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2009-07-16_18-58-30 h-19 u-14 t6-23 ss05 Immagini storiche di Ponza

Sangue ’i ciéuse

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di Franco De Luca

 

I  gelsi non piace coglierli a nessuno. Anche quando erano i prodotti del proprio giardino a sfamare la famiglia, nessuno era disposto a raccoglierli.

Eppure nella memoria paesana la raccolta dei gelsi rimane un momento indelebile di gioia, di divertimento. Come si spiegano i due fatti ? Spero che questa breve memoria lo possa chiarire.

La raccolta dei gelsi era un evento e, come tale, aveva bisogno di circostanze collaterali favorevoli.

Di un evento si trattava davvero perché il fatto si svolgeva una volta sola, e in estate.

Dopo che, col superare il giorno 24 di giugno (S. Giovanni), veniva tolta dai genitori la proibizione ai bagni, i bambini scalpitavano per andar al mare.

Intanto dal grande gelso cadevano, ogni giorno, i frutti maturi. Nel cerchio intorno al tronco dell’albero si formava una chiazza di nero impastata con erba e terriccio. Passandoci sopra s’attaccava alla suola una poltiglia nera e dovunque si andasse si lasciava la macchia.

Era questa sciagura che faceva dire ai grandi: “E allora?  N’i’ facite i cieuse chist’ anno? …Stanno cadendo tutte quante!”.

A chi era rivolta la stoccata? Ai piccoli. A chi poteva arrampicarsi e, senza danno, far assaggiare i gelsi.

Chi ci teneva come un pegno tassativo erano i nonni! Ricordava loro quando anch’essi, si cimentavano con i gelsi, nella fanciullezza.

Solo i ragazzi infatti possono affrontare lo sporco che comporta la raccolta dei gelsi.

E così, dopo due o tre sollecitazioni, ci si dedicava all’impresa. Che era legata, indissolubilmente, al conseguente bagno a mare.

Nel prendere i gelsi infatti ci si imbrattano le mani e poi, di seguito, le braccia, per il rosso che cola. La bocca, va da sé, è rossa dentro e fuori, perché, nel coglierli, metà di essi viene trangugiata.

Anche se l’avvertimento era stato anticipato: “Nun ne mangiate assaie ca ve vene ’a sciorda!”.

Nel salire sul ramo più robusto lo scrollo ne faceva cadere alcuni sui capelli, sulle  gambe, sulle spalle.

Se ne usciva come un “Ecce  homo“, sporchi di rosso su tutto il corpo. E questo esigeva il bagno. Dove? A mare, naturalmente, nelle acque della Parata, dove ora si accede per l’hotel Bellavista. Il gelso stava sulla terra di “Gnasiello”, lì vicino.

Il tratto era breve, ma lungo era il divertimento. Anzitutto perché l’impresa di cui dico era affrontata in gruppo. Per devastare quell’albero occorrevano dai tre ai quattro ragazzi. Solo  così si poteva sperare in una raccolta decente. Che permettesse di dividere il raccolto fra il vicinato. La nonna conservava un po’ di succo per quando in inverno avrebbero fatto male le  tonsille.

In gruppo si andava in acqua, a fare i tuffi da “u’ pizzo papera”, e allegramente mondarsi del rosso dei gelsi.

Con l’età dimentichi l’imposizione dei genitori, il fastidio di sporcarsi in modo indecente, ricordi soltanto che, dopo il bagno, il corpo s’era automaticamente ripulito di quel falso sangue: il succo dei gelsi.

Ho detto sangue falso e… infatti quell’anno venne con noi Enzo, il figlio di Carmela, l’ischitana. Il padre era emigrato in America e Carmela, che non aveva parenti, ci teneva ad  Enzo in maniera particolare. Riversava tutto l’affetto e la premura su quel figlio. In modo un tantino esagerato, come lo stesso Enzo ammetteva, perché spesso dovevamo tenergli il gioco  per liberarlo dall’invadenza della mamma.

Quel giorno, eravamo scesi dall’albero grondanti di rosso per tutto il corpo. La méta era il mare ma, sulla Parata, comparve  la sagoma di Carmela. Decidemmo in fretta. Enzo si stese per terra gridando, e noi ci nascondemmo nei paraggi.

Carmela, a sentire la voce implorante del figlio e a corrergli accanto, fu tutt’uno. Quando vide tutto quel sangue in fronte, sulle spalle, sulle gambe cominciò a gridare come un’indemoniata. Dalle finestre uscirono la moglie di Ciro, la signorina Migliaccio e altre, tutte a chiedere cosa fosse successo e tutte impressionate da quel corpo martoriato di sangue.

Presto l’agitazione prese una piega troppo seria, perché alcune andarono a casa del vicino dottore Sandolo per accertarsi della sua presenza e farlo intervenire. Allora comparimmo tutti. Anche noi tutti insanguinati, ma allegri e vispi come sempre.

Enzo, forte della nostra presenza, s’alzò di scatto e corremmo, come a comando, verso  la marina, accompagnati dalle minacce e dalle bestemmie delle donne.

Delle minacce posso dire che a sera divennero concrete, le bestemmie sono decisamente indicibili.

Franco De Luca

 

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