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Fari e ricordi (4)

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Alla Redazione di ponzaracconta,

invio questo primo pezzo sul faro della Guardia che si incrocia con una recente segnalazione di Sandro Russo sui luoghi abbandonati pubblicato su ponzaracconta: leggi qui, con cui ha un po’ a che fare.
Con questi ricordi e racconti riviviamo noi e le cose di cui parliamo, pur nella consapevolezza di non riuscire a dar loro una possibilità di riscatto. Sarebbe già tanto se quelle rovine potessimo sentirle un po’ più nostre e proteggerle da un ulteriore degrado.
Alle prossime

Enzo

 

Il Faro Magico

di Enzo Di Fazio

 

Ho messo tempo per  incominciare a raccontare del faro della Guardia.

Pensavo di farlo in preda ad una emozione più che sulla base del puzzle dei ricordi.

L’ultima volta che ci sono andato è stata nove  anni fa.

Vi arrivai per mare, costeggiando “la Scarrupata”, in compagnia di Cristoforo, uno degli ultimi due fanalisti rimasti a guardia dei fari di Ponza.

Faceva molto caldo quel giorno ed il mare era calmissimo. Il che ci rese tranquilli l’approdo e la discesa a terra, là sotto il faraglione dove un tempo c’era anche un deposito per il ricovero delle barche ed un comodo ‘varo’ per tirarle a secco.

Cionondimeno ho un ricordo molto triste di quella visita, per lo stato in cui trovai il faro. Cristoforo, nel tentativo di tenere a bada le mie aspettative, me l’aveva detto: – “Enzo, non troverai più il faro di una volta, sta cadendo tutto.  Non ci sono soldi  per la manutenzione e quello che possiamo fare noi fanalisti, di nostra iniziativa, è ben poca cosa rispetto alle esigenze”.

E ancora:  “… poi, da quando hanno reso automatica l’accensione ed eliminato la  presenza  di custodi sul luogo, sono passati dei malintenzionati che hanno manomesso il portone d’ingresso e hanno anche rubato.”

Mancavo dal faro dai tempi in cui mio padre era ancora in servizio. Praticamente dal 1976, anno in cui era andato in pensione.

Ricordavo quel posto, quindi, quando era luogo vissuto; quando vi si alternavano, per la guardia, tre fanalisti, come per Zannone. Quando il giardino, condiviso, era coltivato; quando si respirava un’aria di pulito e di attenzioni; quando il rosso pompeiano dell’intonaco si esaltava con la mole del fabbricato; quando la patina verde dell’incuria non aveva il tempo di depositarsi sull’ottone della targa con la denominazione del faro.

Trovai invece un edificio cadente, abbandonato, con pareti nude prive quasi di colore per  l’azione erosiva dei venti e della salsedine, con una targa incupita dall’ossido ed un portone sbarrato, con la pittura, ultimo segno di attenzione di chissà quanti anni prima, ormai quasi del tutto scrostata.

Volevo perciò scacciare dalla mente l’immagine dell’agonia di questo gigante e volevo farlo andando alla ricerca, tra alcuni documenti che Cristoforo mi diceva d’aver custodito in un piccolo armadietto, di qualcosa che prendesse vita, che si imponesse e si sovrapponesse al trauma di quella visione.

Ero sicuro che una nuova visita fatta con spirito e motivazioni diverse, dopo tanti anni, mi avrebbe regalato sensazioni e spunti per un più agevole racconto.

Come un po’ sta accadendo, in questi giorni, mentre sfoglio le pagine consunte di un “Faro della Guardia. Registro dei visitatori” – miracolosamente salvato da Cristoforo – che reca la prima annotazione a data agosto 1898.

Purtroppo  – mi dice Cristoforo – non è per niente facile, oggi, arrivare al faro.

In effetti la stradina che si inerpica sulla criniera del faraglione non è più agibile come una volta ed ogni viaggio, consentito peraltro solo al personale di servizio, deve essere preventivamente autorizzato dal Comando Zona Fari.

Bisogna arrivarci, poi, esclusivamente per mare non essendo ormai più sicura e, in alcuni punti, praticabile la vecchia strada che percorrevano i  fanalisti.

“Prima o dopo, ti porterò” – mi ha comunque assicurato.

Ed io gli credo ed aspetto fiducioso, con la speranza che, nel frattempo, non lo vendano, visto che fa parte di quei siti demaniali di cui lo Stato è pronto a disfarsi pur di fare cassa…

Intanto, se ti prende la malinconia, quel faraglione ciclopico col suo faro, se non lo vedi dal mare e se non lo puoi raggiungere attraverso la vecchia strada che, passando per gli Scotti e il Bagno Vecchio, percorrevano i guardiani, lo puoi andare a cercare salendo sul Monte Guardia.

Come ho fatto io, in un pomeriggio di qualche tempo fa, con la sola compagnia della macchina fotografica.

Il sentiero verso Monte Guardia, che un tempo viveva di lavori e di presenze,  ggi appena si intravede tra rovi ed erba alta. Si inerpica per la collina in mezzo ad una macchia mediterranea per fortuna rigogliosa, con qualche rara interruzione opera di chi ancora coltiva il pezzo di terra e cura le viti.

Salendo ti allontani dai rumori del porto mentre vieni avvolto dai profumi ed i colori che la natura ha ancora la capacità di donarti. Più vai sopra e più l’isola si distende sotto i tuoi occhi nella sua particolare forma lunata.

Nell’ultima parte del percorso, prima di arrivare nel punto più  alto, ti imbatti anche in un bel boschetto di lecci con piante di mirto e lentisco che fanno ricordare tanto Zannone.

La bellezza di quanto vedi si incrina, appena lo sguardo incrocia, nel momento di scollinare, l’immagine fatiscente del semaforo e  l’abbandono d’intorno che gli fa compagnia.

Il cammino sul pianoro che si apre davanti è agevole. Un tempo qui c’erano giardini con filari di viti e con muretti di pietre (‘i parracine) che  ne individuavano le appartenenze. Oggi emergono alcune baracche abusive, segno del cambiamento dei tempi e di un invasiva mancanza di rispetto per l’ambiente.

Ma la natura, quantunque spesso l’uomo le si metta contro, ha sempre la forza di imporsi e di meravigliarti. Così puoi incrociare magicamente un campo di orchidee selvatiche, se è stagione, e farti ammaliare da una visione di sogno dove è la luce a regalarti, giocando con il mare, il sole e il cielo, una bellissima immagine di  Palmarola.

Rincuorato procedi verso sinistra percorrendo l’ultimo pezzo del  pianoro fino a scoprire il faraglione della Guardia. Il tratto che conduce al ‘belvedere’ va fatto con attenzione così come richiede cautela, considerato che non ci sono protezioni, l’atto di sporgersi per guardare meglio o per fotografare.

Lo spettacolo è unico e, anche se visto tante volte, sempre emozionante.

Questo maestoso sperone di roccia trachitica lo vedi, così, dall’alto con la lanterna sull’estrema punta protesa verso il mare e la stradina che gli si arrampica sopra.

Sembra una muraglia cinese in miniatura quella strada, prodigiosa opera umana incisa nella materia primordiale; sembra anche un cordone ombelicale, un elemento di vita che raccorda l’uomo alla natura.

Venne realizzata nel 1886 quando venne costruito il faro.

Da qualunque parte lo guardi, questo blocco roccioso con quella costruzione in vetta, ti affascina.

A chi c’è stato tante volte come me evoca bellissimi ricordi intrisi di emozioni, di gioie e di paure; chi lo vede per la prima volta ne viene rapito: si smuove la fantasia, si addolcisce l’anima e si inventano sogni.

Non può essere altrimenti e deve essere stato sempre così se, nel lasciare questo appunto in seguito a trasferimento, il fanalista Carlo Bonlamperti di Giuseppe così annotava il 1° maggio del 1921 sul registro delle visite tenuto presso il faro:

“Quest’oggi sto malinconico perchè debbo lasciare questo incantevole faro e debbo andarmene a Zannone, ma dico che girando tutta la nostra Zona non troverò un altro faro così bello e incantevole solo per le sue rocce meravigliose, ero così contento quando venni qui ma ora lo debbo lasciare. Addio Scarrupata (*) – Ponza 1/5/1921 – ero venuto il 1° ottobre 1916”

                L’addio di Bonlamperti. La scritta è capovolta e riportata all’estremità del foglio

(*) Tra i fanalisti, soprattutto quelli dei primi anni ’50, il faro della Guardia era denominato ‘volgarmente’ “’U fare d”a  Scarrupate”

In quell’Addio Scarrupata si avverte il dolore del distacco di chi, probabilmente, era vissuto in simbiosi con l’ambiente. E l’addio, commiato umano e confidenziale, è rivolto addirittura ad un luogo, “la Scarrupata”, che, pur incutendo timore per il costante  pericolo della caduta di massi, è visto quasi come amico, perché comunque parte di un mondo naturale e non maligno, quindi rispettato e condiviso.

E va ricordato che  in quegli anni la strada che portava al Faro era molto più lunga, stretta ed insidiosa, per via di quel suo zigzagare proprio sotto la montagna; percorso che affidava solo ai tornanti la capacità di addolcire la pendenza.

Carlo Bonlamperti vi era arrivato il 1° ottobre del 1916 come lui stesso ricorda sul registro.

***

Luogo, quindi,  magico e poetico, che suscita emozioni come accade a tutti coloro che vi fanno visita.

Così scriveva il 17 settembre 1914 un visitatore: Arturo Lafrancesca

“In questa roccia incantevole, tra l’azzurro cielo e il glauco mare, ammirando la superba bellezza del faro della “Scarrupata”, il mio pensiero, passando l’infinito oceano, è volato alla diletta compagna Maria: con lei qui vorrei passare la mia vita, sognando la felicità e il Paradiso. Ponza 17 settembre 1914”. Con una annotazione dedicata al fanalista dell’epoca “Grazie infinite alla cortesia dell’ottimo sig. Picicco”.

‘Sognare la felicità e il Paradiso’: cosa che in effetti fecero il fanalista Guido Vitiello e  Civita Scotti quando, nel 1950, si sposarono.

Foto di Guido e Civita su ‘Epoca’, scattata per Epoca da Antonio Ruggieri

Racconta Alfonso Gatto in un bel servizio pubblicato il 14/8/1955 sul n. 254 di Epoca:

“…Guido Vitiello e Civita Scotti, una bella e prospera ragazza bionda che parla ponzese e americano, sono due personaggi di una storia esemplare. Innamorata già del suo uomo, Civita nel ’47 andò col padre negli Stati Uniti. Nel 1950, a ventidue anni, tornò per sposarlo. I sei mesi di luna di miele passarono al Faraglione della Guardia, poi, nell’agosto, col suo frutto in grembo, essa partì per New York. Il bambino nacque a febbraio. Dopo tre anni, acquisita la cittadinanza americana, il 25 agosto 1953, Civita tornò, e, di nuovo, trovò solo che Guido dal Faraglione era stato trasferito a Capo Negro  di Zannone, con cento lire in più al giorno per disagiata residenza. Da allora, mezza americana e mezza ponzese, con un bambino che è tutto americano, essa non sa convincere il suo uomo a lasciare i fari e l’Italia. “ A me piace l’Italia” dice semplicemente Guido, “mi piace stare all’aperto e non muffire in una fabbrica” Civita è contenta di tutte le parole del suo uomo, anche di quelle che la contrastano. Eppoi non è vero? Ogni faro è sempre in capo al mondo ove tutti vorremmo essere”.

Guido cedette, successivamente, alle insistenze di Civita e si trasferì definitivamente negli Stati Uniti ma ebbe sempre nel cuore il Faro della Guardia e non perse mai occasione, durante i suoi ritorni, di farvi visita. Negli anni della vecchiaia – ricorda oggi la sorella Concettina – ne parlava sempre con grande nostalgia e malinconia.

***

Ma il faro era apprezzato anche per quello che rappresentava: una grande e coraggiosa opera d’ingegneria .

Mi ha colpito, sfogliando questo registro, tra le tante testimonianze quella che emerge da uno scritto in arabo e tradotto in italiano. Per due motivi: per la curiosità derivante dalla presenza di arabi sul posto e per il contenuto politico che emerge dal messaggio:

“Oggi 31 dicembre 1914 siamo venuti a visitare questo bel faro con il Maresciallo dei M.M.C.C. ed abbiamo ammirato come il governo italiano costruisce splendidi fabbricati nel bene pubblico, opere somiglianti al palazzo imperiale del Sultano di Turchia, e con ciò dimostra essere un governo superiore agli altri, avendo noi ammirate nel viaggio per l’Italia, tante belle e maestose opere pubbliche. Conserveremo di questa visita un caro ricordo, e ritornando in patria faremo pubblicare sui giornali arabi le bellezze della grande Italia. Noi sconoscevamo le virtù del governo Italiano nonché i suoi tesori d’arte, perchè i Turchi ci facevano capire che l’Italia è misera e malandata, mentre abbiamo dovuto constatare tutto il contrario, e spontaneo ci viene dal cuore il grido di Viva l’Italia, viva S.M. Il Re Vittorio Emanuele III”

firmato Amer el Muakab – notabile di Agelat (Tripolitania)

firmato Muhamet ben Cato – notabile di Bengasi (Cirenaica)

(ambi asportati per ragioni politiche)

Il traduttore. Piedimonte Nicola

Ma c’è anche chi simpaticamente fa un po’ di ironia, come tale “Idalo Fata” che così scrive l’8/1/1915:

“O scoglio azzurro della Scarrupata

vorrei far versi… ma non sono Apollo

Sono appena il Signor Idalo Fata

Ricevitore del Registro e bollo” – 08/01/1915

  

In questo posto magico, mio padre, trasferito da Zannone, arrivò per la prima volta  il 27/11/1954.

 

Enzo Di Fazio

 [Fari e ricordi. (4) – Continua]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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