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Biografia di un Paese. (7) Le grotte di Pilato

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di Ernesto Prudente

Nel catalogo   delle proprietà dell’imperatore  Cesare Ottaviano Augusto sono menzionate anche le ville di Ponza. Che la villa fatta costruire sulla collina della Madonna, di cui restano poche tracce visibili, fosse di una sontuosità più che sfarzosa lo testimonia il complesso delle piscine sottostanti che erano parti integrali della villa medesima.

Villa e piscine vennero costruite per uso personale dell’imperatore.

Di quella imponente struttura ci restano solo le piscine, un’opera meravigliosa e grandiosa che ha dellincredibile e dell’eccezionale.

L’insieme  è costituito da quattro vasche coperte e da una scoperta che si trova all’esterno, lato SE, indipendente dalle altre.

Alcuni studiosi sostengono che il complesso nacque come impianto per la pescicultura.

La storia vuole che sia stato un romano, Crasso Murena, che per primo introdusse il sistema dei vivai marini e che da lui sarebbe scaturito il nome di murena dato al pesce prediletto dai romani e murenaio venne chiamato il luogo destinato alla industria del pesce. I romani appresero dagli Egiziani e dai Greci l’arte di allevare i pesci.

Per il patriziato romano divenne una moda arredare la propria con piscine e peschiere.

Le vasche di Ponza sono scavate e intagliate in un banco roccioso di tufo che si affaccia sul mare. Le vasche sono collegate tra loro da un sistema di cunicoli sottomarini. Ogni vasca ha, poi, un collegamento diretto con il mare.

Questo complesso è stato sempre chiamato “Grotte di Pilato”.

Pilato era un rampollo di una nobile famiglia romana. Uno scapestrato di prim’ordine che ne combinava di tutti i colori.

Ieri come oggi, la storia si ripete.

I governanti di Roma approfittarono di una insurrezione isolana per allontanarlo da Roma. Speravano che venisse ucciso per toglierselo dai piedi. Egli, però,  riuscì a sedare la rivolta e a coprirsi di gloria tanto da meritare l’appellativo di Ponzio.

Di queste sue impreviste e inaspettate doti militari il senato di Roma, di cui faceva parte anche il padre, ne tenne conto tanto da inviarlo, con il grado di governatore, in Palestina quando gli ebrei si ribellarono a Roma.

Oggi il complesso è più comunemente chiamato il murenaio.

Che lo straordinario, ingegnoso e stupefacente complesso di vasche e cunicoli fosse stato scavato per una peschiera pone seri dubbi e a me, e  pochi altri, piace dissentire.

Le vasche affondano sotto il livello del mare la cui superficie, nelle giornate di mare calmo e nei periodi di bassa marea, lambisce il piano di calpestio. Nei periodi di mare mosso e di alta marea l’orlo delle vasche viene sommerso dall’acqua e il che avrebbe consentito ai pesci di uscire dalla prigione. Né è da ritenersi valida la tesi delle saracinesche per la chiusura.

Assistere alle mareggiate da ESE che investono la zona fa capire subito che l’ipotesi di una chiusura ermetica non può essere presa in alcuna considerazione. I marosi, per la loro violenza, avrebbero scardinato e divelto qualsiasi porta o congegno di chiusura.

Piscina centrale

Negli anni trenta del secolo scorso, i pescatori isolani usarono la piscina centrale, la vasca più grossa, per metterci in deposito diversi quintali di aragoste vive in attesa di metterle sul mercato. I fori per la immissione dell’acqua vennero chiusi con grate di ferro come una grata venne posta all’ingresso. Una piccola mareggiata di scirocco e levante asportò la grata posta all’imbocco del “bagno” (Bagno di Pilato veniva chiamato il luogo dai nostri antenati) e le aragoste, avuta la libertà, ne approfittarono. La perdita fu rilevante anche se una buona parte fu recuperata nelle vicinanze dello Scoglio Rosso.

Il piano di calpestìo, i fori di collegamento con il mare esterno e la posizione degli scalini nella vasca centrale estromettono, poi, qualsiasi congettura sull’abbassamento o rialzo della superficie terrestre se non nei termini di pochi centimetri. Gli stessi condotti di comunicazione con il mare, una volta aperti, avrebbero consentito alle murene di scappare dalla vasca. Basta tener conto che una murena, dal peso di un chilo, lasciata libera sulla prua di un gozzo, riesce a guadagnare il mare attraverso gli ombrinali che hanno un diametro, all’incirca, di due centimetri.

Rinnovare l’acqua nelle vasche sarebbe bastato un solo canale come nella peschiera di Zannone e non quattro disposti a raggiera.

Il complesso delle vasche in grotta e la disposizione dei condotti sottomarini per il ricambio dell’acqua induce a ritenere che il rinnovo dell’acqua avvenisse sotto la spinta direzionale di qualsiasi corrente marina.

Tutto spinge a credere che l’uso delle vasche fosse riservato ai bagni marini tanto che la vasca esterna non ha alcuna difesa.

Impossibile pensare a una qualsiasi opera manuale per fronteggiare le violenti mareggiate che si abbattono su quella zona quando infuriano le tempeste da ESE.

E allora?

Piscine della villa imperiale?

Certamente si!

Nel periodo della Roma imperiale bagnarsi nel mare aperto era una costumanza plebea. Fatta da un patrizio era una manifesta profanazione del suo stato sociale.

Il candore della pelle era il simbolo della distinzione dei ranghi.

Il lavoratore, maschio o femmina che fosse, costretto ad operare all’aperto veniva abbronzato dai raggi del sole e questa  tintarella era il segno di distinzione della sua posizione sociale.

La carnagione del nobile doveva essere candida per dignità di casta per cui evitava di mettersi al sole. Le matrone romane, per mantenere bianca la loro pelle facevano, addirittura, il bagno nel latte. Questa consuetudine si è portata vanti per secoli e secoli. E’ da qualche decennio che si è persa l’abitudine, per le persone di un certo lignaggio, di usare l’ombrello nelle ‘passeggiate estive per difendersi dai raggi del sole.

Per di più, agli appartenenti la famiglia imperiale era proibito bagnarsi in pubblico. Tito , come racconta Svetonio nella “Vita dei Cesari” fu il primo ed unico imperatore a fare un bagno in pubblico. Osò tanto per non tralasciare alcunché che fosse gradito al popolo.

I ruderi di colonne romane che giacciono sul fondo, intorno al complesso, fanno ritenere che l’opera fosse sontuosamente arredata.

La ricercata, quasi elegante, costruzione delle grotte, specialmente quella della vasca centrale, dotata di tre ordini di perfetti scalini, ricoperti di marmo, come il piano di calpestìo come asseriscono gli storici del 700 e dell’800 fa intendere che esse, le grotte, ed anche la vasca esterna, siano appartenute ad un edificio balneare marittimo.

 

Ernesto Prudente

 

[Biografia di un Paese. (7) – Continua]

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