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Ritorno allo scoglio

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 di Noemi D’Andrea

Negli ultimi anni non sono stata a Ponza molto spesso come amavo ed amo fare: la vita maldestra ti impone a volte scelte ben diverse di quelle dettate dal cuore e quando succede devi consegnare le armi, ed attendere che qualcosa cambi.

Quest’anno poi sono stata ‘sullo scoglio’ proprio nel periodo di metà agosto, il peggiore a mio avviso di tutto l’anno.

Mi svegliavo presto la mattina e prima delle 8 ero giù a far colazione sotto casa, al bar di Giuseppe, per cercare di carpire quei pochi attimi di vita autentici dell’isola, prima che cambiasse faccia e ti ritrovassi, al posto dei volti noti dei ponzesi, migliaia di persone isteriche vomitate fuori dalle camere prese in affitto.

È bello cercare di studiare gli atteggiamenti della gente; è il mio passatempo preferito.

Ed allora scrutavo questi “forestieri” in una spasmodica gara a chi meglio conosce l’isola, a chi ci viene da più anni, a chi vanta di conoscere qualche Silverio, a chi pensa di essere più furbo nello scovare il ristorante più economico o l’affitta barche più onesto.

E sorrido, quando sento i nomi storpiati delle spiagge o le inesattezze delle indicazioni dei luoghi.

Ci sono poi i giornalieri, quelli che sbarcano sull’isola in tarda mattinata, quelli delle donne grasse e volgari e degli uomini con i calzini corti o pieni di tatuaggi, quelli con i figli che vogliono il gelato alle 10 di mattina e buttano la carta dove capita, quelli che strillano e litigano e che non sopportano il caldo.

Arrivano in gruppi rumorosi e disordinati, sostano a San Antonio e poi li ritrovi a Chiaia o, più spesso al Frontone. E se l’età non permette loro di avventurarsi per mare, li vedi che, inconcludenti, girovagano per l’isola, al Porto e che alle 12 hanno già fagocitato le loro provviste alimentari, che avrebbero sfamato, in condizioni normali, una famiglia per tre giorni!

Questi sono, a mio avviso, i visitatori peggiori: ne avessi mai sentito uno chiedere informazioni su posti da vedere o notizie storiche dell’isola, avere una piccola curiosità su Ponza o sui suoi innumerevoli posti antichi. Chiedono solo indicazioni per andare alla spiaggia, dove si collocano come capodogli spiaggiati sotto i loro ombrellini e passano la giornata nell’attesa dell’ora dell’imbarco per rientrare a casa.

Poi ci sono i ragazzi, mondo a me lontano (ahimè) se non fosse per i miei figli che mi permettono, oggi, di conoscerne in parte l’anima.

Le ragazze arrivano con i loro trolley colorati, con tacchi impossibili, truccate e rivestite come le modelle di Vanity Fair, prototipo ibrido tra le veline tascabili e le concorrenti del GF.

Le senti che discutono sul da farsi, su come far scorrere la giornata, con l’unico interesse di giungere al Frontone alle 17 per l’happy hour e attraversare poi la notte, vestite e truccate sempre nella stessa maniera, per andare incontro alla movida ponzese, ridotta ormai ad un nugolo di ragazzi che sostano, alticci (nella migliore della ipotesi) in piazzetta, davanti al Tripoli.

Ci sono i turisti acquisiti, quelli che vengono a Ponza da più di qualche anno e che girano intorno all’isola con i loro gommoni, portando i nuovi adepti nelle grotte di Pilato o a fare la maschera di zolfo alle Felci; che li portano a vedere la spiaggia del Core o all’Arco naturale inventandosi storie fantasiose e mai fantastiche, quelli che vanno a fare pesca subacquea equipaggiati di tutto punto, per uccidere poi la povera cernia di qualche etto, che nei loro racconti al ritorno si trasformerà in una bestia di 10-12 chili.

Sono quelli che cercano ancora il vino di Ponza, convinti che quello fatto con le cartine che gli rifilano sia il migliore che l’isola offre a dei prescelti come loro.

Sono quelli che vengono a fare la processione di S. Silverio o ancor più quella dell’Immacolata solo per poter dire “io c’ero” credendo così di aver conquistato un posto al sole e poi se ne fregano dei problemi dell’isola.

Poi ci sono i nostalgici, quelli che cercano in Ponza ricordi dei tempi passati, quelli che per qualunque cosa, dicono: – Mi ricordo, ai miei tempi era tutto diverso.

Quelli che non li vedi sulle spiagge ma solo sulle loro piccole barche, al Bagno vecchio, alla Parata o al Fieno.

Sono quelli che non vedi girare la sera in Piazzetta, che si ritrovano in piccoli gruppetti a ricordare la loro infanzia, quelli che siedono sul muretto, quasi nascosti, a San Antonio.

Sono quelli che non sfoggiano vestiti ed abbronzature lucenti, sono quelli con lo sguardo triste di chi già sa che prima o poi dovrà ripartire; sono quelli che estate dopo estate vedono lo scempio consumarsi, vedono la loro terra mutare sotto i loro occhi, gli stessi occhi che, ovunque vadano, si fermano a guardare un punto lontano ed hanno stampato nel fondo il profilo di Zannone o di Chiaia.

Sono gli stessi che ogni anno ripartono e vanno lontano, sperando al più presto di poter tornare…

 

Noemi D’Andrea

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