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Scorribande, di Ernesto Prudente

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recensito da Silverio Lamonica

Ernesto ha appena pubblicato un altro “tascabile” che va ad aggiungersi alla già ricca collana: “A Sporte d’u tarallare”, “Miscellanea”, “Fogli Sparpagliati…”  tanto per citare qualche titolo, tra i circa trenta e forse più già editi. Tutti riguardano, ovviamente, Ponza nei suoi molteplici aspetti. Tutti sono strutturati in brevi capitoli, quasi dei flash e spaziano, come dicevo, intorno ai più disparati argomenti: dalla geologia, alla storia, alla gastronomia agli usi e costumi, ai personaggi, ai detti… focalizzando un’epoca in particolare: il novecento.

“Scorribande” non fa eccezione, però è sempre una novità, perché più si indaga e più escono cose nuove, da questo scrigno incomparabile che è l’Arcipelago Ponziano.

Fatto sta che leggendo attentamente questi tascabili si apprendono particolari interessanti, proprio perché sono riportati da un ponzese vero, appartenente alla categoria  degli “annuali, cioè quelli che risiedono per l’intero anno”. Ponzesi che non vanno confusi con quelli stagionali, come il prolifico autore si affretta a precisare nella premessa.

Il volumetto è ricco di ricette relative ai piatti tipici locali, e nessuno meglio di Ernesto e – credo – di una ristretta cerchia di amici, può apprezzarne appieno i sapori, proprio perché li prepara o li vede preparare, in un particolare contesto ambientale. Prendiamo ad esempio il capretto a pag. 70, (probabilmente qui qualche animalista storcerebbe  il naso, nel leggere la descrizione della fine cruenta del povero animale ad opera di Geppo, il valente cane da caccia di Ernesto, suo amico inseparabile). Ma il risultato finale, il sapore incomparabile che delizia infinitamente il palato di Ernesto, Michele e qualche altro amico, non può prescindere dalla meticolosa preparazione, descritta minuziosamente e dal luogo in cui si è svolta (credo che si tratti di Palmarola). I meno fortunati, come me e i tanti lettori, possono solo immaginarlo. Da aggiungere al sapore la divagazione appropriata sull’agnello e, quindi, la pecora “vergine” da cui si ricava il cappotto di “pura lana…”. L’aneddoto rende ancora più appetibile la portata, come avviene anche con le “cerase sotto spirito” che termina con il duetto tra il Barone ed il portiere Ferdinando (pag. 93 – 94). Ma oltre a quelle citate, anche le altre ricette sono interessanti perché scaturite sempre dalla tradizione e dal contesto ponziano come accade per il  “Castardello” (pag. 40) e il “Calamaro” (pag.90) ove sono descritte anche le modalità della pesca; classica è “A Secciata” (pag. 119) in cui erano espertissimi Silverio (‘U Maest’ ‘i Fruntone) e la moglie Silvia (titolare dell’omonima pensione sulla spiaggia di S. Maria), il primo ai remi e la seconda a poppa che trascina, legata ad uno spago, la seppia femmina che attira i maschi. E che dire della “Cannucciate” (pag. 59), la particolare rete da pesca ai cefali con cui Giuvantonio, Alessio e altri pescatori catturavano quei pesci tanto prelibati con impareggiabile maestria? Sono dettagli che impreziosiscono l’arte culinaria isolana: sarebbe veramente interessante se i ristoratori, nel servire le pietanze ai turisti, fornissero loro una specie di menù a parte, ove fossero illustrate le varie modalità di pesca o di coltivazione, da leggere in attesa che il piatto venga servito.     

In conclusione i ricettari tradizionali impallidiscono di fronte ad una tale impostazione.

Altrettanto interessanti sono le notizie storiche come “Dai Farnese ai Borbone” (pagg. 100- 108 dove il “malizioso” Ernesto, sulle orme di Carlo Knight  si “intrufola” nel talamo di Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia, descrivendo la prima notte di nozze, con quella signorilità che gli è tanto congeniale.

E poi i proverbi, i modi di dire, i giuochi di una volta, alcune disquisizioni su consorte, compagno/a, ecc. fino alla conclusione che riguarda un avvenimento del tutto personale: il cinquantenario delle nozze con Luciana, dove l’autore, sul finale, coglie lo spunto per difendere il Parroco Don Ramon da un ignobile attacco da parte di un anonimo. Ernesto lo fa con profonda cognizione di causa e con tanta veemenza e qui risalta la figura del maestro di scuola, dell’educatore vero che, di fronte ad una tale mascalzonata, esprime tutto il suo biasimo: “Sei un vigliacco e non meriti il mio saluto” (privare della propria stima lo scolaretto ‘discolo’ è l’arma classica usata dall’educatore, degno di questo nome, per riportare sulla retta via il discepolo che ha sbagliato).

Caro Ernesto, su un punto non sono d’accordo con te: quando annunci il commiato da Palmarola (“Il Rientro” pag. 122). Non ci posso e non ci voglio credere  che dai l’addio alla tua carissima isoletta. Non è da te. “Tu tiene arteteche” (pag. 63). Ebbene, facciamo una scommessa: a novembre prossimo e per tanti anni ancora, tu tornerai a Palmarola. Se ho ragione io, nella prossima primavera, al tuo ritorno, mi servirai – gratis –  un caffè al tavolo sul marciapiede di fronte al bar, tenendo alto il vassoio con una mano (nella classica postura del cameriere di professione). Se invece avrò torto, cosa che non credo affatto, il caffè lo consumerò al banco, pagandolo il doppio, magari il triplo.  Del resto, Palmarola “val bene un caffè”.

 

Silverio Lamonica

 

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