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Ponza. Impianti idraulici romani (3)

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di Leonardo Lombardi

 

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L’acquedotto Cala dell’Acqua – Cala Inferno – Santa Maria

Dell’acquedotto di Le Forna si sono occupati gli studiosi fin dal secolo passato avanzando anche il dubbio che si trattasse di opera greca (Maiuri 1926, p. 227). Fino ad oggi tuttavia non si era chiarito quale fosse l’intero percorso dell’acquedotto, né quale il suo vero scopo ai fini dell’approvvigionamento idrico dell’isola (fig. 1).

Nel corso dello studio sono stati individuati oltre sessantacinque punti nei quali l’opera è osservabile. La pianta, le foto e gli schemi forniscono la visione generale e i dettagli dell’acquedotto del quale, nella descrizione, si danno le caratteristiche generali e l’interpretazione di alcuni punti caratteristici.

Nel suo insieme l’acquedotto è costituito da una vasta opera di presa con gallerie drenanti, una lunga galleria di adduzione che, da quota m 11 s.l.m. circa, adduce acqua al serbatoio terminale (castellum aquae), localizzato a Santa Maria, a quota m 8 circa; da questo erano derivate le tubazioni che servivano a coprire direttamente i fabbisogni (10).

Lungo il tracciato sono state individuate due utenze intermedie. L’acquedotto, lungo oltre tremila metri, è costituito da una galleria, rivestita sul fondo e sulla porzione bassa delle pareti con intonaco impermeabile (coccio pesto), nella quale l’acqua scorreva a pelo libero con pendenza costante, circa l’uno per mille. La pendenza fu regolarizzata con il rivestimento in coccio pesto. La galleria, scavata quasi sempre nella viva roccia vulcanica, in alcuni punti, per motivi morfologici, allorché occorreva sovrappassare un fosso, era sostituita da un canale sospeso sostenuto da opere di sostruzione, delle quali rimangono alcune tracce solo alle spalle della Spiaggia di Frontone.

II tracciato dell’acquedotto per una più facile descrizione e osservazione è stato suddiviso in otto tratte (fig. 3).

Fig. 3. Tracciato schematico dell’acquedotto

(10) – De Rossi (1986, p. 63)  pubblica la foto di una chiave in bronzo conservata nel Museo di Napoli il cui ritrovamento, avvenuto nel 1774,  è riferito da Tricoli (1855, p. 24) che lo colloca nei pressi dell’“attuale Porto”.

 

L’opera di presa: punti d’osservazione 1-3 (fig. 4)

L’opera di presa dell’acquedotto è localizzata sul versante occidentale dell’isola, in località Cala dell’Acqua (Le Forna), ove un vasto affioramento di sabbie eoliche cementate da carbonato di calcio interessa un’importante porzione di territorio (fig. 2). Il pacco di sabbie eoliche poggia su orizzonti impermeabili per argillificazione delle formazioni yaloclastiche diffuse su tutta l’isola (11). Due sistemi sovrapposti di gallerie (12), scavati in corrispondenza della porzione basale del complesso delle sabbie eoliche e interessanti, pertanto, il contatto tra i sedimenti eolici e le sottostanti vulcaniti, drenano, sia dai fronti di scavo che dalle pareti e dalle volte delle gallerie, l’acqua piovana che si infiltra in corrispondenza dell’affioramento sabbioso e lo percola completamente.

Fig. 2. Affioramento di sabbie eoliche acquifere in località Cala dell’Acqua

Il sistema di gallerie più alto in quota è stato parzialmente manomesso in epoca recente (anni Cinquanta) per una riutilizzazione dell’acquedotto che ha alimentato, attraverso pompaggio, l’abitato di Le Forna fino agli anni Sessanta.

Un terzo sistema di gallerie più basso dei precedenti, ormai totalmente scomparso per i lavori della miniera, alimentava una utenza non localizzabile, presumibilmente a servizio della lavorazione dell’argilla così abbondante a Le Forna (13). Di questo sistema si vede un accesso in parete (fig. 4: punto d’osservazione c).

Fig. 4. Punti di osservazione 1-3

Le gallerie drenanti, con una lunghezza di alcune centinaia di metri, si articolano in tratti sia paralleli che normali alla Costa. Le gallerie hanno dimensioni di m 1,8-2,4 d’altezza e di m 0,6-0,8 di larghezza e non mostrano il caratteristico rivestimento in coccio pesto delle gallerie destinate al trasporto dell’acqua, esse infatti dovevano lasciar passare, attraverso tutta la loro superficie, l’acqua d’infiltrazione (fig. 5).

Fig. 5. Galleria drenante dell’opera di presa

Solamente il fondo sembra ricoperto da uno strato impermeabilizzante, ma l’osservazione è resa ardua sia dalla presenza di una diffusa incrostazione di carbonato di calcio bianco candido, particolarmente abbondante sul canale, sia da un rivestimento in cemento realizzato in epoca recente.
II sistema più elevato, di più facile perlustrazione, è costituito da una lunga galleria parallela alla costa, e a questa molto vicina. Dalla tratta occidentale si dipartono, con affaccio al mare, cinque corte gallerie (fig. 4: p.o. 2a) realizzate forse per l’illuminazione e l’eliminazione del materiale di scavo.
Non può escludersi che tali gallerie, attualmente aperte sul mare, fossero in effetti altre gallerie drenanti, parzialmente asportate dall’erosione.

 

(11) –  Per la geologia dell’isola di Ponza, cfr.: De Rita et alii, 1989.

(12) – Sistemi analoghi sono stati studiati per le opere di presa degli acquedotti romani delle pendici dei Colli Albani, Vergine e Alessandrino (cfr. Quilici 1987, pp. 47-58).

(13) – Il toponimo ‘Le Forna’ indica con ogni probabilità la presenza di forni per i  laterizi.

***

Dalla lunga galleria occidentale si diramano, perpendicolarmente alla linea di Costa, altre due gallerie (fig. 4: p.o. 2b) che mostrano lungo le pareti, numerose nicchie ricavate nei punti di maggior stillicidio d’acqua. Altre due corte gallerie parallele alla costa, ma da essa più distanti, completano il sistema. Opportune pendenze convogliano l’acqua verso una camera di raccolta e derivazione (fig 4: p.o. 3), di circa due metri più bassa del piano di scorrimento dei cunicoli. Purtroppo la camera di raccordo non è  perlustrabile in quanto completamente invasa dall’acqua; i racconti di chi l’ha perlustrata confermano la presenza dei due livelli comunicanti tramite un pozzetto con la camera di raccolta. L’area occupata nel sottosuolo dalle gallerie drenanti corrisponde all’area di infiltrazione dell’acqua (attualmente di alcuni ettari) e cioè  all’affioramento delle sabbie eoliche. È possibile che in antico l’afflusso d’acqua piovana fosse stato accresciuto dirottando verso l’affioramento delle sabbie le acque di scorrimento dei piccoli bacini limitrofi, che avrebbero altrimenti raggiunto il mare attraverso il reticolo idrografico. Mi sembra credibile, come stima, che, prima dei lavori della miniera e delle opere di urbanizzazione, la superficie totale alimentante l’acquifero sabbioso fosse compresa tra i trenta e i quaranta ettari.

La piovosità media annuale sull’isola, che non dovrebbe essere cambiata molto dall’epoca romana, si aggira intorno a mm 650. Considerando per le sabbie dunari un coefficiente di infiltrazione del 60%, si ricava che la portata media drenata dalle gallerie fosse di 45 l/s (14). La portata attuale si aggira intorno al litro secondo, ma grandi quantità d’acqua si perdono prima di raggiungere la camera di presa. La portata stimata per l’acquedotto antico corrisponde a un volume d’acqua giornaliero di circa 3-400 m3. Le acque attualmente sembra siano inquinate. La forte durezza dell’acqua, 36° HF (15), spiega le diffuse e abbondanti incrostazioni riscontrate nelle gallerie drenanti, dovute alla presenza di carbonato di calcio nelle sabbie eoliche che appaiono essere fondamentalmente costituite da gusci di micro e macro fossili (16).

***

La camera di derivazione comunica ad occidente con la scogliera di Cala dell’Acqua, ove doveva esserci una bocchetta d’acqua inquadrata da un’opera muraria ancora parzialmente visibile, e ad oriente con una galleria. Della galleria, posta a quota di circa m ll s.l.m., si vede uno speco (fig. 4: p.o. 3), forse una finestra come quelle segnalate per il sistema drenante. All’altezza di tale apertura prende l’avvio la galleria di adduzione dell’acquedotto.

(14) Il deflusso medio annuo si calcola moltiplicando il valore della pioggia P (m 0,650) per il coefficiente d’infiltrazione C (0,6 nel caso delle sabbie) per la superficie d’infiltrazione (m2 30 – 40000); per ottenere la portata istantanea si divide il risultato per il numero di secondi in un anno (31.546.000) .

(15) La durezza è un parametro chimico che indica la quantità di carbonati presenti nell’acqua. Un grado Idrometrico Francese (HF) corrisponde a 10 milligrammi litro di carbonati di Ca e Mg.

(16) Le sabbie contengono anche molto quarzo; per 1’estensione e lo spessore del deposito, per le caratteristiche morfologiche delle dune  e per la presenza di quarzo occorre ipotizzare che al momento del deposito dei sedimenti eolici vi fosse attorno a Ponza un vasto territorio affiorante (livello del mare molto più basso dell’attuale) dal quale il vento poteva asportare il materiale.

 

Leonardo Lombardi

[Ponza. Impianti idraulici romani (3) – Continua]

 

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