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La vita quotidiana a Ponza durante il fascismo

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di Mimma Califano

 

Gli anni del fascismo sull’isola  sono stati trattati ampiamente e sotto vari aspetti, tutti interessanti.

A quanto già detto vorrei aggiungere ulteriori elementi, cosi come mi sono stati raccontati da diverse persone che hanno vissuto quegli anni non facili, e che trovano una sintesi eloquente  nel “Permesso  di pesca notturno” rilasciato a mio nonno,  qui integralmente riprodotto.

Il documento, a firma della Capitaneria di Porto di Gaeta, è datato 3 luglio 1942 ed autorizzava il pescatore Califano Alessio alla pesca notturna.

In 11 punti venivano dettate  le “regole” da rispettare. Oggi simili limiti ci farebbero rabbrividire, all’epoca non si poteva discutere.

La zona di pesca era delimitata: da Frontone a Gavi.

L’orario, sia per uscire dal porto che per farvi rientro, era prestabilito; questo poteva anche comportare  lunghe soste in mare, per cogliere le ore più opportune per la pesca. Per non parlare di cosa poteva accadere in caso di peggioramento del  tempo… Si veda il punto 5: “L’imbarcazioni che in seguito a burrasche cercano salvezza in costa devono alzare un fanale bianco in testa all’albero, per evitare azioni di fuoco da parte dei militari preposti alla difesa costiera”. Ma come si fa a mantenere acceso un fanale in testa all’albero di una barca con una bella levantata?  E se si spegne all’improvviso? Meno male che si poteva “in manganza” tenerlo alzato a un remo!

Per non parlare del  punto 6: “La pesca notturna si intende sempre a rischio e pericolo degli interessati”.

I quattro commi del punto 10 fanno riferimento alle ordinanze di guerra. Pertanto il capobarca, in caso di violazione di qualche punto previsto nell’ordinanza, era assoggettato al codice penale di guerra, quindi poteva anche essere fucilato.

Questo permesso risente peraltro del particolare momento in cui era stato rilasciato; negli anni precedenti alla guerra, alcuni aspetti vi erano mitigati.

In ogni caso con ‘il confino’ sull’isola, le barche  venivano perquisite sia all’uscita dal porto che al rientro: ottima occasione per fare la cresta sul pescato…

Se rientravano al buio – cosa che le barche evitavano di fare – dovevano ricordarsi la parola d’ordine (che cambiava spesso) da gridare ai militi di guardia, per farsi riconoscere e non correre il rischio di  fare da bersaglio. Spesso, in caso di cattivo tempo o di  pioggia le barche preferivano riparasi in qualche grotta, piuttosto che tornare in porto. Si può facilmente immaginare cosa poteva voler dire stare varie ore su una piccola barca, sballottati dalle onde e anche un po’ bagnati, magari d’inverno.

Né a terra la vita era più facile.

Al tunnel di Giancos c’era il posto di guardia, oltre il quale i confinati  non potevano andare; gli stessi abitanti dovevano fermarsi e dichiarare le proprie generalità e se del caso poteva essere loro  richiesto di mostrare i documenti e di verificare cosa portavano.

I contadini che andavano a lavorare al Fieno dovevano essere muniti di un permesso scritto, da mostrare ai militi che perlustravano la zona, ogni volta ne venisse fatto richiesta; sul piazzale di  Chiaia di Luna c’era una garitta con il posto di guardia, come pure giù alla punta del Fieno e sopra la Guardia.

I pochi negozi del paese e non solo, erano spesso oggetto di angherie – la spesa fascista – da parte di qualche piccolo gerarca senza scrupoli, che si faceva forte del suo potere.

Più di due persone non potevano sostare per strada a chiacchierare. Immediatamente arrivavano i militi e li disperdevano, poiché “la legge” non consentiva le “adunate sediziose”.

Questa era la vita quotidiana,  senza neppure far riferimento agli episodi  di vera e propria violenza, che anche ci sono stati, come abusi sulle donne e morti.

 

Mimma Califano

 

N.B. – Cliccare sulle immagini per ingrandirle

 

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