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Il faro e il gabbiano (1)

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di Carlo Bonlamperti

 

Non so dove i gabbiani abbiano il nido

ove trovino pace.

Io sono come loro

in perpetuo volo.

La vita la sfioro

com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo

e come forse anch’essi amo la quiete

la gran quiete marina.

Ma il mio destino è vivere

balenando in burrasca 

(Vincenzo Cardarelli – 1887-1959)

 

I

Nella grande cucina dell’alloggio attiguo al faro, Giovanna si accingeva a preparare le coperte da fissare alle finestre per l’oscuramento della sera. In assenza del marito, era un’incombenza che ricadeva su di lei, come tutte le operazioni concernenti l’accensione e lo spegnimento della lanterna [1], il controllo a vista dei fari visibili da Zannone [2] e la successiva annotazione sull’apposito registro custodito nella stanza di veglia.

Nonostante l’avanzato stato di gravidanza, i suoi movimenti erano quelli di una donna ventinovenne che, con una figlia di due anni da allevare, non poteva permettersi né riposo né agi, soprattutto in quel periodo di guerra e su una piccola isola come Zannone, a contatto solo con il mare, il cielo e la natura selvaggia.

Ultima di cinque figli, la sua educazione era stata severa e tradizionale come usava agli inizi del secolo, sia pure nella serenità di una famiglia unita e solidale impregnata dei principi del rispetto, dell’onore e della lealtà e assolutamente scevra da quelle velleità di contestazione e disgregazione che già cominciavano a far capolino in certi nuclei familiari delle città della Penisola.

Aveva imparato il mestiere di sarta, che le aveva dato discrete soddisfazioni sia durante la fase dell’apprendistato che dell’esercizio in casa della sua professione, e si era rivelato di grande utilità allorché, da moglie di un fanalista, aveva dovuto fare di necessità virtù nel confezionare pantaloni e camicie per marito e figli in un periodo in cui il pret-à-porter era ancora di là da venire anche nelle città.  

Giovanni, l’aitante giovanotto dal carattere allegro e dai modi accattivanti, vagamente somigliante ad Amedeo Nazzari per i baffi e la folta capigliatura ondulata, era rimasto affascinato da quella ragazza semplice e riservata, dai lunghi capelli neri che incorniciavano il viso ovale, su cui spiccavano due occhi scuri e intelligenti, e le aveva fatto una corte discreta e serrata, facendola divertire con le trovate più strane e i mille scherzi rimasti proverbiali nelle due famiglie fino ad oggi.

Si sposarono a gennaio del ’42, appena Giovanni tornò dal corso de La Spezia con la nomina di fanalista in tasca e la destinazione per l’isola di Zannone. La loro fu una luna di miele con le limitazioni e i disagi di un periodo di guerra, che l’amore appassionato di due giovani come loro superò con slancio, accompagnandoli in viaggio fino alla Laguna di Venezia attraverso l’Italia occupata dai Tedeschi.

A novembre di quell’anno nacque la loro prima figlia, cui diedero il nome di Carmela in onore della mamma di Giovanni. La bimba – che i genitori chiamavano Carmelina – aveva gli stessi capelli neri della mamma e le onde naturali di quelli del papà, e cresceva sana e robusta perché la vita sulla piccola isola non risentiva eccessivamente delle privazioni di quel periodo di ristrettezze grazie all’orto che forniva i suoi prodotti genuini, al latte della capretta tenuta nel recinto alle spalle del faro, alla pesca e alla caccia che Giovanni praticava con discreto successo, ma soprattutto alla farina, ai legumi e alle altre derrate alimentari di cui Giovanni si riforniva sulla vicina isola di Ponza in occasione dei viaggi quindicinali della barca di servizio.

Quella sera di settembre 1944 Giovanna era sola a Zannone in compagnia della piccola Carmelina che, seduta su una coperta stesa sul pavimento della cucina tra quattro sedie rovesciate a mo’ di barricata, giocava tranquilla con poche conchiglie e qualche molletta da bucato. Giovanna aveva acceso il lume a petrolio e si era avvicinata alla finestra per terminare l’operazione dell’oscuramento, lasciando scorrere lo sguardo sul mare dove alcuni gabbiani approfittavano di quell’ultimo scampolo di luce per completare il loro pasto serale.

La sua attenzione fu attratta da qualcosa che galleggiava sull’acqua, simile ad un barile che compariva e scompariva tra le onde, sospinto dalla corrente marina proprio in direzione del faro. La scarsa visibilità del crepuscolo non le consentiva di discernere con esattezza di cosa si trattasse, ma lei avrebbe giurato di aver scorto un improvviso bagliore metallico provenire dallo strano oggetto in lento avvicinamento agli scogli della riva. Si disse che poteva trattarsi del relitto di qualche nave affondata al largo, che la corrente aveva sospinto fin là, come quel carico di tek che tempo addietro Giovanni aveva trovato tra gli scogli del Varo [3] e aveva utilizzato per costruire i mobili del tinello e la culla per la bimba. Decise di non pensarci più, concentrandosi a restare in equilibrio sulla sedia dov’era salita per individuare i chiodi ai quali appendere la spessa coperta militare che doveva servire a schermare anche il minimo riflesso di luce.

Alla lanterna veniva fatta l’operazione inversa solo quando, per orientare i convogli alleati, su ordine del Comando del Basso Tirreno impartito via radio con messaggi cifrati, venivano inviati segnali luminosi in ore e con durata stabilite; ma per quella sera non era giunta alcuna disposizione in proposito e Giovanna si apprestava a trascorrere con la figlia una nottata tranquilla.

La piccola, complice la penombra della sera e il cadenzato rumoreggiare del mare proveniente da appena quaranta metri sotto di loro, si era assopita, con la schiena appoggiata ad una sedia ed una conchiglia tra le dita, tanto che Giovanna dovette svegliarla per farle consumare la cena, non senza provocare la reazione di protesta della bambina, destata nel bel mezzo del suo sonnellino. Per distrarla e imboccarla con più facilità, Giovanna cominciò a raccontarle la favola di Cappuccetto rosso, dando alle sue parole l’enfasi che di volta in volta il racconto richiedeva, curando di soffermandosi con mimica convincente sulle parole “…per mangiarti meglio, nipotina mia!” cui faceva seguire un “aamm!” pronunciato con voce cavernosa e occhi spalancati, che spingeva la bambina a spalancare a sua volta la bocca per imitare il lupo e ingurgitare, senza accorgersene, una buona cucchiaiata di minestrina.

Quell’atmosfera di serena intimità venne interrotta dall’improvviso boato di un’esplosione proveniente dall’esterno della casa che, divellendo la porta e le finestre con lo spostamento d’aria, penetrò all’interno della stanza, proiettando Giovanna e Carmelina verso la parete opposta in un rovinio di vetri infranti e suppellettili e oggetti d’ogni genere scagliati in ogni direzione. Madre e figlia urlarono all’unisono per lo spavento, e al buio causato dallo spegnimento del lume si cercarono istintivamente, stringendosi l’una all’altra per chiedere ed offrire protezione da un evento di cui ancora ignoravano la causa.

In quei drammatici istanti, il primo pensiero di Giovanna fu che un fulmine fosse penetrato in casa attraverso la finestra, ma poi rifletté che non era in corso alcun temporale e non c’era neppure vento, se si escludeva il levante che aveva soffiato per tutta la giornata e che solo al tramonto si era calmato, lasciando il posto ad un  po’ di mare lungo che s’infrangeva sugli scogli.

“Il relitto!“ pensò ad un tratto la donna, ricordando l’oggetto che aveva visto tra le onde e, al pensiero che si fosse trattato di una mina galleggiante, si strinse ancor più al petto la figlia che singhiozzava disperatamente e si portò la mano sull’addome dove sentiva scalciare il suo secondo figlio.

Poi si sciolse in un pianto dirotto, nervoso, disperato e di protesta verso l’assurdità della guerra e la drammaticità di quella situazione in cui lei si era trovata per necessità; un pianto solitario, privo della condivisione e del conforto di  una persona cara, che risuonò in quella stanza devastata, su uno scoglio selvaggio dimenticato da Dio.

E dire che era stata proprio lei a spingere il marito a partire per Ponza, tranquillizzandolo sul suo stato di salute. In quel momento, invece, il pensiero che quell’evento drammatico avrebbe potuto annientare lei e i suoi due figli in un solo colpo, la fece star male, e avvertì il prepotente bisogno che lui fosse lì a tranquillizzare lei e la bambina e ad aiutarla a sistemare quel disastro, anche se non avrebbe in alcun modo potuto impedire quello che era successo. Ma sull’isola non c’era nessun altro, perché – si disse sconsolata – la vita del fanalista è quasi sempre impregnata di solitudine e intrecciata al silenzio di luoghi impervi e isolati, dove si sente solo la voce degli elementi e degli uccelli marini e il più delle volte si parla con se stessi per non sentirsi troppo soli.

Quella considerazione la colpì come uno schiaffo in pieno viso perché lei, soprattutto in quei primi anni di matrimonio, aveva colto del lavoro del marito quasi esclusivamente l’aspetto semplice e naturalistico di una vita vissuta a stretto contatto con la natura, aiutata in questo dalla conformazione essenziale e quasi selvaggia di quell’isola ricchissima di vegetazione e gradita alla selvaggina di passo che tra i lecci del fitto bosco e la macchia colorata dalle ginestre e dall’erica salmastra trovava il sito ideale per il rifugio e il ristoro.

Fino a quel momento, il suo senso pratico le aveva fatto apprezzare con interesse e gratitudine le prede marine e la cacciagione che il suo Giovanni  le  poneva  dinanzi  con  orgoglio, pensando che altrove – soprattutto in quel periodo – ben poche persone potevano arricchire la loro mensa con la carne saporita di un dentice appena pescato, oppure condire la pasta o la farina di granturco con un sughetto di tordi e beccacce, o gustare uno stufato di carne di muflone. Inoltre la tranquillità e il senso di sicurezza che lei e il marito avevano sempre respirato sull’isola, era tale che non avevano neppure l’abitudine di chiudere la porta di casa quando si allontanavano per far provvista di legna, cercar funghi o cogliere la frutta spontanea che cresceva sull’isola, sentendosi gli unici veri padroni di quell’impero vasto appena un chilometro quadrato.

Era bastato un attimo perché quel mondo di serenità, con il suo corollario di certezze, padronanza e sicurezza, crollasse su se stesso per lasciare il posto alla paura e alla distruzione.

Lo scoppio della mina si era sentito fino a Ponza, distante da Zannone poco più di sette miglia, e nella piccola comunità isolana la notizia si era diffusa con la rapidità del fulmine, gettando nella disperazione Giovanni che voleva prendere il mare anche con il buio e il vento a sfavore pur di raggiungere Zannone ed accertarsi sulla causa di quel boato. A stento parenti ed amici erano riusciti a trattenerlo a Ponza fino alle prime luci dell’alba, dicendogli che non era affatto sicuro che il botto provenisse proprio da Zannone, ma che poteva benissimo trattarsi di pescatori di frodo che sparavano il carburo [4] dietro l’isola di Gavi.

La verità Giovanni la conobbe solo l’indomani quando, dopo aver messo piede a Zannone e lasciata la barca con le provviste giù al Varo, salì di corsa fino alla spianata del faro. Già in fase d’avvicinamento all’imbarcadero dell’isola, si era reso conto del mutamento che le rocce lambite dal mare avevano subito, come se la mano di un gigante ne avesse asportato dei grossi pezzi per frantumarli e disseminarli tutt’intorno, mettendo a nudo la parte interna, più chiara e senza vegetazione né incrostazioni marine. Anche i pesci avevano accusato il colpo tremendo provocato dalla deflagrazione, affatto protetti dallo strato d’acqua poco profondo: i loro corpi galleggiavano sinistramente a pancia in su, sparsi sulla superficie dell’acqua tornata nuovamente tranquilla.

Ma quello che colpì Giovanni fu lo stato in cui gli si presentarono le mura perimetrali dell’abitazione e della torre del faro, private di grosse porzioni d’intonaco, che lasciavano allo scoperto la pietra di tufo con cui erano costruite, come se quelle pareti avessero subito in un solo istante il trauma prodotto dalle intemperie in parecchi anni. Le finestre e le aperture della casa orientate a nord erano prive di qualunque protezione, essendo le imposte rimaste disintegrate nell’esplosione e proiettate verso l’interno. Quelle invece del lato sud, totalmente prive di vetri e spalancate violentemente verso l’esterno, penzolavano dai cardini contorti dalla forte pressione creatasi all’interno dell’abitazione. Alzando in su lo sguardo, Giovanni si accertò che almeno la lanterna non avesse subito danni, e si accorse che dalla ringhiera metallica che cingeva il ballatoio, assieme al filo dello stenditoio che serviva anche da antenna per la radio a galena, penzolava grottescamente la biancheria messa ad asciugare dalla moglie al mattino, sospinta in alto dalla forza dell’esplosione

Dalla soglia di casa Giovanna gli venne incontro con la piccola in braccio ed il volto segnato dalla tensione nervosa non ancora stemperata in quelle ore appena trascorse. Carmelina, appena vide il padre, allungò le braccia per trovare rifugio in quelle paterne e ricominciò a singhiozzare per essere coccolata e tranquillizzata. Giovanni le scompigliò nervosamente i capelli con le sue mani forti e la baciò ripetutamente, esortandola a non aver paura perché era tutto finito e il suo papà era ritornato; poi attirò a sé la moglie, serrandola in un abbraccio possente quasi a voler annullare quelle ore di tragedia e trasmetterle con il contatto fisico il conforto e la rassicurazione della sua presenza e la promessa di non lasciarla più da sola. Poi lo vinse la commozione, mentre con voce spezzata ripeteva: – Io non volevo partire… non volevo andare a Ponza con te in questo stato… -;  e dopo una lunga pausa, con la trepidazione di chi sa già la risposta, le chiese: – Era una mina galleggiante, vero?

La risposta affermativa di Giovanna, giunta con il solo movimento del capo, gli fece comprendere ancor più il dramma che aveva sfiorato la sua famiglia e che solo per un miracolo non si era tramutato in tragedia.   


Note

[1]  – Espressione familiare per definire il Faro.

[2]  – Piccola isola dell’Arcipelago Ponziano.

[3]  – Unico vero approdo all’isola di Zannone

[4] – Carburo di calcio. Con l’aggiunta di acqua produce il gas acetilene che è combustibile. Veniva adoperato per provocare esplosioni in mare che tramortivano o uccidevano i pesci.

 

Carlo Bonlamperti

[Il Faro e il Gabbiano. (1) – Continua] 

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