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Campeggio a Palmarola

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di Leonardo Lombardi

 

Palmarola è una delle isole Ponziane, a poche miglia da Ponza, la più grande dell’arcipelago.

L’isola è stata una delle mie mete preferite per il fine giugno e per alcuni anni di seguito. Passavamo, in genere, una settimana ospiti di un amico proprietario di una grotta, sistemata con un piccolo bagno, il letto, un cucinino ed un terrazzino; senza corrente elettrica…

Fino alle 11-12 del mattino l’isola era tutta per noi e per i gestori dei due ristoranti con i quali facevamo lunghe chiacchierate. Poi arrivavano le barche dei ‘barbari’ che da Ponza venivano a visitare Palmarola. Stravolti dalla traversata, in genere con mare mosso e per il caldo, si accalcavano sotto le tettoie dei due ristoranti e gridavano. È  lì che ho scoperto che la cosiddetta ‘gente’ non sa più parlare, ma solo gridare.

Per nostra fortuna tra le 5 e le 6 del pomeriggio risalivano con grandi difficoltà sulle barche e ci lasciavano soli e padroni dell’isola.

Bagni stupendi, allietati da piccolissime cernie, che alimentavamo con patelle staccate dagli scogli, e da centinaia di gabbiani adulti e giovani che volteggiavano sopra la baia.

Per me vi era poi il divertimento di andare a piedi sotto la parete di un’antichissima cava di ossidiana e cercare frammenti con tracce di lavorazione, di questo prezioso vetro vulcanico che, per millenni ha rappresentato il materiale più duro e più tagliente a disposizione dell’uomo neolitico. Sapevo che la ricerca era del tutto inutile, in quanto il livello del mare in epoca neolitica era molto più basso dell’attuale e quindi un eventuale sito per la lavorazione dell’ossidiana avrebbe dovuto essere almeno una decina di metri sotto il terreno che io calpestavo.

Lungo la spiaggia non era raro imbattersi in giovani gabbiani, che si distinguono dagli adulti per il colore delle penne e di parti del piumaggio, che scorrazzavano alla ricerca di residui alimentari lasciati dai barbari. Alcuni dei pulcini spiccavano il volo senza difficoltà, altri non volavano e, al massimo, entravano in acqua senza allontanarsi, per recuperare rapidamente il suolo.

Ci raccontarono che ad un certo punto della crescita, i gabbiani adulti spingono fuori dal nido i pulcini; chi riesce a volare sopravvive, gli altri sono destinati alla morte per fame. Infatti piccoli cumuli di penne e piume punteggiavano la spiaggia; i genitori sembrano accettare il destino di questi piccoli senza preoccuparsi.

Un giorno mentre nuotavamo lungo la scogliera abbiamo visto un giovane gabbiano che atterrava sugli scogli in mezzo ad un gruppo di adulti. L’atterraggio fu un disastro, due o tre capitomboli prima di mettersi dritto sulle zampe. Gli adulti presenti iniziarono ad urlare: critiche, consigli o rimbrotti non lo sapremo mai, ma certamente vi era partecipazione e interesse della comunità.

Questa storia sui gabbiani mi è tornata alla mente quest’anno in un agriturismo in Maremma.

Mentre stavo leggendo sotto una veranda, la mia attenzione è stata richiamata da un gruppo di rondini che si agitavano lungo un cavo metallico che, a pochi metri dal suolo, sosteneva un albero. Le rondini stridevano ed emettevano acuti fischi muovendosi in volo o lungo il cavo, attorno ad una rondine priva della caratteristica coda a V. La rondine, apparentemente giovane, era saldamente aggrappata al cavo e, malgrado le spinte, con ali e becchi, da parte delle altre rondini non intendeva staccarsi e volare. Dopo molti minuti di stridìi e incitamenti, la rondine si è staccata e ed volata scompostamente chissà dove.

Anche le rondini quando è il momento spingono giù dal nido i piccoli? Dopo pochi giorni si è ripresentata la stessa scena, ma è durata pochissimo. La piccola rondine con l’aiuto delle altre era riuscita a salvarsi.

Leonardo Lombardi

 

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