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Incontro con Mirella Romano (2)

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di Lorenza Del Tosto

Per la prima parte dell’intervista, leggi qui

Seduta nella penombra della grande sala del Consiglio Comunale, ora deserta, attigua al museo da lei fondato, Mirella Romano racconta. A tratti si alza per prendere una delle poesie, incorniciate o rilegate, da lei dedicate a suo padre; ci legge qualche verso, quasi temesse che le sue parole si trasformino in una sequenza fredda di fatti che gli anni hanno spogliato di emozioni. La sua voce si abbassa, si spezza. “Ti cerco negli occhi di mia madre”- recitano i versi, ma poi in fretta li mette via perché, da donna pratica quale in fondo è, lei stessa è andata a cercare cosa c’era dietro gli occhi ed il silenzio di sua madre.

“Ho capito che bisognava fare qualcosa e nell’annuncio su Famiglia Cristiana ho messo anche la foto della nave che ogni 24 luglio porta noi ponzesi a Ventotene per la commemorazione.

Ho avuto una prima risposta e poi ne sono venute molte altre. Chiunque sapeva dell’esistenza di altri orfani si è fatto coinvolgere nella ricerca. Perché, all’epoca, non c’erano documenti. La lista passeggeri era andata dispersa”.

Ed è stato come se, dopo tanto silenzio, quell’inserzione avesse acceso una febbre, un contagio. Hanno cominciato a scriverle: parenti, orfani, sopravvissuti.

“Li ho incontrati tutti e a mano a mano che maturava l’idea del Museo ognuno ha voluto darmi qualcosa”.

Come se gli oggetti degli scomparsi, conservati a lungo e senza certezze, avessero trovato finalmente un loro luogo, una destinazione. “Ogni persona che trovavo mi faceva sentire meglio. Non ero più figlia unica, avevo fratelli e sorelle e ognuno avvertiva il desiderio di fare qualcosa”.

Di rinnovare, ad esempio, il rituale della commemorazione. Quella messa celebrata dal parroco il 24 luglio non aveva più nessuna eco, era un ricordo spento, sbiadito. E a Mirella deve essere sembrato una seconda morte per tutti gli imbarcati.

“Così quando è venuto a mancare il parroco e si è riparlato della commemorazione, ho pensato che fosse arrivato il momento di darci da fare”. Dice Mirella. E ora la nuova cerimonia richiama l’attenzione di molti, anche delle televisioni.

I ponzesi continuano ad andare a Ventotene, sempre che il maestrale lo permetta, ma ora durante la messa vengono benedette due corone: una viene deposta sul monumento al Santa Lucia eretto sull’isola, l’altra viene portata  dai carabinieri sommozzatori sul relitto in fondo al mare, mentre dalle imbarcazioni la gente getta  garofani in mare.

Quest’anno, il 2011, è stato un anno speciale: i sommozzatori hanno recuperato l’ancora. “Doveva esserci la cerimonia del recupero il 24 luglio scorso. Ma ancora una volta il maestrale non lo ha permesso. Volevo farne un monumento pubblico a tutti i morti in mare di Ponza, ma figlie e nipoti si sono opposti: “L’ancora va conservata nel museo – dicono. Hanno paura che in strada venga profanata”

Gli occhi di Mirella inseguono l’immagine dell’ancora.

“L’hanno mandata da Ventotene. Sono così bravi lì, si adoperano tanto. Mi sono emozionata quando l’ho vista arrivare giù al porto. C’erano ancora tre fiori, tre bellissimi fiori bianchi, forse si sono staccati dalla corona”. Mirella rimane un istante in silenzio, poi si scuote, ride. “A parte i fiori, era messa maluccio, dopo tutti quegli anni laggiù, abbiamo dovuto darle una bella sistemata”. Ride. Del restauro si è occupato Domenico Musco, noto imprenditore dell’isola, che nel tempo libero ha la   passione di ridare vita ad ogni oggetto che viene consegnato nel cantiere allestito sotto casa sua: gommoni strapazzati dalla furia vacanziera dei turisti, reperti e quant’altro. Anche lui si è fatto contagiare dalla passione di Mirella: con una soluzione bi-componente 10×10 ha trattato l’ancora, per proteggerla dal tempo e dalle intemperie e lasciando sulla superficie rugginosa una bella luce brillante. E ora l’ancora, uscita dalle sue mani, risplende. È ritornata in vita.

– “I sub l’hanno presa dal fondo, hanno fatto un lavoro magnifico”.

Parlando dei sub, gli occhi di Mirella si accendono di una luce speciale. I sub sono per lei, capiamo, una squadra di angeli, l’esercito personale della regina, che ha saputo trasformare la predazione abituale dei relitti in un’opera di ricostruzione della memoria.

I sommozzatori amatoriali e poi il corpo dei carabinieri, hanno riscattato dal fondo molti degli oggetti che ora qui si conservano.

Mirella inizialmente si è rivolta a suo nipote, pescatore subacqueo. E’ stato lui a ritrovare le lettere S e A, le uniche rimaste del nome, sulla poppa. Poi sono arrivati i piatti in alluminio e i cocci consegnati da un sub di Latina. I ritrovamenti si sono susseguiti nel tempo: tra gli ultimi arrivi, di qualche giorno fa, un pezzo di tavolo con due bicchieri uno nell’altro.

Tra i tanti che dal giorno del ritrovamento avevano visitato e spogliato in più occasioni il relitto del Santa Lucia c’era anche Nino Codagnone, appassionato subacqueo, capitato nella zona per caso, che aveva raccontato delle sue immersioni in un libro: Gatto felice, racconti del mare mediterraneo. Il caso ha voluto che qualcuno, leggendolo e trovandovi un riferimento al Santa Lucia, corresse a segnalarlo a Mirella. In virtù di quella febbre del ritrovamento che era dilagata.

“Erano soltanto poche righe” – dice Mirella sorridendo – “dove Nino Codagnaone raccontava che nel 1966 era andato a caccia di corvine, attorno al Santa Lucia  e aveva recuperato degli oggetti: tra cui la lampada rossa di rispetto di riserva. Diceva di tenerla accesa nel suo studio. L’accendeva la sera per ricordare i tramonti di Ventotene e la tragedia. I suoi compagni avevano trovato anche il binocolo, la bussola, il sestante ed un oblò”.

Il libro era edito da Mursia.

“Allora scrissi a Mursia e li pregai di inoltrare la mia richiesta all’autore: vorrei posare gli occhi su quegli oggetti…”.  La voce di Mirella è piena di emozione come se ancora aspettasse quella risposta, come se l’immagine dell’uomo che di sera posa lo sguardo sulla lampada rossa per ritrovarvi un mondo da lei amato avesse creato un legame speciale, un vincolo prezioso di quelli che possono unire due sconosciuti più della conoscenza di anni.

“Era l’ultimo giorno del 2009, l’ultimo giorno dell’anno quando lui mi ha chiamato. E mi ha detto” la voce di Mirella si fa solenne, come a suggellare un patto “Signora Mirella quegli oggetti sono suoi. Io mi inchino di fronte alla sua memoria.”

Mirella fa una pausa.

Nino Codagnone ha restituito gli oggetti, ed in cambio ha avuto molto altro. Nella passione di Mirella, nella storia da lei ricostruita, deve aver trovato un senso che univa le sue spedizioni di anni in fondo al mare, e ha continuato ad occuparsi  della storia del Santa Lucia in un volumetto presentato quest’anno a Ponza sempre per i tipi di Mursia.

Quando per la prima volta Sandro Russo ci aveva parlato di Mirella, ci era sembrato di non riuscire a cogliere il senso di tanta memoria. Eravamo scettici. Ma ora qui avvertiamo tutta l’energia che emana da lei e dal suo progetto. Che in tanti devono aver sentito. Tante persone che lei ha riunito in una sorta di comunità virtuosa. Soprattutto uomini, padri,  fratelli che, come era già successo con i parenti dei dispersi e gli oggetti da loro conservati, hanno trovato un senso, un filo comune, una sorta di giustificazione alle passioni e agli interessi personali di ciascuno. Ed è forse questo il senso più profondo, la ragione della vita che si avverte qui dentro. Perché qui dentro c’è l’entusiasmo di tanti, prima disperso e ora raccolto. E reso vivo.

Come nel caso di Raimondo Bucher, subacqueo e scrittore, che nel ’59, a 16 anni dall’affondamento, trova il relitto della nave in fondo al mare. “I relitti sono una curiosità dove si rivive il dramma degli altri” – dice. E Mirella gli scrive per ringraziarlo per quello che lei considera il regalo per i suoi diciotto anni.

O del sottotenente Giulio Cargnello che, nel 2007, conduce una ricerca negli archivi del Ministero della Marina Mercantile e ritrova il faldone del Santa Lucia con l’elenco completo  dei passeggeri imbarcati. Cargnello era capitato a Ponza per caso: cultore della 2a Guerra Mondiale, si è appassionato alla vicenda, e non ha voluto credere che quelle carte fossero scomparse davvero. Tanto si è adoperato che l’isola gli ha riconosciuto la cittadinanza onoraria.

O del regista Fabio Maiorino che, nel 2009, ha girato un bellissimo documentario inchiesta. “L’ultimo viaggio del Santa Lucia”.  Coinvolgendo e appassionando alla ricostruzione dei fatti, e della loro dinamica, i testimoni, i parenti, la commovente figura della figlia del capitano Simeone, professori delle università inglesi ed italiane.

Mirella sorride per questo riacuirsi della passione storica. Ma il suo sguardo è serio, pratico, fattivo.

Oltre le emozioni, servono fatti concreti, risultati, indagini. Sui perché a cui la storia non ha dato risposta. “Grazie a Giulio abbiamo ottenuto tanti chiarimenti: è stato lui a spiegarci perché gli aerei della Royal Air Force andavano dalla Tunisia in Campania. Erano pattugliamenti mirati a creare il terrore. Se non avevano potuto scaricare le bombe su bersagli di terra, se ne liberavano in mare prima di rientrare (gli aerei non possono atterrare con le bombe in pancia, ci ha spiegato Nino Codagnone – N.d.R.). “Sebbene questo non basti a spiegare l’affondamento del Santa Lucia. E la coincidenza fortuita: il mitragliamento del 23 luglio, e il siluramento del 24 che secondo ogni evidenza non sono tra loro collegati.

Ci muoviamo per la sala, nel mondo che Mirella ha creato. Dove gli eventi trascorsi, grandi e minuti, si ricongiungono con le attività del presente, basta prendere in mano un filo e dipanarlo e vedere dove porta,  affinché il passato non si trasformi in un viluppo di fili annodati che ci soffoca. Perché ci sono ricordi che paralizzano e altri che danno la vita: bisogna saper scegliere quelli giusti.  Questo può fare chi rimane  e Mirella l’ha fatto.

Una signora quattro anni fa casualmente in visita a Ponza ha trovato nell’elenco dei passeggeri il nome di suo nonno, di cui non si avevano avuto più notizie. E un’altra signora dopo tanti anni, solo nel 2007, ha potuto sapere che suo padre, carabiniere, era morto. Il giorno dell’affondamento lei era in ospedale e qualcuno venne a dirle: tuo padre si era imbarcato sul Santa Lucia, ma non è morto. E allora perché non era più tornato a casa? Tante domande rimaste senza risposta dopo la caduta del fascismo, il 25 luglio, il giorno dopo l’affondamento.

Mirella ci mostra altri oggetti: il suo cappottino di lapin bianco, ultimo regalo del padre, il libretto di navigazione, il calendario della finanza del ’43, il vaglia lasciato da uno degli scomparsi in mare intestato alla moglie, un buono postale fruttifero di mille lire, le famose mille lire, che la moglie non ha mai incassato e ha donato al museo. Accanto al modello in scala de “u’ vapore” come lo chiamavano a Ponza c’è il libro dei visitatori. Ci fermiamo a mettere la nostra firma e il nostro sguardo corre, inavvertitamente, sulle pagine scritte, fitte di dediche, alcune in lingua straniera di chi si è fermato qui, qualcuno distrattamente, e ringrazia l’isola così bella per il ricordo che si porterà nel suo paese lontano. La mente dei alcuni visitatori si sottrae a quel luogo, pensa alla bellezza delle insenature, delle pareti a strapiombo sul mare, di questo parlano molte dediche, sono qui in vacanza, e in vacanza non tutti vogliono pensare alla fine delle cose, alle trappole del mare, ai relitti, ci colpisce una frase scritta in maiuscolo come un grido: “Che ansia qui dentro: tutti dobbiamo morire prima o poi”. Ci voltiamo e guardiamo Mirella, sorride, in piedi, nel suo museo, non ha paura, il suo sguardo scorre sognante  sul cristallo. Che custodisce tesori: la bussola di governo, il telegrafo di macchina (ancora nella posizione “avanti tutta” impostata per sfuggire all’attacco degli aerei comparsi all’improvviso da dietro l’isola di Ventotene), un bussola azimutale, bottiglie, piatti, stoviglie, una zuppiera e tanto altro. Che il gioco della luce tra i vetri illumina e rende vivi.

Mirella ne segue il contorno con un gesto lento delle dita. “Ho fiducia nei sub” – dice come parlando a se stessa, sorridendo sembra alle profondità del mare. Quei sub che lei ha portato a meditare sul senso del loro lavoro, messaggeri che le riportano voci ed immagini, che  colmano la distanza tra la vita laggiù ed il mondo di superficie, tra la vita ed il suo ricordo – “Quando mi chiamano per dirmi che hanno trovato qualcosa è come se mi portassero una parte di me”.

“A volte mi chiedono: vuoi mandare giù qualcosa, giù in fondo al mare. Ed io rispondo: e cosa ancora devo mandare? Ho già messo il mio cuore, laggiù”.

 

Lorenza Del Tosto

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