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Quei bianchi fantasmi…

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Un altro intervento sulla serata dedicata alla Miniera

di Luigi Aprea

Leggendo il resoconto della “Serata-Miniera”, la mia attenzione si è soffermata in particolar modo sugli aspetti concernenti la salute degli operai della SAMIP.
Mi viene spontaneo denunciare innanzitutto la carenza delle misure di sicurezza, in primis, la mancanza di mascherine, forse non ancora in commercio, necessaria protezione dalle inalazioni di polveri deleterie per i polmoni.
Polveri le cui particelle sono costituite da silicato di alluminio e soda caustica. Le prime, nell’impatto prolungato, predispongono al cancro che va sotto il nome di mesotelioma pleurico, degenerazione cancerogena molto simile all’asbestosi (causa di morte del minatore Pasquale Vitiello); le seconde, con possibilità di necrosi a carico della mucosa bronchiale e successiva ripercussione sul polmone, erano alla base di numerosi casi di fibrosi polmonare.
Molte di queste ricerche furono eseguite presso l’Università di Modena.

E’ ancora fissa nei miei ricordi l’immagine di quegli operai totalmente ricoperti di polvere bianca, che come fantasmi ritornavano nelle proprie case dopo una lunga giornata di lavoro; e quelle nuvole bianche immesse dalle ciminiere dello stabilimento SAMIP, che investivano la quasi totalità del territorio.
Mi sovviene anche il ricordo di quegli operai che si recavano in galleria con lampade alla fiammella di acetilene. Forse allora non era noto il grisou, miscela di gas che al contatto con la fiamma può facilmente esplodere. Ne parlava spesso l’operaio Michele Moriconi.

Altra questione è quella della riconversione in centro turistico della zona occupata dalla Miniera.
Il “mega-progetto” consisteva nel risanare il territorio e adibirlo a luogo abitato con porto annesso, che sarebbe dovuto sorgere in località “Cala dell’Acqua”.
Viene da chiedersi con quali risorse la Miniera avrebbe potuto far fronte a spese così ingenti, dato che non era stata in grado neppure di risarcire tutti i danni provocati con l’espropriazione dalle ruspe della SAMIP, che abbatterono centinaia di civili abitazioni. L’unica a resistere fu quella di Guido Vitiello, detto Falcone, che, come raccontato dallo stesso al sottoscritto, si oppose col proprio corpo all’avanzare delle ruspe.
Espropriazione, tra l’altro, che non può dirsi tale, in quanto avvenuta sulla base di un atto del Distretto Minerario, privo di valore legale e quindi inidoneo allo scopo. Piuttosto si trattò di occupazione abusiva. Un provvedimento di esproprio poteva essere emesso soltanto dal Comune o dalla Provincia.

Tra i terreni occupati con la forza vi era anche un vasto fondo coltivato a vigna di mia madre, Emilia Vitiello, recentemente scomparsa, su cui è stata costruita la variante della strada provinciale.

Al termine di questo mio intervento mi permetto un ultimo appunto: vorrei sollecitare i miei concittadini, che quasi sembrano voler elogiare quello che, a modesto avviso del sottoscritto, è stato il “cancro” dell’isola, ad indirizzare le nostre energie verso progetti di salvaguardia ambientale e archeologica.
Mi piange il cuore ogniqualvolta mi fermo a mirare le cristalline acque della mia terra rovinate giorno dopo giorno dalle fogne che vi sfociano dentro, causa assenza di un civile sistema fognario; così come soffro nel vedere siti archeologici abbandonati a sé, come il Forte Papa del XV sec., proprio in zona miniera, che pian piano sta crollando in mare.

Luigi Aprea

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1 commento per Quei bianchi fantasmi…

  • Silverio Tomeo

    Ero un ragazzino e su al “Pizzicato”, dalla casa di famiglia, mi trovai a vedere nella casa di giù alle scalinate, nella loro “corteglia” assolata, l’ultima estate agonizzante di uno degli operai della Miniera: si era spezzato la “spina dorsale” in un incidente sul lavoro, e pur tra dolori e tristezze voleva stare all’aperto, abbronzato e muscoloso, ancora giovane, e con moglie e figli da lasciare nella valle di lacrime di questa vita. Riqualificare quell’area, senza finire in bocca a speculatori privati e senza trasformare definitivamente l’intera isola in un villaggio turistico, assieme al resto delle esigenze reali della comunità isolana, questo dovrebbe essere il pensiero del bene comune. E, appunto, senza magnificare le “sorti magnifiche e progressive” di uno sviluppo distruttivo che tanti guasti ha prodotto e tante vite ha stroncato.

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