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0046-046 30-07-2005-19-32-10_0004 v6-f Foto di gruppo 5 Una cintura di cistoseria a pelo d'acqua

Il faro e il gabbiano (4)

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di Carlo Bonlamperti

Per la terza puntata del romanzo breve leggi qui 

 

IV

All’inizio dell’ultima settimana di gestazione, nonostante Giovanna non manifestasse alcun particolare sintomo per il parto ormai vicino, Giovanni decise che era tempo di far venire a Zannone la levatrice, e partì di buon mattino con la barca di servizio alla volta di Ponza.

Uscendo di casa, non udì il consueto cinguettio di passeri provenire dal bosco, ormai spopolato degli uccelli stagionali, e vide che persino i gabbiani quel mattino, per chissà quale strano motivo, volavano in circolo attorno all’isola, senza abbassarsi a pelo d’acqua, come facevano di solito per nutrirsi, e senza lanciare le loro grida gioiose come accadeva sempre all’arrivo e alla partenza della barca.

Il mare era calmo, ma c’era qualcosa nell’aria che Giovanni, pur con la sua esperienza di marinaio, non riusciva ad interpretare chiaramente. Il cielo, fin dal sorgere del sole, era di un colore terreo che si specchiava in un mare piatto e cupo che rifletteva la luce con difficoltà, come se la natura stesse col fiato sospeso in attesa di un evento che dovesse accadere di lì a poco.

Giovanni cercò di scuotersi di dosso l’impressione negativa con cui era iniziata quella giornata concentrandosi sulle manovre per salpare e, una volta al largo, sulle commissioni da svolgere per la madre e la moglie, pensando in modo particolare al regalo da farle per il Natale e la nascita del figlio.

L’intenzione era di ripartire da Ponza intorno a mezzogiorno, ma il protrarsi di alcune faccende, dovuto all’affollamento dei negozi in quel periodo natalizio, e il ritardo con cui la levatrice si presentò all’imbarco, fecero differire la partenza da Ponza alle prime ore del pomeriggio.

La frenesia per gli acquisti da fare e delle incombenze da espletare aveva a tal punto assorbito l’attenzione di Giovanni da fargli trascurare completamente l’esame delle condizioni meteorologiche, che nel frattempo erano mutate. Infatti, proprio sullo specchio di mare tra Ponza e Zannone, nembi scuri e minacciosi si erano addensati nelle ultime ore, riducendo la già scarsa luce del mese di dicembre ad una sorta di caligine opaca che avvolgeva ogni cosa, trasformando quel paesaggio mediterraneo in una sorta di irreale porto delle nebbie.

All’imbarcadero si accese subito la discussione tra Filomena, la levatrice, che diceva che con quel tempo non sarebbe mai partita, Totonno,[1] il capobarca, che sosteneva che non c’era da preoccuparsi perché non c’era né vento contrario né mare agitato, e Giovanni, che premeva per partire subito nel timore che il tempo potesse peggiorare. L’unico a mostrarsi indifferente, qualunque decisione fosse stata presa, era Girotto, il guardaboschi, il quale, con salomonica saggezza, propose di partire e di spingersi fino all’Isola di Gavi per vedere se da quel punto in poi sarebbe stato possibile proseguire per Zannone; in caso contrario sarebbero tornati indietro. La proposta sembrò ragionevole a tutti anche se Filomena, nel salire in barca, si segnò tre volte.

Sia pure sotto un cielo plumbeo che incuteva timore solo a guardarlo, la navigazione si svolse tranquilla fino all’altezza dell’isola di Gavi, doppiata la quale il mare cominciò ad incresparsi sotto la spinta di un vento caldo e umido che, sorto all’improvviso, faceva spumeggiare la cima delle onde e beccheggiare la barca.

– Torniamo indietro! – ripeteva Filomena con la paura negli occhi, cercando di calcolare se fossero più vicini a Ponza o a Zannone, ma Totonno la rassicurò dicendole che si trattava solo di un po’ di mare lungo [2]  che non creava alcun problema ad una barca solida come quella.

Per tutta risposta il vento andò rinforzando e il mare continuò a gonfiarsi costringendo gli occupanti della barca ad aggrapparsi chi agli scalmi, chi ai bagli, e a sedersi sul pagliolo per non lasciarsi bagnare dalle onde sollevate dal vento.

Erano ad un paio di miglia da Zannone quando Totonno, voltandosi a guardare un fastidioso gabbiano che starnazzava insistentemente a poppa della barca, la vide: una scura, snella, vorticosa tromba marina che, superata l’isola di Gavi, puntava diritta su di loro, danzando in un turbinio di acqua e schiuma sollevate all’altezza di un centinaio di metri e collegando il cratere scavato nel mare dal suo roteare all’occhio pauroso creatosi nella massa di nubi basse sopra di loro. Il capobarca non ebbe bisogno di proferir parola perché gli altri naviganti, vedendo la sua faccia terrea, indirizzarono lo sguardo nella stessa direzione, rendendosi immediatamente conto del pericolo che correvano e reagendo ciascuno a modo suo: Filomena si segnò più volte e invocò San Silverio, Giovanni implorò la Madonna del Carmine e Totonno strinse con più energia la barra del timone, facendo compiere alla barca una virata sulla destra nel tentativo di sfuggire alla traiettoria della tromba marina. Solo Girotto, benché  preoccupato al pari degli altri, non mostrava eccessivo nervosismo perché sapeva – per averlo appreso dal racconto di alcuni marinai – che una tromba marina difficilmente dura più di venti o trenta minuti, e lui sperava che il mostro li avesse già impiegati quasi tutti da quando si era formata, probabilmente al largo di Palmarola, e aveva doppiato l’isola di Gavi.

Invece sembrava che quella maledetta tromba marina non avesse alcuna intenzione di rientrare nei canoni classici di simili eventi atmosferici e continuava la sua corsa sibilando con violenza e avvicinandosi minacciosamente alla barca, cambiando a sua volta direzione.

Nel tentativo di sfuggire in qualche modo a quell’inseguimento ferale, o quanto meno di limitare gli effetti disastrosi di un investimento diretto del vortice, Totonno questa volta virò a babordo, e la manovra improvvisa provocò lo sbandamento dei passeggeri che finirono l’uno sull’altro contro la murata di dritta; ma l’unico effetto che la virata sortì fu il rallentamento della corsa verso il varo, perché la tromba marina, mutando direzione ancora una volta, si pose all’inseguimento della barca marciando a grande velocità sulla nuova direttrice.

I quattro naviganti, terrorizzati, già sentivano incombere su di loro l’ala umida della morte che si presentava sotto forma di un grande imbuto nero che roteava ad un centinaio di metri da loro, sibilando con voce assordante dal profondo del mare fino alle nubi.

Il vortice, appressandosi sempre più, già risucchiava con forza verso di lui l’aria circostante, impedendo ai quattro disgraziati quasi di respirare e strappando loro i vestiti di dosso, mentre la barca si arrestava, trattenuta da una forza spaventosa che annullava la spinta dell’elica.

Giovanni aveva le lacrime agli occhi, pensando alla famiglia che non avrebbe più rivisto e al bambino che non avrebbe mai conosciuto. Filomena, inebetita dal terrore, ripeteva come in un mantra il nome dei due figli lasciati a Ponza con la madre e il marito, e Totonno imprecava contro la malasorte che aveva messo quella disgrazia sul suo cammino.

Fu allora che Girotto decise di agire. Cadute nel vuoto preghiere, invocazioni e invettive, spinto dall’istinto di sopravvivenza e come ubbidendo ad una voce interiore che non aveva mai udito prima, si alzò con decisione dal cantuccio dove si era rifugiato e, a rischio di venir trascinato in mare dalla violenza del vento, si sporse dalla murata di babordo con le spalle alla tromba marina e si calò i pantaloni, mostrando il sedere al mostro d’acqua e urlando alla sua volta con quanto fiato aveva in gola: “Io, primogenito di casa Farese, ti esorcizzo e ti scongiuro: allontanati subito da noi!”  [3].

All’istante, come ubbidendo ad una forza superiore che le imponeva la sua volontà, la tromba marina si divise in due tronconi, che presero direzioni diverse e si allontanarono dall’imbarcazione, perdendo gradualmente la loro forza come due trottole senza controllo, fino a riassorbirsi nelle nuvole grigie quello superiore e nel mare quello inferiore. La colonna d’acqua sospesa in aria ricadde in mare  ricolmando con uno scroscio fragoroso il profondo imbuto proprio quando la barca stava per appopparsi ed essere trascinata nel gorgo. Il mare riassunse il solito aspetto, restando solo leggermente increspato per l’effetto del vento sulle onde, e il grande occhio ciclonico si richiuse nel cielo, lasciando il posto ad un grigio strato di nubi compatte, aggredite dalle prime avvisaglie del colore del tramonto.

A quello spettacolo, cui mai si sarebbero sognati di assistere, i quattro si guardarono l’un l’altro con le espressioni più diverse dipinte sui volti,  increduli di  aver corso un simile pericolo e di esserne usciti vivi. Un istante dopo, quasi senza rendersi conto di ciò che facevano, gridarono tutti assieme, spinti dalla gioia per la disgrazia evitata e riuscendo solo in quel modo ad allentare la tensione per i drammatici momenti vissuti. Poi si abbracciarono tutti, piangendo di gioia, mentre la barca, sotto la guida di Totonno, puntava su Zannone.

V

Volando alto nel cielo, il Gabbiano aveva visto avvicinarsi la tromba marina assai prima di Giovanni e dei suoi compagni, e in un primo momento l’istinto l’aveva spinto a scendere a terra per trovar riparo in un anfratto tra le rocce. Fino a quel giorno, infatti, lui aveva sperimentato tempeste di vento e di pioggia, fulmini accecanti, tuoni assordanti e mareggiate che si abbattevano sugli scogli lanciando in alto la schiuma, ma non aveva mai visto un fenomeno meteorologico come quello che stava avanzando verso Zannone. Un istante dopo, la sua vista acuta gli fece scorgere una barca, e qualcosa dentro di lui lo avvertì del pericolo che correvano quei naviganti prima ancora che essi stessi potessero rendersene conto. Istintivamente spiccò il volo alla volta dell’imbarcazione e, riconosciuti gli occupanti intenti a proteggersi dagli spruzzi delle onde, cominciò a volteggiare intorno alla barca, strepitando con tutta la forza che aveva in gola soprattutto quando passava a poppa.

Il Gabbiano aveva riconosciuto subito Giovanni dall’abbigliamento che indossava e dal cappellaccio che era solito portare quando andava per mare; il capobarca al timone gli era comunque familiare per averlo visto tante volte approdare e salpare da Zannone, e quell’altra persona che sembrava agitarsi meno delle altre l’aveva seguita più di una volta mentre girava per l’isola controllando il taglio della legna.[4] Stentò invece a riconoscere quella figura grassoccia che stringeva a sé una grossa borsa e sembrava più spaventata delle altre, ma poi ricordò d’averla vista un paio d’anni addietro in occasione della comparsa di quella specie di grosso pulcino che era stato tenuto in braccio a lungo e poi lasciato ruzzare a quattro zampe fino a quando non era riuscito a stare in piedi da solo.

Quando si accorse che le persone della barca si erano finalmente rese conto della tromba marina, il Gabbiano prese la direzione del faro, non potendo fare di più per quegli sventurati naviganti. Il suo intento era quello di attirare l’attenzione degli abitanti della casa su quanto stava avvenendo in mare ma, raggiunta la quota del faro, si accorse che non ve n’era bisogno perché, affacciate ai vetri della finestra della sala da pranzo con gli occhi sbarrati, Giovanna e la suocera già trepidavano e pregavano per quelle povere anime in pericolo. Come il marito, anche Giovanna temeva che il bambino che portava in grembo rischiava di non conoscere suo padre, e la disperazione che non riusciva a  nascondere si rifletteva nelle parole accorate che pronunciava, alle quali, per riflesso, si univa il pianto inconsapevole della bambina che teneva in braccio.

La suocera invece, con il viso impietrito in una maschera di terrore, sulla quale il dolore si accaniva ad accentuare i segni dell’età, sembrava animarsi solo per sussurrare una preghiera appena percettibile, mentre con le mani nodose cercava di attingere la forza dal rosario che stringeva in pugno e le lacrime le scendevano lentamente sul vestito nero.

Nel raggio di parecchie miglia, il Gabbiano era l’unico uccello in volo, e lo si poteva vedere volteggiare nervosamente tra l’isola e lo  specchio di mare della barca, lanciando, ai margini del vento che quasi lo ghermiva nella sua scia vorticosa, il suo stridulo verso d’allarme.

La natura circostante, dal più piccolo degli insetti fino agli uccelli, ai roditori e ai mufloni, signori del bosco e delle rocce impervie, sembrava annichilita dalla tragedia che stava per compiersi, e in quella calma irreale nella quale il turbine stava per irrompere, centinaia d’occhi, nascosti nel folto del bosco e negli anfratti più protetti dell’isola, si apprestavano ad esserne gli inermi testimoni.

Quella stessa natura fu invece spettatrice della prodigiosa divisione della tromba marina, che sfiorò appena i fianchi dell’isola, senza arrecarle alcun danno, e si disperse lontano, rallentando la sua corsa fino a trasformare la forza e l’ululato del vento in una brezza leggera

Zannone accolse quelle persone miracolate in un ambiente tornato nuovamente sereno, quasi tirando un sospiro di sollievo assieme a loro e alle creature che ospitava tra la silente vegetazione che si preparava alla quiete della notte.

Solo il Gabbiano continuava a volteggiare al di sopra di quei naviganti, che salivano verso il faro a passo spedito e con un’energia insospettata in chi è rimasto a lungo in balia delle onde, strapazzato dalla furia degli elementi e dalla tensione nervosa. Nessuno di loro proferiva parola, ma sui loro volti, tornati nuovamente distesi, si poteva leggere la riconoscenza per il prodigio di cui erano stati testimoni, chiunque n’era stato l’artefice.

Il verso del Gabbiano fece alzare loro la testa, e per un istante, appena il raggio del faro illuminò la sua figura snella, sembrò quasi che l’uccello sorridesse.

 

Carlo Bonlamperti



[1]  Antonio

[2] Moto ondoso residuo che permane una volta cessata la spinta del vento.

[3]  E’ credenza popolare che il primogenito abbia il potere di esorcizzare alcuni particolari eventi       negativi compiendo il rito descritto.

[4]  Il Comune di Ponza autorizzava ogni dieci anni il taglio parziale del bosco per recuperare legna da ardere, frascame per forni e produrre carbone. Spesso invece avveniva che il taglio fosse frontale e indiscriminato, e per questo motivo furono necessari i controlli.

[Il faro e il gabbiano. (4) – Continua]

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