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Code i zéfere. Storia di tradizione ponziana

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di Ernesto Prudente

Code i zéfere

 

– coda di zefiro s.f. Tromba marina. Zefiro, nella mitologia, era il dio del vento che proveniva da ovest e che, sin dalla antichità, era sinonimo di ponente.
La tromba marina è il prodotto di un turbine molto violento che si forma al di sotto di grosse nuvole, nere e basse, che rappresentano la coda distaccata di un impetuoso temporale.
Nella zona in cui si forma si ha un brusco abbassamento dell’indice barometrico che, appena la tromba è passata, risale ai valori primitivi. Il movimento vorticoso che si produce determina una azione di risucchiamento intenso verso l’alto.
La configurazione più frequente è quella di un appendice conica con l’aspetto di un imbuto con il vertice in basso.
La tromba marina raramente è verticalmente dritta, generalmente pende da un lato. Il suo diametro non supera i venti metri. E’ un piccolo tornado che agisce su un’area molto limitata.
Pur avendo una brevissima durata, dove si concentra genera ingenti danni. L’ultima apparsa a Ponza ha divelto, nella zona della Guardia, alberi secolari.
Anche sul mare provoca fenomeni terrificanti. Incute terrore fra i pescatori e fra i marinai che, come la notano, si allontanano velocemente dal suo cammino.
Il rimedio più efficace contro a code i zéfere, secondo la tradizione isolana, era quello di tagliarla. Per fare questa operazione era necessario un primogenito. Egli esponeva scoprendosi, fuoribordo, nella direzione della tromba marina, la parte posteriore del suo corpo invocando Dio perché allontanasse il pericolo.
Ma perché esporre le natiche? Perché esse sono una prerogativa umana che consentono la netta distinzione tra un uomo e la bestia. Le natiche si sono sviluppate nell’uomo in seguito al passaggio dalla posizione a quattro zampe a quella eretta. Il diavolo, espressione del male, per l’uomo ha assunto sempre, e in ogni circostanza, lineamenti di animale come drago, serpente.
Mostrare le natiche era ritenuto scaramantico; era considerato un disprezzo al diavolo mostrandogli qualcosa che a lui mancava. Tradizione, questa, che risale ai primi periodi del cristianesimo, talmente vissuta che si usava scolpirle sulle facciate delle chiese. Il posteriore umano era considerato un simbolo degli scongiuri.
Si racconta che Giuseppe Conte, meglio conosciuto come Giuseppe i Mamène, il suocero di Giosuè, (l’amico mio, che dopo la critica, mi redarguisce o mi loda), pescatore insigne nell’uso dell’amo, era ritenuto capace, essendo primogenito, di tagliare la coda di Zefiro.
Tutte le barche, che operavano nei mari dove anch’egli pescava, si fidavano ciecamente delle sue capacità propiziatorie.

Dal dibro di  Ernesto Prudente:

“Vocabolario illustrato del dialetto parlato dai pescatori e dai marinai ponziani”

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