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Quei mitici anni ’60 …e oltre (2)

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di Renzo Russo

Per  la prima parte, leggi qui

 

Continuavo a tornare a Ponza ogni anno con la stessa periodicità cadenzata dalla vita scolastica, con la medesima passione per quest’isola che sentivo mia.

E come ogni anno trovavo gli amici che avevo lasciato l’estate precedente, con la sola differenza che anche loro da qualche tempo erano stati costretti a lasciare l’isola nel periodo scolastico, per continuare gli studi.

Per tutti era passata l’età del ‘dolce far niente’, delle mattinate passate a fare i bagni e dei pomeriggi sulla spiaggia di Sant’Antonio a giocare a pallone, tornando a casa solo per pranzo.

Chi più chi meno, tutti davamo una mano nelle attività commerciali della famiglia.

Si sa, Ponza vive di lavoro frenetico 2-3 mesi l’anno e tutti dovevamo renderci utili, nei limiti delle proprie forze.

Era comunque estate e qualche bagno lo facevamo, ma era entrata nella nostra mentalità il vantaggio di crearci un piccolo ‘gruzzoletto’ da usare una volta tornati ‘sul continente’.

Da sempre mio fratello e mio cugino lavoravano come camerieri al ristorante ‘di famiglia’; io davo una mano alle zie che avevano un piccolo laboratorio di maglieria.

Le mie mansioni consistevano nel riempire le bobine con le matasse di lana ‘Gatto’ che i clienti sceglievano da un campionario multicolori. Ma soprattutto, essendo il più piccolo dei nipoti, toccava sempre a me andare a fare anche le compere.

Ricordo con simpatia il minuscolo negozietto di alimentari di Filomen’i’Ros’i’ Santella (pronunciato tutto d’un fiato, fino alla terza generazione) ai piedi della salita della via Nuova, dove le zie mi mandavano anche 4-5 volte al giorno, man mano che veniva loro in mente quello che serviva per la spesa giornaliera. Ora ci rido su, ma a quei tempi mi sembrava che esagerassero…

Intanto, sempre insieme ad Antonio, e con Domenico (Musco) e altri amici, avevamo sviluppato la passione per la fotografia; Ponza era lo scenario ideale per le nostre prime esperienze.

Renzo e Antonio nel ‘periodo fotografico’

Intorno a quegli anni, circa, seguii l’esempio di Antonio e andai a lavorare con lui come cameriere al ristorante “Eéa”. Il campo della ristorazione non mi era nuovo. Già da piccolo frequentavo il ristorante dei miei zii, lo “Zì Capozzi” nel pieno centro della Piazza, dove davano una mano anche mio nonno, le mie zie e mia cugina Lia. All’inizio della serata, cercavo di restare in disparte per non essere travolto dall’andirivieni dei camerieri, tra cui mio fratello Sandro e mio cugino Franco, né tanto meno mettevo piedi in cucina dove c’era ancora più confusione. Verso metà serata entravo in gioco anch’io, ma il mio compito consisteva semplicemente nello sparecchiare i tavoli, una volta andati via i clienti. Ero tutto contento quando trovavo degli spiccioli lasciati come mancia e, solo anni dopo mi hanno confessato che era mio zio che li lasciava lì, per invogliarmi a svolgere quel lavoro.

Insomma, per tornare all’Eéa, stavo entrando davvero e stabilmente, almeno per la stagione estiva, nella catena produttiva dell’estate ponzese.

Temistocle, titolare del ristorante, ci catechizzò sulle cose da fare e da non fare e su come comportarci con i clienti, e tutto filò liscio, a parte la terribile stanchezza per stare sempre in piedi, facendo la spola tra la cucina e la terrazza e alla quale non eravamo abituati.

Ancora adesso ho un totale rispetto per la categoria dei camerieri, sempre in bilico tra i capricci o le rimostranze dei clienti e gli sfoghi dei cuochi e dell’altro personale della cucina.

L’anno seguente, siccome quando arrivai a Ponza all’Eéa erano già al completo, trovai un posto di cameriere al ristorante “Da Valerio” in Piazza, tra L’ippocampo e L’aragosta.

Sarà stata la posizione più centrale, più facile da raggiungere per i clienti, ma questa nuova esperienza la ricordo come un incubo. Avevamo appena finito di sparecchiare i tavoli del pranzo, che già fioccavano le prenotazioni per la cena; e di sera si faceva sempre il tutto completo, da metà luglio a quasi fine agosto, oltre a tutti i week-end della stagione.

Erano gli anni d’oro dello sviluppo economico italiano e Ponza era una delle isole più visitate dal turismo internazionale.

Continuai a tornare ancora per alcuni anni a Ponza d’estate, ma l’ultima esperienza come cameriere mi bastò per gli anni a venire.

***

Poi, a Roma, seguii un Corso di Fotografia professionale e conobbi una ragazza francese; da allora cominciai a frequentare Ponza con minore assiduità e mi dedicai alla scoperta del resto dell’Europa.

In seguito, con lei mi sono sposato e ho aperto uno studio fotografico a Roma.

A Ponza evitavo di passarci nel periodo estivo, perché la confusione turistica ci infastidiva. Mi piaceva, però, tornarci a scopo lavorativo. Arrivavo in primavera per fare le foto di classe nelle scuole, o quando Antonio mi procurava dei servizi matrimoniali; per questi ultimi mi aiutava anche, quando mia moglie non poteva spostarsi da Roma.

I servizi fotografici matrimoniali, a Ponza, erano più folcloristici. A Roma tutto era più distaccato e, anche se mi comportavo professionalmente, cercavo di non lasciarmi coinvolgere eccessivamente. A Ponza, questo non era possibile.

Già i tempi erano più dilatati, si cominciava verso le 9 di mattina con le foto a casa della sposa e il ‘festino’ non finiva mai prima di mezzanotte.

Qualche  foto del ‘periodo dei matrimoni’

Ricordo un episodio, per me divertente, per mia moglie un po’ meno, accaduto a Le Forna: al ‘festino’ che segue la cerimonia, una madre era andata per controllare la figlia che era con il suo ragazzo. A causa di un guasto all’impianto elettrico, per qualche minuto andò via l’illuminazione. Françoise all’improvviso, nel buio, si sentì arrivare uno schiaffo. Quando ritornò la luce, si vide la madre, evidentemente imbarazzata, che cercava la figlia e il ragazzo, i quali, approfittando dell’oscurità, si erano eclissati.

Anche in un’altra occasione vidi mia moglie tornare a casa visibilmente alterata. Dopo un po’, in seguito alle mie insistenze, mi spiegò che una donna l’aveva fermata per strada per chiederle: “…E tu…  A chi appartieni?”.

Lei era andata via tutta offesa e pronta a rivalersi su di me per ‘contiguità culturale’ con la signora curiosa.

Passata la rabbia, mi aveva aggredito verbalmente, sfogandosi: “Ma che si credono qui… Che io appartengo a qualcuno..? Beh! Scordatelo..!”

Valle a spiegare che è solo un modo di dire, molto diffuso a Ponza… Che non c’è niente di tribale….

A volte è proprio vero il detto: “Moglie e buoi dei paesi tuoi”, almeno per queste sottigliezze linguistiche…..

 

Renzo Russo

[Quei mitici anni ’60 …e oltre (2)- Fine]

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