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Il faro e il gabbiano (5)

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di Carlo Bonlamperti

Per la quarta puntata del romanzo breve leggi qui 

 

VI

Giovanna partorì il 22 dicembre e, come tutti si aspettavano, diede alla luce un maschietto. La carnagione lievemente bruna, i capelli neri e ricci e gli occhi scuri dall’aria furba, lo facevano sembrare un diavoletto, tanto che, fin dai primi vagiti, non tardò ad imporsi all’attenzione di tutti per la grande vitalità e il carattere forte che dimostrò di avere fin da quella tenerissima età.

Prendendolo in braccio e pensando alle circostanze che avevano preceduto la sua nascita, donna Carmela non poté fare a meno di esclamare: “Questo bambino porta il nome del nonno, ma non gli somiglierà per niente perché sarà un vero terremoto!” E gli anni che seguirono dovevano darle pienamente ragione…

Peppino – come veniva familiarmente chiamato il bambino – a differenza della sorella, più paffuta e rotondetta, cresceva asciutto e longilineo, e si nutriva con voracità anche dopo lo svezzamento che avvenne intorno alla Pasqua dell’anno seguente.

Con la nascita del fratellino, inevitabilmente Carmelina perse un po’ di quelle attenzioni rimaste di suo esclusivo appannaggio fino a quel momento, tanto che aumentarono i capricci, gli atteggiamenti di broncio e persino i dispetti nei confronti del nuovo arrivato; mai però Giovanna avrebbe immaginato che la bambina potesse arrivare addirittura a tentare l’eliminazione fisica del fratello, mossa da quell’inconscio meccanismo di difesa dei privilegi acquisiti che a quell’età s’impadronisce dei bambini e li spinge a “rimuovere” gli ostacoli che si frappongono tra loro e il bisogno di gratificazione di cui non possono fare a meno.

L’episodio, che poteva tramutarsi in tragedia, accadde in una tiepida mattina d’aprile, quando il mare calmo che si vedeva dalla finestra della cucina e il delicato profumo delle violette selvatiche cresciute sulle rocce intorno al faro erano un inno alla vita.

Dopo le tristi vicende belliche del ’43 e del ’44, anche tra le popolazioni delle Isole Ponziane il nuovo anno aveva portato, come nel resto del Paese, una discreta tranquillità e quasi un senso di liberazione dal peso e dai disagi della guerra, cui aveva fatto seguito un diffuso atteggiamento di operosa riscossa dalla soggezione ad un regime tronfio e inconcludente che aveva portato alla disfatta l’intera nazione; e benché l’agosto di quell’anno – che segnò la fine ufficiale del secondo conflitto mondiale – fosse ancora lontano, l’atmosfera che si respirava in questa parte dell’Italia era abbastanza defilata e tranquilla.

Giovanni non faceva eccezione a quell’atteggiamento generale, soprattutto se pensava alle severe norme riguardanti l’oscuramento, alle trasmissioni in codice e alle segnalazioni notturne per i convogli in transito che si era scrollato di dosso, senza parlare delle noie che solo per un pelo aveva evitato per il salvataggio di quei naufraghi inglesi! Tutte cose passate. Ora lui doveva occuparsi solo del presente e del futuro della sua famiglia cresciuta di numero.

Aveva scelto una giornata di sole e con assenza di vento per iniziare i lavori di pitturazione esterna della lanterna e, dopo aver sistemato sul ballatoio una piccola scala, i pennelli e il secchio con la vernice, si era soffermato un istante ad ammirare il panorama che si spalancava davanti ai suoi occhi a 360 gradi.

In primo piano, a poche miglia verso nord-ovest, l’Isola di Ponza gli offriva il versante del porto, ai piedi del Monte Guardia che sembrava sorvegliarlo come una vigile sentinella. Sulla destra, la collina, ancora immersa nella foschia del primo mattino, lasciava filtrare le macchie chiare delle case, degradanti fino al mare in mille terrazzamenti che dalle contrade Scotti, Sant’Antonio e Santa Maria raggiungevano l’estremità opposta dell’isola quasi fino a Gavi.

Se avesse avuto un binocolo, con il sole alle spalle come in quel momento, pensava che sarebbe riuscito a vedere anche i particolari delle case e persino il movimento delle persone, e si disse che era proprio la vita di quella gente a fare la differenza tra Ponza e un’isola semideserta come Zannone; e a quella differenza non sfuggiva neppure Palmarola che, disabitata e splendida nella sua solitudine selvaggia, mostrava il suo lato maggiore emergendo in lontananza alle spalle della sorella maggiore.

Mentre cominciava a mescolare la vernice, Giovanni non poté fare a meno di pensare che quello stesso mare, che in quel momento gli appariva così piatto e silenzioso, in altri momenti aveva fatto sentire la sua voce rabbiosa e mostrata tutta la sua forza distruttrice, annientando la vita e le speranze di tanti esseri umani, di cui era stato la tomba. Il periodo bellico, poi, con le battaglie navali e l’affondamento di tante unità, non aveva fatto che  ampliare la scia di dolori e di lutti, rendendo pressoché inutile il suo lavoro su quell’isola, legato a quell’elemento meraviglioso e temibile al tempo stesso e insostituibile nella sua funzione di generatore di vita.

Giovanni era solito accompagnare il lavoro manuale con il canto, perché gli serviva ad alleviare la fatica e a far trascorrere il tempo più in fretta. La sua voce da tenore, impegnata ad eseguire i motivi di alcune operette in voga a quel tempo, si faceva ora delicata, ora possente a seconda del pathos che il testo richiedeva, e scandiva il ritmo delle pennellate che dava ai montanti metallici dei finestroni del faro.

Peppino dormiva tranquillamente nella sua cameretta e Carmelina, come suo solito dopo la colazione, giocava in cortile a fare da mammina ad una bambola di pezza dal colore indefinibile e poche conchiglie dalle fogge più diverse, che la bambina adoperava come tazze e bicchieri per dare la pappa alla sua piccola. Sfaccendando per casa, Giovanna si affacciava di tanto in tanto sull’uscio della stanza per sorvegliare il sonno del figlio, accompagnando con un mormorio sommesso l’assolo del marito che proveniva dalle scale del faro.

A metà mattina si assentò solo pochi minuti per portare a Giovanni uno straccio da utilizzare per la pulizia dei pennelli e, dopo aver dato un’occhiata all’orologio sulla credenza, si dedicò al minestrone che stava preparando per pranzo, decidendo di aggiungere delle altre verdure a quelle già tagliuzzate pensando all’appetito del marito.

Ad un tratto, dalla cameretta attigua alla cucina le giunse un lamento strozzato, simile al rantolo di qualcuno che stesse soffocando, e il pensiero del figlio fece scattare in lei l’istinto materno. In un istante, abbandonò sul tavolo quello che aveva per le mani, facendo persino rovesciare la sedia nel brusco movimento. Con un paio di balzi si precipitò al capezzale del bambino, e si trovò davanti agli occhi la scena che l’avrebbe accompagnata per il resto della vita.

Peppino giaceva supino nella culla ed agitava braccia e gambe in preda ad una crisi respiratoria, non essendo in grado di rimuovere da solo il cuscino che qualcuno gli aveva premuto sul viso per impedirgli di urlare.

Al grido della moglie, Giovanni scese a precipizio dalla torre del faro, correndo il rischio di rompersi l’osso del collo sulle scale di marmo levigato. Trovò Giovanna intenta ad armeggiare con un dito nella bocca del piccolo per liberarla da qualcosa che ostacolava la respirazione e faceva uscire una specie di sibilo strozzato dal suo volto cianotico.

– Eccola! – disse dopo un attimo al marito, mostrandogli una conchiglia simile a quelle con cui stava giocando Carmelina, mentre il bambino prorompeva in un sonoro, liberatorio, irrefrenabile pianto tra le braccia della mamma.

Se avesse assecondato il suo moto di sdegno, Giovanni avrebbe impartito a Carmelina una severa lezione per aver esposto il fratellino ad un così grave rischio, ma, trattenuto per il braccio da Giovanna, la sua rabbia lentamente sbollì e lui, con gli occhi umidi, si allontanò per affacciarsi alla porta che dava sul cortile dove giocava la bambina.

In un angolo, seduta tra i mille pezzi delle conchiglie frantumate con un sasso, Carmelina, immobile, teneva lo sguardo fisso sulla bambola di pezza che aveva lacerato in più punti mettendo a nudo l’imbottitura di lanina di colore diverso dal vestito. Non la toccava né le parlava, come faceva di solito quando si atteggiava a mammina nei suoi giochi solitari. Il balocco, gettato quasi con disprezzo su una pelle di muflone, aveva il viso nascosto da una grossa conchiglia, l’unica che lei non aveva rotto oltre quella di cui si era servita per compiere il suo pericoloso gesto. Due lacrimoni le rigavano le guance paffute quando, senza dire una parola, si voltò verso il padre fissando su di lui due enormi occhi neri imploranti. 

VII

Fin dal mattino il Gabbiano aveva notato i movimenti di Giovanni sul ballatoio della lanterna e non si era allontanato troppo dal suo punto di osservazione, incuriosito dai suoi movimenti e dagli strani attrezzi con cui lo aveva visto armeggiare. Più tardi, attirato dal rumore delle conchiglie rotte da Carmelina e messo in allarme dal grido di Giovanna, aveva spiccato il volo verso la casa, incrociando a mezz’aria sul cortile, in vigile attesa.

Anche questa volta, com’era già accaduto per Carmelina, il Gabbiano si era accorto che in quella casa c’era un nuovo arrivato, perché spesso dalla finestra della cucina aveva scorto in braccio a Giovanna una specie di fagotto in movimento e, ora che le giornate si erano fatte più tiepide, aveva potuto identificare in quel “fagotto” il nuovo pulcino dei suoi vicini, che veniva “imbeccato” dalla mamma seduta davanti all’uscio di casa.

L’inverno appena trascorso era stato duro, soprattutto per lui che non aveva più una compagna né una famiglia alla quale stringersi nelle giornate più fredde per non disperdere il calore trattenuto dalle morbide piume della livrea, e quando la tramontana si faceva pungente, sibilando tra le rocce, dal suo rifugio al di sotto del faro il Gabbiano intirizzito guardava con invidia i suoi simili, restando indifferente all’attrattiva delle femmine della colonia perché il ricordo della compagna era ancora vivo in lui.

Sul finire di marzo, come ogni anno, era arrivata la primavera, dapprima quasi in sordina, con le giornate appena più tiepide e lunghe che favorivano il risveglio della natura, poi in maniera sempre più decisa, con l’incalzare dei profumi e dei colori e il fermento della vita che si rinnovava anche su quello scoglio circondato d’azzurro, e il Gabbiano era tornato lentamente alla vita di sempre, fatta di voli in libertà nel cielo terso, di pesca e difesa del territorio e di osservazione diuturna delle attività di quella famigliola di umani che si era stabilita in quel versante dell’isola e che era cresciuta di numero nel volger di due soli anni. Lui invece, assalito dalla disperazione per la scomparsa della sua famiglia, era stato sul punto di lasciarsi morire d’inedia e, anche se il tempo trascorso e gli avvenimenti succedutisi in quell’anno lo avevano assorbito, distogliendolo in parte dal suo stato di abbattimento, la sua era stata ugualmente una vita solitaria, segnata da una profonda tristezza.

Qualche giorno dopo la metà di giugno, aveva assistito alla partenza dell’intera famiglia del faro alla volta di Ponza e questo fatto in un primo momento lo aveva messo in agitazione, ma poi i botti provenienti da quell’isola nei giorni seguenti e quelli multicolori che illuminarono la notte, ben lungi dallo spaventarlo lo tranquillizzarono, procurandogli qualcosa di molto simile all’euforia poiché ormai aveva imparato a riconoscere i segnali di festa degli umani [1].

Inspiegabilmente, quell’avvenimento segnò per lui una sorta d’inversione di tendenza, con il risveglio dalla sua apatia e lo sblocco delle sue pulsioni istintive, imprigionate dal dolore fino a quel momento, ed ora aggredite con forza dal progredire della bella stagione che portava con sé l’allungarsi delle giornate e l’aumento della temperatura e della luminosità proprie delle zone mediterranee: segnali che aprono il cuore alla speranza e alla gioia di vivere in ogni essere vivente.

Di pari passo con quei lenti e progressivi mutamenti, anche nel Gabbiano crebbe e si rafforzò di giorno in giorno il bisogno di una compagna che spezzasse la sua innaturale solitudine, cosicché ritornarono spontanei per lui quegli atteggiamenti che lo portarono a riaggregarsi al gruppo dei suoi simili, partecipando ai voli di ricognizione attorno all’isola, alle battute di pesca collettive, alle sfide con il gagliardo vento di levante che spingeva in alto gli uccelli, mettendone alla prova la resistenza per poi lasciarli planare in discese eleganti fino a sfiorare con il petto o con le ali la cresta delle onde.

In quei momenti il sangue pulsava dentro di loro, riscaldato dallo sforzo fisico e dall’ebbrezza del volo veloce che faceva vibrare le penne sotto la spinta del vento e diffondere nell’aria i gridi di gioia. E le danze eleganti, i ghirigori disegnati dalle traiettorie di volo contro il cielo turchino, i rallentamenti in quota fin quasi allo stallo di quei magnifici uccelli sensibili alle correnti ascensionali, era un vero inno alla vita per chiunque osservasse lo spettacolo.

Il Gabbiano, pur non essendo il più anziano della colonia né quello che eccelleva sugli altri per esperienza o prestanza fisica, godeva di un indiscusso prestigio presso i suoi compagni, perché evidentemente anche tra gli animali le traversie che un loro simile è costretto a subire dalla sorte, gli conferiscono un alone di superiorità e di rispetto una volta che quelle siano state affrontate e superate con coraggio e dignità. Fu quindi con pieno diritto e in maniera del tutto naturale che egli partecipò all’addestramento dei giovani gabbiani che, nati appena l’estate precedente, non avevano ancora potuto completare la loro formazione a causa dell’arrivo della stagione invernale e necessitavano di modelli da imitare all’interno dello stormo per apprendere le tecniche di volo e le tattiche e le strategie che fanno di un gabbiano adulto l’indiscusso signore dei cieli marini.

Durante uno di questi voli, il Gabbiano notò una giovane femmina che più degli altri compagni lo seguiva da presso, assai interessata alle sue evoluzioni e impegnata a scoprire la tecnica vincente nelle continue sfide che lui lanciava alle correnti ascensionali – assai robuste intorno all’isola in quel periodo dell’anno – che lo portavano in quota. Così almeno pensava il Gabbiano. In realtà quella femmina non aveva trovato altro modo per dimostrare il suo interesse per lui che partecipare a tutte le scorribande aeree organizzate dagli adulti della colonia a beneficio dei principianti. Infatti, benché lo stormo annoverasse tra i suoi membri degli autentici assi nelle picchiate veloci quasi a perpendicolo e nelle virate aggraziate che mettevano in risalto la forza delle ali in tutta la loro estensione, nessuno poteva vantare una sensibilità maggiore di quella del Gabbiano nel percepire con ogni penna remigante la consistenza e la direzione anche del più leggero refolo di vento, per sfruttarlo a suo vantaggio nelle perfette evoluzioni che riusciva a disegnare nel cielo.

A vederlo, sembrava che le sue ali tastassero l’aria come se fosse una cosa solida, saggiandone la portanza e convogliandone il flusso verso le penne della coda, che sfruttavano quell’energia per cambiar direzione o ridurre la velocità nelle mille figure che l’istinto o la necessità lo spingevano ad eseguire.

Grazie alla sua eccezionale sensibilità, non c’era gabbiano in tutto lo stormo che riuscisse ad ottenere ascensioni così repentine e così grandi elevazioni da farlo ritenere di fatto la sentinella più vigile ed efficace di tutta la colonia contro le incursioni del falco pellegrino che nidificava sulla loro isola.

Furono soprattutto queste qualità che gli attirarono l’attenzione della giovane femmina che, al termine di una lunga esercitazione, prese terra assieme a lui e lo seguì, stanca e felice, per dissetarsi alla stessa pozza d’acqua, strofinando il becco contro il suo e lisciandogli le candide penne del collo in segno di rispetto e sottomissione. Nel linguaggio dei gabbiani quella era una vera e propria dichiarazione d’amore, alla quale il Gabbiano non si sottrasse, ricambiando istintivamente le medesime attenzioni e suggellando in quel modo l’unione con la nuova compagna.

Il loro idillio crebbe d’intensità nei giorni seguenti e non si arrestò neppure durante la costruzione del nido, dopo che il Gabbiano ebbe  individuato il luogo adatto dietro un grosso costone di roccia alle spalle del faro, che garantisse alla coppia il riparo dal vento del nord ma soprattutto la protezione da eventi catastrofici come quello che aveva distrutto la sua precedente famiglia ed aveva lasciato per lungo tempo un segno così profondo dentro di lui.

Il procedere della stagione calda favorì la cova dell’unico uovo che la sua compagna aveva deposto nel nido, cui provvidero entrambi, alternandosi per tutto il periodo dell’incubazione fino alla schiusa, che avvenne dopo circa trenta giorni. Quando il piccolo pulcino venne alla luce, aiutato dalla mamma a liberarsi dai residui del guscio, il Gabbiano lo guardò con l’orgoglio di un padre che ha visto finalmente realizzato il sogno di crearsi una famiglia, precedentemente infranto da quell’evento nefasto che aveva rischiato di distruggere anche la sua vita, e  vagheggiato sempre più man mano che la sua solitudine veniva sopraffatta da quella misteriosa forza della natura che è l’istinto della  procreazione.

Un istante dopo la nascita del piccolo, il Gabbiano era già in volo per procacciare il cibo alla famigliola, dopo aver annunciato ai suoi simili, con strida festose e larghi volteggi nel cielo, la sua rinata gioia di vivere, ora finalmente completa.

I compagni della colonia lo videro nuovamente all’opera, instancabile e veloce nel volo radente a pelo d’acqua e fulmineo nella cattura del pesce, cui si dedicava dalle prime luci dell’alba fino al calar della sera, interrompendo la sua frenetica attività solo per rifugiarsi accanto alla compagna e al piccolo che, finalmente sazio, cessava il suo incessante pigolio chiudendo il becco vorace.

In quello stesso periodo molti altri nidi di gabbiani erano stati allietati dalla nascita dei piccoli e la cosa non era sfuggita all’occhio vigile del falco pellegrino, anche lui alla ricerca di prede con cui sfamare i suoi pulcini, nati nello stesso periodo per quel sincronismo adottato dalla natura per offrire maggiori possibilità di vita con l’abbondanza di cibo. Infatti i piccoli gabbiani, ancora implumi e indifesi, erano da sempre le prede preferite dal rapace, in grado di far razzia nei loro nidi con un’abilità incredibile, approfittando di una semplice distrazione o dell’assenza dei genitori.

Il Gabbiano conosceva bene il pericolo rappresentato da quella colonia di falchi insediatisi sull’isola e faceva buona guardia al nido non allontanandosene mai troppo e, soprattutto, alternandosi con la sua  compagna nella ricerca del cibo.

Tuttavia un giorno di bonaccia, la scarsità di pesce sotto costa lo costrinse ad allontanarsi dall’isola, spingendolo verso Ponza, mentre la compagna rimase nel nido ad occuparsi delle pulizie quotidiane e della sorveglianza del piccolo non ancora in grado di volare.

Più volte il Gabbiano aveva invertito la rotta senza aver catturato neppure un pesce, preoccupato di esporre la sua famiglia all’eventualità di un attacco predatorio, al quale il becco di un solo gabbiano, ancorché motivato dalla difesa della prole, difficilmente avrebbe potuto opporre una valida resistenza; ma poi i morsi della fame avevano avuto la meglio su di lui.

Finalmente, nei pressi dell’isolotto di Gavi, trovò un grosso banco di pesce azzurro che si spostava verso la costa nelle acque tiepide della superficie, e lui si diede con frenesia a catturarne in grande quantità, adottando la tecnica del passaggio radente a pelo d’acqua e ingoiando le prede in volo prima di accingersi ad una nuova picchiata. L’abbondanza di pesce fece sì che in poco tempo si rifornisse a sufficienza di cibo, cosicché poté riprendere subito il volo di ritorno verso casa alla massima velocità consentitagli dalle prede ingurgitate.

Come sempre, per avvicinarsi a Zannone aveva preso quota, ponendo tra lui e il mare il maggiore spazio possibile per allargare il raggio d’osservazione aerea e difendersi meglio in caso di attacco, sfruttando una posizione che gli avrebbe evitato la picchiata di un rapace, resa micidiale dalla forza di gravità. Ma all’improvviso, a poca distanza dall’isola, si rese conto che stava rivivendo una scena simile a quella già vissuta qualche tempo prima quando, tornando dalla pesca, aveva assistito alla distruzione della sua famiglia.

Questa volta, però, l’evento catastrofico non si era manifestato con uno scoppio distruttivo ed un bagliore accecante, anche se minacciava di provocare lo stesso mortale risultato. Gli occhi atterriti del Gabbiano erano fissi su un grosso esemplare di falco pellegrino che, adocchiato proprio il suo nido, si stava disponendo alla virata d’avvicinamento, cui sarebbe seguita la picchiata micidiale sulla preda. Gli artigli acuminati e il becco ricurvo del rapace non avrebbero lasciato alcuno scampo alla sua famigliola.

Accelerando la velocità e scendendo contemporaneamente di quota, il Gabbiano emise delle acute strida di allarme, dirigendosi verso il falco con le zampe appiattite sul ventre e il becco minaccioso proteso in avanti, deciso a colpirlo o a fargli cambiare direzione con il peso del suo corpo lanciato a folle velocità. Sapeva bene che, precipitando sulle rocce assieme al suo nemico da quell’altezza e a quella velocità, sarebbe andato incontro a morte certa, ma in quei frenetici istanti il suo pensiero era rivolto unicamente alla sua compagna e al suo piccolo perché questa volta non si trattava di subire il colpo di un destino ineluttabile, bensì di lottare contro un avversario in carne ed ossa come lui che poteva essere battuto, sia pure a costo della vita.

Il rapace, disorientato da quella inattesa reazione, ebbe un attimo d’indecisione che lo portò fuori rotta proprio nel momento in cui, con gli occhi fissi sul bersaglio, stava per sferrare l’attacco decisivo contro le sue vittime. Riuscì così a sottrarsi allo scontro con il Gabbiano, il cui esito sarebbe stato letale per entrambi, ma, proprio in quell’istante, avvenne un fatto inaspettato. Richiamati dal disperato verso di pericolo emesso dal Gabbiano con tutta la forza che aveva in gola, dai nidi tra le rocce affacciate sul mare, dall’alto della montagna e da ogni quadrante del cielo, decine di gabbiani, stridendo a loro volta e compatti come un solo uccello nello scopo di sopraffare il comune nemico in procinto di razziare il nido di un loro compagno, si lanciarono anch’essi sul rapace, opponendo ai suoi pericolosi artigli una selva di becchi altrettanto acuminati e micidiali.

Il predatore, trasformatosi in preda suo malgrado, con una virata acrobatica si diede ad una fuga precipitosa, non senza aver provato su di sé l’effetto dei colpi di becco dei gabbiani che per primi l’avevano raggiunto, ed evitando d’un soffio i pericolosi costoni rocciosi verso i quali era stato sospinto da quell’autentica furia gracchiante. E la baldanza per quella vittoria spinse l’agguerrito stormo di pennuti ad inseguire il falco fin sul versante opposto dell’isola, dove il malcapitato trovò rifugio nel fitto bosco, mimetizzandosi con la sua livrea screziata tra i rami degli alberi.

Il Gabbiano preferì invece evitare l’inseguimento e portare conforto agli atterriti membri della sua famiglia, rincuorato a sua volta dal miracolo operato dal gesto di solidarietà dei suoi coraggiosi compagni.

 

Carlo Bonlamperti

 


[1] Il 20 giugno si festeggia S. Silverio, patrono di Ponza.

[Il faro e il gabbiano. (5) – Continua]

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