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Il naufragio della nave della Miniera

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intervista a Giovanni Conte (Giuànn’ ‘i Giulie Matrone) quale testimone dei fatti

 

Racconta Giovanni: – “Fu un caso che quella notte – era il 18 dicembre 1974 – fossi presente; alla Miniera ero Responsabile della Produzione. Avevamo rifatto il rivestimento dei forni e bisognava controllare che tutto funzionasse bene [la bentonite andava asciugata nei forni, con l’aggiunta di soda – N.d.R.].

Ricordo che eravamo in inverno e minacciava tempesta; il porto della Miniera è scoperto ai venti di ponente e di maestrale… Durante la notte il mare è andato rinforzando.

Dopo mezzanotte – insieme ad Antonio Di Meglio, detto “A’ Ciggielle” (il suocero di Isidoro Feola – N.d.R.), responsabile delle manovre di attracco, abbiamo chiamato la nave, consigliando loro di staccare gli ormeggi, perché era pericoloso stare alla banchina, con quel mare. Abbiamo preso accordi in tal senso col comandante della nave. Così fa. Rimango sul pontile, mentre A’ Ciggielle e un aiutante mollano gli ormeggi a terra. Sento il motore che va e le ancore che vengono tirate su. Quando la nave è libera e comincia ad allontanarsi, me ne torno in ufficio (faceva freddo!). Ero già arrivato su, che sento rumori e grida venire dal basso. La nave non sta andando avanti ed è evidente che non controlla più. Si sono fermati i motori (per cause che non si sono mai accertate: si è detto che l’equipaggio fosse ubriaco; si è detto anche che il naufragio fu deliberato… Non si è mai saputo – N.d.R.). La nave comincia ad essere spinta dal vento e dal mare verso terra;  dalla posizione di attracco (poppa a terra e prua verso il mare aperto), prima si mette di traverso e poi si appoggia al pontile di carico (di circa 100 m. sostenuto da piloni a mare e includente il nastro trasportatore del materiale e il nastro elevatore in cima – N.d.R) con la prua verso terra (come la vediamo nelle due foto).

Solo la parte distale del pontile viene coinvolta dall’impatto; ma a quel punto tutta la struttura diventa insicura. La nave si incaglia, sempre con la prua verso terra. Rimane arenata e semisommersa per giorni/settimane; progressivamente viene spogliata di tutto quel che di utile poteva contenere. Poi è ripresa dal mare e definitivamente scompare a fondo (vedi più avanti le foto del relitto, a pochi metri dalla costa e a pochi metri di profondità).

La stazza? Poteva essere sulle 700 – 800 tonnellate…”

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Delle due  barche che stanno intorno alla grande nave in difficoltà, cercando di portare aiuto, sulla più piccola (a sin. nella foto) sono  Antonio Di Meglio A’ Ciggielle, Cristo Antonio Sansone e Michele Mazzella (Z’ppegna). La più grande è (era) il gozzo ‘La capricciosa’ di Peppe’ i Tubia [Notizie fornite da Isidoro Feola]

 ***

Sono gli anni più cupi e contrastati della storia della Miniera a Ponza. Si era passati all’estrazione in galleria a quella ‘a cielo aperto’, con enormi danni al paesaggio. Ma non solo: numerose case e la stessa strada erano crollate; c’erano già stati gli espropri forzati, con i proprietari obbligati ad andarsene.

Data l’inagibilità del pontile di carico, la soluzione adottata dalla Direzione della Miniera – per almeno 6 mesi – fu quella di attraversare tutta l’isola con i camion carichi, per arrivare alle navi ormeggiate al Porto di Ponza. Almeno dieci camion che andavano avanti e indietro di continuo.

Il carico avveniva alla banchina principale sul molo Musco. Giovanni ricorda la nave Lorna, il cui capitano era Silverio Vitiello (il fratello di Geppino ’Ave Maria).

Andirivieni di camion, disagi, rumore, polvere in sospensione nell’aria; e ancora… polvere bianca scivolosa sul porto, nei negozi giù alle banchine, nelle case. Si può comprendere con quale danno per il nascente turismo isolano..

Seguono l’occupazione del Comune (Sindaco Don Mario; Ernesto Prudente non fa parte dell’Amministrazione, ma partecipa attivamente alle attività di contrapposizione alla Miniera); blocco stradale da parte delle circa 80 famiglie che alla Miniera lavoravano: leggi qui [3] la sua versione dei fatti.

Ulteriore veleno: ponzesi contro ponzesi: posizioni contrapposte tra chi sosteneva le ragioni della qualità della vita e del turismo e quelli che senza la Miniera avrebbero perso il lavoro e i mezzi di sostentamento. Così picchetti e blocchi stradali da entrambe le parti: di quelli che volevano la chiusura e dei familiari degli operai; camion della Miniera ad occupare la sede stradale; esposti e contro-esposti alla Prefettura. Intanto la produzione (già da un pezzo) era crollata.

Il sistema collassava su se stesso; i lavoratori non venivano più pagati…

L’atto definitivo del Sindaco che portò alla chiusura della Miniera reca la data del 2/4/1976, (n° 1164 di protocollo) e il titolo seguente: “Oggetto: Ordinanza relativa a sospensione immediata lavori cantiere Cala Cecata”.

 

La Miniera fu chiusa, ma gli strascichi legali si protrassero ancora per decenni. Lo stabilimento rimase ‘in letargo’ dal 1975 al 1992. La società dal dicembre del 1982 fu data in mano al curatore fallimentare Mario Rizzi, che decretò la chiusura fallimentare conclusa nell’ottobre del 1998.

Tuttora la vicenda non è pacificata.

 

Giovanni Conte

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Due immagini subacquee del relitto della  M/n Kastell Luanda (Foto F. Carnovale)

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Cala dell’Acqua, dal mare, dopo la chiusura della Miniera

[7]

Il sito della Miniera dopo la frana del luglio 2007