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Un pezzo di storia ritrovata attraverso il recupero di un vecchio giornale

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di Enzo Di Fazio.

Alla Redazione

Dopo aver recuperato e trascritto interamente il bel servizio che Alfonso Gatto – inviato del settimanale Epoca, nel 1955 – dedicò ai fari di Zannone e della Guardia [ne ho fatto cenno nel pezzo “Il faro magico” pubblicato agli inizi di agosto (leggi qui)], ve lo inoltro perchè possiate metterlo a disposizione dei lettori di ponzaracconta.

Emergono, dalla sensibilità della scrittura di Alfonso Gatto, il fascino dei luoghi e la spontaneità e la caratterizzazione dei personaggi di cui si parla.

Penso farà piacere ai parenti dei fanalisti menzionati nell’articolo, in particolar modo a coloro che non hanno avuto l’opportunità di leggerlo.

Il  passaparola, anima autentica di questo sito, farà poi  il resto.

I fanalisti che, in quegli anni, prestavano servizio al Faro della Guardia erano: gli omonimi Filippo Vitiello (il reggente), meglio conosciuto come “Filippe ‘i Musaraca”, morto quasi centenario qualche anno fa, e Filippo Vitiello della famiglia dei Vitiello che contava nel proprio ambito ben tre fratelli fanalisti; il terzo era mio padre.

A Zannone erano assegnati: Vincenzo Ferraiuolo nella qualità di reggente, Guido Vitiello e Silverio Scotti.

Il servizio è interessante anche perchè nella didascalia di una foto (quella di Guido Vitiello alle prese con un pallone nero) si parla del sistema di segnalazione con bandiere e palloni cui i fanalisti di  Zannone affidavano le loro richieste di soccorso per comunicare con il semaforo della Guardia quando l’isola era ancora priva di telefono.

Buona lettura!

Enzo Di Fazio

 ***

L’Italia che non conosciamo

Luna di miele per  Guido e Civita

Isola felice di pietre e d’acque, ogni faro è sempre in capo al mondo ove tutti vorremmo essere. Ma di notte, al Faraglione della Guardia di Ponza e a Capo Negro di Zannone, quando ha bisogno degli uomini, Iddio chiama.

(dall’inviato di Epoca  Alfonso Gatto – fotografie di Antonio Ruggieri)

                                                                                                                Isola di Ponza, agosto 1955

 

 Il battello da Formia levò le ancore in un tardo pomeriggio di maggio, con poche persone a bordo armate quasi tutte di fucili come bracconieri, con un cielo e un mare che non promettevano nulla di buono.

Andavamo a Ponza e alle altre piccole isole Pontine per vedere i fari.

Erano gli ultimi giorni prima della chiusura della caccia e clemente per i poveri uccelli migratori attesi al varco era solo un signore di nobile aspetto che se ne stava a prora stretto stretto per il freddo nel suo gabardine: uno scienziato, ordinario di zoologia all’Università di Bologna, il professor Toschi.

Anch’io andrò al Faraglione della Guardia”, ci confidò. “Contro le vetrate delle grandi lanterne luminose vanno a sbattere e morire i poveri uccelli che si lasciano attirare dalla luce. In molti fari del Nord Europa è stato studiato un sistema di reti che fermano blandamente quel volo cieco. Ma in quei Paesi c’è un amore per gli animali quali da noi nemmeno s’immagina…”

Il viaggio fu vuoto, opaco, interminabile: cinque ore di mare “lungo” col Circeo sempre in vista, solo sul mare come un’isola, e Ponza ancora chiusa dall’orizzonte.

Giungemmo a notte.

Il marinaio ch’era ad aspettarci disse: “Per domani Zannone nulla da fare. E’ un isolotto tondo tondo senza un attracco e il vento lo piglia d’infilata da tutte le parti”.

Ponza di notte ci parve aver lume dalle sue case chiare, bianche, di gesso, tra una cala e l’altra assiepate d’alberature e di rimorchi.

Il marinaio aveva visto giusto.

Al mattino, Zannone era circondata tutt’intorno da colonne di spuma, anche se il mare di là dal porto sembrava sfiorato appena da un vento quasi marzolino che ne rallegrava il colore.

Ma era destino che di Zannone, prima ancora di conoscerla, noi dovessimo saper tutto.

Dietro vaghe indicazioni per raggiungere il Faraglione della Guardia e il faro, c’eravamo appena instradati a salire le scale che portano all’orizzonte, quando, su un pianerottolo a mo’ di piazzetta ove si stringevano le piccole case dell’erta, c’imbattemmo in un giovane con una camicia a scacchi, una cartucciera alla cintola e il fucile in spalla.

Sembrava deciso ad aspettar qualcuno.

“Per il faro?”,  chiedemmo.

“Voi siete il sig. Gatto e voi Ruggieri…”, ci sentimmo rispondere, indicati più che sospesi in quella domanda che via via, nella voce, aveva perduto ogni dubbio.

“La Marifari di Napoli ci ha avvertiti del vostro arrivo; mi chiamo Scotti, Silverio Scotti, e sono uno dei tre fanalisti di Zannone. Vi accompagno, lassù è la casa di mio padre. Ora è in pensione, ma è stato quarant’anni nei fari, da ultimo era reggente al Faraglione. Ci faremo offrire una bottiglia di vino buono”.

Il sole, non ancora alto all’orizzonte, già scottava e la strada, perduta ogni ombra, s’inerpicava attraverso una scala incassata nella roccia.

In un’oasi di vigneti, leggeri al vento che sul crinale passava dall’uno all’altro mare dell’isola, c’era la casa del vecchio Scotti padre, Silverio anche lui come il figlio e come il patrono di Ponza.

“Papà”, chiamò raggiante il giovane.

Rispose e venne alla porta, invitandoci a entrare, la mamma.

Il vecchio venne più tardi, in maglia di lana, porgendo al figlio “lo spumante”, un vino bianco fatto con l’uva della sua vigna, come ci assicurò, così forte di pressione che bisognava stapparlo tenendo col collo in giù la bottiglia in una zuppiera. Era un vino frizzante, fresco, alcalino da bere a piccoli bicchieri, tutto d’un fiato.                                           

“Son quattro chilometri dal paese al faro” prese a dire vedendoci prender le mosse per la partenza,

“ora hanno fatto la via nuova, ma una volta, dopo i faraglioni del Bagno Vecchio, con quella mulattiera a zig-zag nella montagna per cui salendo salendo si finiva sempre allo stesso punto del tornante su cui cadevano le frane, non si sapeva più se correre o star fermi, se chiudere gli occhi o tenerli aperti.

Si finiva con l’andare avanti perchè bisognava andare.

Una volta lassù, non ci si stanca mai di vedere, si è sul mare, dentro il mare e il vento più di qualsiasi navigante. Lontani, ma con un piede in paese. Chi non è di turno può tornare a casa. A Zannone invece…”.

Congedandoci e riattaccando a salire, Silverio junior riprese il discorso:

“A Zannone, al faro di Capo Negro, siamo a sei miglia e mezzo, quasi a undici chilometri, da Ponza.

Noi tre fanalisti, a turno di quindici giorni  in quindici giorni, osserviamo una settimana di riposo, sicchè due restano sempre di guardia.

Questo, quando il mare permette alla barca dei viveri, ogni mercoledì, di accostarsi all’isolotto.

A volte, per il vento, girandogli e girandogli intorno, non si riesce a trovare un punto solo, uno scoglio, uno spuntone di roccia, su cui lasciarci andare. O spesso, d’inverno, ci tocca, mezzo bagnati, attraversare tutta la riserva di caccia per raggiungere il faro.

Una volta siamo rimasti per ventisei giorni bloccati. E non abbiamo telefono. Possiamo solo comunicare con bandiere di segnalazione col semaforo di Ponza che è buono se ci vede.

(Didascalia della foto) – Fame e Sete: Pallone Nero – Guido Vitiello è l’altro fanalista di Zannone che vedete intento alla “messa in tondo” di un pallone nero. Per il vento e per il mare, specie d’inverno, il faro di Zannone che non ha telefono resta spesso isolato da Ponza. La barca che settimanalmente accosta e porta riserve di viveri, di medicinali e di petrolio per la lanterna non può attraccare. Come comunicare col mondo nei casi di urgenza? L’uomo del faro sale sulla cima più alta dell’isolotto e con un sistema di segnalazioni a bandiere di giorno, di fuochi di Coston di notte, s’affida all’attenzione e alla vista dei marinai del semaforo di Ponza. Il semaforo, ove il cielo sia chiaro e la visibilità buona, vede i segnali e “alza l’intelligenza”, come si dice, cioè dà ricevuta dei messaggi. Nei significati che hanno i segni e i colori delle bandiere, registrati su una tabella internazionale, si possono leggere i pericoli sempre presenti nella vita dei solitari abitatori di queste isole che pochi chilometri di mare bastano a volte a tener lontane come la luna. Bandiera a quattro scacchi uguali e opposti al vertice, due bianchi e due neri, significa “guasto all’apparecchio”. Pallone dipinto in nero (quello su cui armeggia dimostrativamente il nostro Guido Vitiello): necessità di viveri e acqua, fame e sete. Bandiera quadra nera con disco bianco su pallone nero (complicato): “naufragio”. Di notte un fuoco Coston rosso significa “mancanza di viveri”: bianco e rosso, è “naufragio”. Per le disagiate condizioni gli agenti del faro hanno 100 lire al giorno d’indennità.

 ***

“Prima di me c’era al mio posto Silverio Vitiello, uno dei tanti Vitiello, uno dei tanti Silverio che come gli Scotti hanno sempre bisogno di tirarsi dietro la paternità, quanto basta, per farsi riconoscere.

Gli morì un bambino. Dovette seppellirlo lui nella terra del faro. Per una settimana la barca non potette accostare. Poi lo esumò e lo portò a Ponza”.

In vista del Faraglione passammo la stradina tagliata a strapiombo sui due versanti del mare.

Avvistammo la Palmarola.

“Ci andiamo a caccia” disse Scotti, “è un’isola bellissima e disabitata, piena di grotte naturali. Ogni tanto si parla di qualcuno che vuol comprarla. Finirà come Zannone, che è una riserva in mano di una società milanese. E noi faristi, fuor del nostro piccolo territorio che è poco più di un fazzoletto, guai a tirare a una quaglia…”

Il cancello d’ingresso al faro era chiuso su un piccolo tunnel in fondo al quale s’intravedeva il sole e l’erta che continuava.

Scotti appoggiò il fucile in un rientro della roccia e s’accucciò sulle gambe a accarezzare il cane che ci era venuto incontro. Il fanalista del Faraglione rispose al nostro saluto, per metà nascosto dalla porta in un casello di muratura ov’ era intento a lustrare una grande lanterna.

“Questo è un faro rosso a luce fissa” disse presentandosi, “serve a illuminare le Formiche, quegli scogli neri a fior d’acqua che sono micidiali per la navigazione.

Tre anni fa, nel dicembre del ’52, vi si incagliò un bastimento. Tutto l’equipaggio andò perduto. Furono ripescati soltanto i cadaveri di tre naufraghi. Il reggente è in paese, si chiama Filippo Vitiello come me, ma non siamo nemmeno parenti. Lo troverete a casa nel pomeriggio. Verrà a accompagnarvi Di Fazio, l’altro fanalista che monterà con lui al tramonto. Il reggente avrà da raccontarvi qualche storia. Lui sa parlare e sa scrivere anche.”

Intorno il silenzio del mare, azzurro a perdita d’occhio, era rotto dal rumore di una motobarca che girava intorno al Faraglione.

“E’ dall’alba che gira”, disse Vitiello, “andrà a incrociare al largo qualche motonave da carico che vien dalla Sardegna, ma ancora non si vede nulla. Andiamo sulla torre…”.

Di lassù, alle ampie vetrate verso levante, il vento sembrò portarne all’orizzonte il fumo.

Scotti, dal terrazzino di vedetta, facendo megafono con le mani, gridò qualcosa ai marinai di sotto, ma la motonave, a tiro d’occhio ormai, sembrava aver fatto più presto di lui se la barca a motore con un ampio giro puntò senza incertezza sul mare aperto andandole incontro e accostandosi.

Poi, sulla scia del silenzio, tutte e due si fermarono, manovrando per lo scarico.

Nel pomeriggio, in compagnia di Di Fazio, andammo a casa del reggente: un uomo magro, dagli occhi chiari, dalla voce calma che solo i maestri sanno avere quando parlano ai fanciulli.

Dalla sua casa bianca e verde si ammirava il più bel panorama di tutta l’isola.

Il mare ne profilava le coste come in un “fiord”.

“In quattordici anni che sono lassù” prese a raccontare, “una volta ho avuto veramente la certezza d’essere al mondo per qualche cosa. Vi racconterò la storia. La potremmo intitolare “La storia della motogoletta Narducci”.

“Era la notte del 28 gennaio 1948, una notte di tempesta.

Uscito a dare uno sguardo alla torre, m’accorsi che la salsedine in poche ore aveva reso opachi tutti i vetri della lanterna e che il faro aveva perduto la sua luminosità.

Il vento urlava e sembrava  portarci via le parole.

Salimmo, io e il mio compagno, sul terrazzino che gira intorno alla torre, mi feci legare a una fune e mi arrampicai ai montanti della lanterna.

Con una mano stretta a un appiglio, con l’altra e con tutto il braccio pulii i vetri centrali.

Sulla faccia accecata dalla luce sentii che il faro riaveva il suo splendore. Erano le 23 e 45. Ricordo che scendendo fissai l’ora e i minuti per trascriverli nel giornale di servizio.

Al mattino, finito il mio turno, mi recai in paese.

Alcuni uomini scalzi e imbambolati, quasi fuori dal mondo, uscivano dalla chiesa, accompagnati da una folla di curiosi e di parenti.

Uno di loro, vedendomi, mi abbracciò e quasi senza fiato“Grazie” disse, “grazie” ripetè più e più volte. Un altro con maggior voce tentò di spiegare: “Non vedevamo più nulla. La Narducci incassava acqua per una falla e noi, perduta ogni speranza ormai, non pompavamo più, sfiniti, ansiosi quasi di rassegnarci alla nostra sorte. All’improvviso il timoniere gridò: “Il faro della Guardia!!..”

Tutti ci sentimmo come presi alla sprovvista dal lampo che prima, ignari d’essere alla sua portata, mai avremmo creduto di vedere. Riprendemmo a pompare, a pompare. Guardai l’orologio, era mezzanotte meno un quarto”.

“Quei naviganti mi ringraziavano come avrebbero ringraziato il faro stesso. Ma nessuno di loro ha mai saputo che fu la mia mano, intenta disperatamente a pulire il vetro, a liberare alfine quel raggio che giunse sino a loro. Chi mi aveva dato in quell’attimo il presentimento di uscire a vedere la torre? Mi sentivo come chiamato”.

Entrò, quasi evocata, la moglie del reggente a portarci il caffè.

Era bellissima e altera, con gli occhi verdi.

***

Attraccando finalmente a Zannone, due giorni dopo, mi convinsi ancor di più che in ogni uomo dei fari si cela un uomo d’amore, un Paolo che ha accanto la sua Virginia e con lei invecchia in un’isola felice di pietre e d’acque sotto un cielo benigno.

Guido Vitiello e Civita Scotti, una bella e prospera ragazza bionda che parla ponzese  e americano, sono due personaggi di una storia esemplare. Innamorata  già del suo uomo, Civita nel ’47 andò col padre negli Stati Uniti.

Nel 1950, a ventidue anni, tornò per sposarlo. I sei mesi di luna di miele passarono al Faraglione della Guardia, poi, nell’agosto, col suo frutto in grembo, essa partì per New York. Il bambino nacque a febbraio.

Dopo tre anni, acquisita la cittadinanza americana, il 25 agosto 1953, Civita tornò e, di nuovo, trovò solo che Guido dal Faraglione era stato trasferito a Capo Negro di Zannone, con cento lire in più al giorno per disagiata residenza.

Da allora, mezza americana e mezza ponzese, con un bambino che è tutto americano, essa non sa convincere il suo uomo a lasciare i fari e l’Italia.                                                     

“A me piace l’Italia”, dice semplicemente Guido,“mi piace stare all’aperto e non muffire in una fabbrica”.

Civita è contenta di tutte le parole del suo uomo, anche di quelle che la contrastano.

 

Eppoi, non è vero? Ogni faro è sempre in capo al mondo ove tutti vorremmo essere.

Alfonso Gatto (1955)

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