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Racconto di pesca ponziana

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di Ernesto Prudente

 

“Ncòppe u summe u pertuse”

In uno di quei soliti pomeriggi estivi degli anni sessanta, attraversavo la banchina Di Fazio diretto in piazza. Sul banchetto della pescheria di Giosuè, Peppe u ruosse, Peppe il grande, per distinguerlo dal cugino, Peppe u pitte, Peppe il piccolo, armeggiava intorno ad un pezzo di lamiera. I due Peppe erano soci della Francesca Maria, una barca che avevano adibita a cianciola Eravamo e siamo amici. Mi fermai e gli chiesi cosa stesse facendo. “Sto facendo un cappellone per nascondere la luce della lampara. Questa sera andremo “ncòppe u summe u pertuse”. Peppe, il piccolo, è stato questa mattina con il frontonese a prendere i segnali di allineamento”. “U summe u pertuse” è una secca che si trova a due miglia a nord della punta di ponente di Zannone. Era una secca sconosciuta alla totalità dei pescatori isolani. La conoscevano, e la frequentavano, soltanto il maresciallo di Frontone, un vecchio sottufficiale della marina militare che è andato in pensione nel 1920 e ha goduto di questa pensione fino al 1992 anno della sua morte, a centodue anni, e il frontonese, un abitante di Frontone.
Di quei tempi, quando le barche non erano ancora fornite delle attrezzature moderne, “ u summe u pertuse” era considerato come il pianeta Marte. Si sapeva della sua esistenza ma nessuno sapeva come arrivarci..
L’idea mi entusiasmò e subito manifestai a Peppe la mia presenza a bordo quella sera.
Perché il cappellone, perché nascondere la luce?
Peppe mi disse che diverse lampare di Terracina venivano tutte le sere a pescare nelle acque di Ponza e far conoscere loro la posizione del “ summe u pertuse” significava trasferire la proprietà.
Ero emozionato quando la Francesca Maria si mosse dalla banchina del porto di Ponza e con me lo erano tutti, compreso Peppe il piccolo che era il capopesca.
Andavamo verso l’ignoto.
Come superammo la Cala del Mariuolo, la punta di ponente di Zannone, Peppe diresse la prua verso la secca della ghiaia dove lasciammo, facendola dare fondo, una delle due barchette, ognuna con una lampara, di cui era dotata la Francesca Maria e che le teneva a traino. In coperta poi aveva un piccolo canotto, talmente piccolo da non poter imbarcare più di tre persone.
Ritornammo verso ponente per avere di poppa uno dei due segnali di rilevamento.
La Francesca Maria aveva un motore senza frizione per cui non poteva andare indietro. Il motore si ingranava solo con la marcia avanti. Fermarsi sul “comignolo” di uno scoglio era appannaggio solo di Peppe.
Per tutto il tragitto ero a poppa a fianco di Peppe il piccolo.
L’altro Peppe, il grande, era su una delle due luci, così si chiamano le barche con la lampara, e armeggiava ancora attorno al cappellone.
Sul sedile di poppa Peppe teneva anche la bussola, cosa mai notata prima. Peppe mi teneva informato di ogni e qualsiasi manovra. Camminavamo, così dicono i pescatori, sulla scia del segnale del dritto di poppa. Il faro della guardia ad un passo di larghezza dalla punta del mariuolo di Zannone.
L’altro segnale doveva ancora apparire e apparve, sempre secondo Peppe, quando eravamo a due miglia da Zannone.
Peppe fece sgranare l’elica e la Francesca Maria proseguì con l’abbrivo. Peppe osservava le rocce di Zannone come un subacqueo scruta, con la pila, l’interno di una tana.
Fece mettere in acqua il canottino dove, su invito di Peppe, presi posto con Vincenzo Costanzo che ora vive a New Jork.
Lo scandaglio che avevamo era un grosso pezzo di piombo, pesante, a mio parere, dai cinque ai dieci chili, legato ad una lunga cordicella. Ci fece spostare di circa venti metri più a nord dalla posizione della barca quando diede ordine di calare lo scandaglio. Vincenzo lo calò e la corda, richiamata dal peso, scivolò fino ai settanta metri. Peppe traguardava il segnale di rilevamento su Zannone. L’altro, il cui punto era il faro della Guardia, era di facile accesso. Ci fece spostare ancora di una diecina di metri e Vincenzo ripetè l’operazione.
Questa volta, però, la corsa del piombo verso il fondo venne arrestata dall’incontro con la cima della secca. Vincenzo nel ritirare il peso misurò le bracciate: ventotto.
A bordo tutti applaudirono. Fu una festa. Avevamo scoperto un nuovo pianeta..
Peppe il grande con la sua barca si portò vicino al canotto e diede fondo. L’ancora della sua barca come il piombo precedentemente si posò sulla cresta dello scoglio. Dimenticavo di dire che Vincenzo, nel ritirare lo scandaglio, portò a galla due nassòtte. Si erano spezzate e in una c’erano due saraghi. La Francesca Maria rimase nei paraggi della barca con la luce, non ancora accesa, perché nei dintorni di Gavi si erano appostate le barche di Terracina e una di queste ad un certo punto si diresse verso di noi. Peppe allora diede ordine all’altro Peppe di salpare e di dare la cima di rimorchio per essere traghettato sulla secca della Ghiaia. Guardai la rotta sulla bussola e guardai l’ora sul mio orologio. Annotai nella memoria anche la sistemazione di alcune stelle alle mie spalle Quando Peppe, sulla secca della Ghiaia, diede ordine di fermare il motore, erano trascorsi undici minuti.
La barca terracinese scandagliò quella zona per oltre un’ora.
Sapevano della secca d’u summe u pertuse ma non riuscendo a trovarla presero il cammino per Palmarola. Quando le sue luci si persero all’orizzonte chiesi a Peppe di ritornare sulla nostra scoperta. Peppe fece presente che di notte, non vedend il segnale di Zannone, la cosa sarebbe stata impossibile.
Replicai che ero a conoscenza, da dove ci trovavamo, della rotta bussola e del tempo di navigazione ed anche della posizione di alcune stelle che avevo attentamente osservato.
Per farmi contento, non mi ha mai detto no ad una qualsiasi mia richiesta, facemmo la navigazione inversa. Seguivo la bussola e le stelle come un Noè moderno. Al decimo minuto feci fermare e il motore e precedemmo con l’abbrivio. Fu Peppe il grande a calare in acqua l’ancorotto della sua barca e al primo affondo si trovò sulla testata della secca. U summe u pertuse ci era diventato familiare. Gioimmo più di prima.
Facemmo, tutti, un giro panoramico con lo sguardo per vedere se ci fossero luci straniere. Buio pesto, totale e completo.

Peppe accese la sua luce con il cappellone intorno. Era impossibile notarla da lontano.
Ma il fondo lo illuminava e come.
L’equipaggio si rifugiò, come era uso, sottocoperta. A poppa rimanemmo solo Peppe ed io. Eravamo in attesa della chiamata dell’altro Peppe che non tardò a venire. “Viéne a murate é pòrte Ernesto”. Salimmo sul canotto e ci portammo nelle vicinanze della luce. Che cosa si presentò ai miei increduli occhi: squadroni di laciérte, ordinati e composti, come reparti di militari ad una rivista di parata, guazzavano nel mare calmo d’u summe u pertuse. Ritornammo subito a bordo dove Peppe chiamò tutti in coperta. Sul canotto dove prese posto Vincenzo, era il suo posto di combattimento, venne subito lanciata la cima della stazza delle rete. Quando Peppe il piccolo, dopo un conciabolo sulla corrente con il cugino, emise il comando: molla, la rete scivolò sulla murata della barca verso il mare. Alla distanza che ritenne giusta attonnò e la Francesca mise la prua sul canotto dove Vincenzo aveva acceso, per farsi notare, una lampada a petrolio.

I lacerti vennero accerchiati e subito venne tirato a vericello il cavo che, attraverso una serie di anelli, serviva a stringere la parte bassa della rete. La rete diventava un grande sacco, aperto solo in superficie. Peppe il grande, u luciaiuole, era con la sua barca al centro della rete e ad un certo momento, dopo una attenta osservazione, lanciò il grido che tutti aspettavamo: “stanne a inte”, stanno dentro, li abbiamo accerchiati.
Il recupero della rete avvenne con lena, vigoria e entusiasmo.
Si voleva far presto per imbarcare il pesce sulla nave in partenza alle quattro e mezzo per Formia. Sarebbero arrivati sul mercato ventiquattro ore prima e freschi. E con la stessa sollecitudine e solerzia venne fatto uso del coppo. In pochissimo tempo la rete venne svuotata e la coperta della Francesca Maria disseminata di pesce fino all’orlo. Per non farli traboccare riempimmo una ventina di casse che depositammo sull’osteriggio del motore. Diversi marinai presero posto sullebarche delle luci.
Arrivammo in porto in tempo utile da incassettare il pesce e trasferirlo sull’Isola di Ponza, la nave di collegamento conFormia.
Un lacerto di un chilo e trecentocinquanta grammi fu l’esemplareche portai a casa e che finì, com’è norma, su una brace di carbone, lardellato con un ciuffo di menta che disseminava sul suo corpo un intruglio di aceto, olio, aglio e peperoncino che al contatto con il fuoco emanava una leggera ondata di fumo talmente odorosa e profumata da annientare e offuscare qualsiasi tipo di concorrenza.

Dal libro di Ernesto Prudente “Vocabolario illustrato del dialetto parlato dai pescatori e dai marinai ponziani”

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