presente una galleria ancora intatta alta m 3,30 e larga m 0,90, rivestita in coccio pesto (fig. 37). La galleria mostra due tratti rettilinei alle estremità e, nella parte centrale, un lungo tratto curvilineo con la convessità verso monte. 

Fig. 37 – Galleria di servizio entro il corpo della diga

È solo dall’interno della galleria che si può apprezzare la struttura curva della diga. Struttura ad arco, con raggio di circa m 9, molto simile a quella di Monte Novo in Portogallo. La galleria termina alle due estremi con due “pozzetti” verticali, circolari, dei quali si vede l’imbocco (m 1 di diametro) rivestito in coccio pesto. I pozzetti partendo dall’intradosso del cielo della galleria dovevano raggiungere l’esterno con una altezza totale di circa m 2. È infatti ipotizzabile che essi si aprissero sul coronamento della diga prossimi al paramento di monte e avessero le aperture di almeno un metro più basse del coronamento. In tal modo se l’invaso era raggiunto da una piena le acque potevano defluire attraverso i due pozzetti, progettati e realizzati come scolmatori. II piano di calpestio della galleria sembra essere stato realizzato con una pendenza verso una zona centrale dell’opera ove si ha un pozzetto. Tale pozzetto di forma rettangolare (circa m 1 x 1,20) ha profondità sconosciuta perché interrato,  ma sicuramente superiore a m 1,5, profondità direttamente misurata; in base al suo posizionamento, sul piano del pavimento della galleria interna, e tenendo conto dell’altezza osservabile della diga (m 7) e di quella totale (m 12-13) solamente ipotizzata, il pozzetto dovrebbe avere una profondità di m 5-6. Si conferma così l’potesi che il pozzetto in questione servisse per ricevere l’acqua degli scolmatori, rappresentati dai due pozzetti circolari presenti alle due estremità della struttura. II pozzetto quadrangolare dovrebbe pertanto raggiungere la base dello sbarramento e, con una opportuna canalizzazione, collegarsi a mare.

A m 5-6 di profondi , sul lato del paramento a valle, dovrebbe pertanto rinvenirsi la galleria di deflusso del supero e, presumibilmente, poco più in alto, la tubazione (o la sede di questa) che dall’invaso consentiva di portare l’acqua alle utenze. È possibile che lo stesso pozzetto usato per lo smaltimento del troppo pieno contenesse anche la fistula di alimentazione a meno  che questa non fosse affogata nella muratura del paramento a monte con la necessaria chiave di manovra nel tratto in uscita.

I cinque metri di spessore della porzione più alta della struttura muraria sono sufficienti, a prescindere dalla struttura ad arco, a sostenere gravitariamente, la spinta dell’acqua. E’ molto probabile che alla base il muro fosse molto più spesso con strutture appoggiate a valle che si comportavano come contrafforti. Di tali strutture si vedono dei resti addossati alla struttura portante della diga. Le tracce visibili a valle della struttura sono troppo scarse per ricercare o confutare la presenza del Tempio di Nettuno indicato da Tricoli (1855, p. 22).

Per quanto riguarda l’inquadramento cronologico, in base alla diffusione dell’opera reticolata a Ponza, la struttura  stata attribuita all’eta augustea giulio-claudia. L’opera, infatti, sembra collegarsi alle altre realizzazioni edilizie e idrauliche effettuate in concomitanza con il grande sviluppo edilizio che l’isola conobbe proprio in quest’epoca.

Per contrastare la spinta dell’acqua, due elementi hanno contribuito alla evidente resistenza e stabilità  dell’opera: da un lato l’arco, che scarica una parte della pressione dell’acqua sulle spalle della struttura ancorate alla roccia; dall’altra, il probabile rafforzamento della facciata verso valle con una serie di elementi addossati.

Nulla è possibile affermare, per il momento, circa l’opera di presa che permetteva il prelievo dell’acqua dall’invaso e la trasferiva all’utenza per la quale la diga era stata progettata e realizzata Nessun dato inoltre consente di ipotizzare a quale tipo di utenza fosse destinata l’acqua della diga. La relativa tubazione, così come attestato in molte dighe romane, doveva traversare tutto lo spessore della struttura e fornire acqua a una quota di circa m 4-5 s.l.m., con allaccio posto a m 1-2 sopra il fondo dell’invaso.

Sul coronamento che si pone a circa m 15 di quota passa una strada pedonale che collega le località Sant’Antonio e Santa Maria. Anche in epoca romana sulla diga doveva passare una strada che rappresentava l’unico collegamento via terra tra la piana di Sant’Antonio e l’imbocco della galleria di Santa Maria (la galleria tra Sant’Antonio e Giancos è di epoca recente). La strada da Sant’Antonio risaliva il pendìo e discendeva quindi nel golfo di Giancos e, in corrispondenza della prima vallecola della cala, passava su una struttura muraria. Tale struttura mostra nel sottosuolo una galleria analoga a quella della diga di Giancos, con le pareti rivestite in opus reticulatum, ma il muro di contenimento verso monte, a differenza di quello di Giancos, che aveva la funzione di sbarramento idraulico, è provvisto di numerosi canali di scolo per il drenaggio delle acque di infiltrazione provenienti dal rinterro (Fig. 38); le acque defluivano quindi assieme a quelle di scorrimento e con opportune canalizzazioni raggiungevano il mare. La muratura determinava a monte una piana ancora utilizzata.

Fig. 38 – Galleria di scolo delle acque nella vallecola a sud della diga

Dai dati raccolti appare evidente che in nessun’altra diga oltre quella di Giancos e quella, ormai completamente scomparsa, di Daras in Turchia, appare applicato l’uso dell’arco. Più vasta è invece la casistica di traverse, su corsi d’acqua perenni o temporanei, per le quali l’arco è documentato; esempi sono Glanum, Monte Novo e alcune opere in Medio Oriente e Africa del Nord.

Per quel che riguarda l’Italia, le uniche dighe o traverse romane segnalate sono quelle riportate (Tab. 8) . Si tratta sempre di traverse, pertanto la diga di Giancos è, allo stato delle ricerche, l’unica diga romana rinvenuta in Italia. Tuttavia  è probabile che le segnalazioni di dighe, specialmente in Italia Meridionale e soprattutto in quella insulare, cresceranno allorché ricerche finalizzate saranno condotte su larga scala.

 ***

L’insieme delle strutture idrauliche esaminate, acquedotto, cisterne e diga, rappresenta un’imponente risorsa idrica che gli antichi Romani avevano messo a disposizione, fondamentalmente, delle strutture portuali. Infatti molte delle opere idrauliche fanno confluire l’acqua verso le due zone portuali di levante. Allo stato attuale delle conoscenze nessuna struttura sembra connessa con Chiaia di Luna.

Attribuendo all’acquedotto di Le Forna una portata media di 3-4 l/s, pari a circa 100000-125000 m3 anno, alla diga un volume invasato di 20-25000 m3 e alle 17 grandi cisterne un volume utilizzato di circa 50000 m3, si ha un totale di circa 200000 m3 disponibili, volume non lontanissimo dai consumi attuali che in base ai dati comunali ammontano a 318000 m3/ anno.

L’enorme quantitativo d’acqua, con allacci spesso posti a quota molto bassa, non lontana da quella del mare, e quindi difficilmente utilizzabili dalle ville che sono invece localizzate a quota più alta, solleva interrogativi sulle dimensioni delle strutture e infrastrutture portuali, che meriterebbero indagini più approfondite che non potevano essere condotte in questa fase.

 

Leonardo Lombardi

 

[La diga di Giancos. 3 – Fine]

 

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