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Vocabolario illustrato del dialetto parlato dai pescatori e dai marinai ponziani

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di Ernesto Prudente

 

Ernesto Prudente mi ha regalato un altro splendido libro su Ponza: “Vocabolario illustrato del dialetto parlato dai pescatori e dai marinai ponziani”, nonché  il permesso per pubblicarlo su questo sito.

Come tutti i suoi libri anche questo ha un grandissimo valore antropologico; ma l’altra cosa straordinaria che viene trasmessa, oltre alla grande emozione legata ai ricordi degli uomini e alle descrizione dei luoghi e dei fatti, è  la voglia  di continuare la ricerca storica e culturale della nostra isola.

Oggi pubblichiamo solo l’introduzione dalla quale si evince in modo chiaro sia la motivazione  che ha indotto l’autore e scrivere questo libro  sia la sua grande  profondità d’animo.

Successivamente pubblicheremo a puntate i vocaboli in esso contenuto nonché alcuni aforismi o scritti che riguardano il mare che abbiamo trovato all’interno dello stesso  libro che inseriremo nella apposita nostra rubrica “Il Mare”.

Anche se alcuni vocaboli di questo nuovo libro sono stati già inseriti nella rubrica “Vocabolario” all’interno di “Usi e Costumi”,  si è deciso di pubblicarli e raccoglierli comunque in una nuova rubrica dal nome “Vocabolario marinaresco” , sempre all’interno di “Usi e costumi”, al fine di creare una raccolta specifica sulle parole dialettali dei pescatori e dei marinai ponziani.

 

Grazie ancora Ernesto !

Da  Gennaro Di Fazio e da tutta la redazione di “Ponza Racconta”

 

Introduzione al libro

Rientro tra quelle cose che mi sono piaciute di più nella mia lunga vita. Ad essere sincero non ne sono mai uscito. Sono figlio di un marinaio. Mio padre, Umberto Prudente, è tra quelli: Federico Conte, Ettore Mazzella, Erasmo Vitiello, Achille Onorato, Cristoforo Mazzella, Luigi Parisi, Graziano Conte, Gennarino Conte, Antonio Feola, Raffaele Sandolo, Geppino Vitiello, Silverio De Luca, Umbertino Conte, Luigi Vitiello, Silverio Vitiello, farei un torto se ne avessi dimenticato qualcuno e chiedo scusa, tutti padroni marittimi, che hanno portato la marineria ponzese a non essere seconda a nessuno nel mare Mediterraneo. Di questi incontro solo i fratelli Vitiello e Silverio De Luca.
I nuovi, altrettanto bravi, forse anche di più, ma sono moderni.
Dall’età di sei anni e fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, mio padre, allora comandante del piroscafo da carico Richard, dei fratelli Mattera, ponzesi residenti in Sardegna, impegnato tra le città del golfo di Napoli e i porti della Sardegna, per il trasporto di derrate alimentari e di tutto
ciò che potesse servire a quell’isola, mi portava con lui, alla chiusura della scuola, superando l’opposizione feroce di mia madre.
Ricordi incancellabili mi legano a quel periodo della mia fanciullezza.
Quando ricordo queste e altre avventure marinaresche rientro subito nei ranghi perché più giro, anche se con il solo cervello, più amo Ponza, nonostante i suoi molteplici difetti,  perché è la mia terra, la terra che mi ha visto nascere, crescere e diventare vecchio. E perché è bella.
Rientrare a Ponza significa rituffarsi nel mondo della sua vita, nella ritualità delle sue cose giornaliere, nelle passioni che ti hanno avvolto e ti avvolgono ancora .
La maggior parte di questi appunti fanno parte di una ricerca iniziata tantissimi anni fa, quando ero ancora un insegnante. Maestro ho il dovere di esserlo sempre, fino alla fine.
Mi rivolsi ai miei alunni e a quelli di altri colleghi. Mi rivolsi a tutta la scolaresca isolana. Tutti collaborarono. Negli anni a seguire ho sempre rubato e annotato qualcosa che usciva dalla bocca dei miei amici, pescatori e marinai.  U “cantuffe” l’agge scupiérte a ottant’anni.
Posso dire di aver convissuto con loro nei pochi momenti felici ma soprattutto ho coabitato con loro in quella eternità delle situazioni difficili.
La chiusura del porto del 2 giugno 1975 ne è l’esempio.
La pesca, lo sostengo da decenni, è in lenta e progressiva agonia. Ha le stesse particolarità di un comatoso, respira ma non si muove, non reagisce. Pure lo sguardo rispecchia il suo stato di moribonda. I marinai che prendono la via, quella vera, del mare si possono contare sulle dita della mano. Cito Raffaele Sandolo, macchinista, Claudio Romano, Silverio Zecca e Amedeo Mastropietro, comandanti. Eppure tanti giovani di Ponza si sono diplomati presso i vari Istituti nautici.
C’è sicuramente qualche altro raro esempio di cui, però, al momento, mi sfuggono le generalità.
La totalità, sempre scadente come numero, vuol navigare sui mezzi che collegano Ponza con il continente.
E allora, mi dice Aniello Coppa, marinaio in pensione e figlio di uno dei più bravi marinai che l’isola abbia dato, “se nessuno pensa al mare come ti viene in mente di fare un lavoraccio del genere, senza tener conto della spesa? E per spesa intendo principalmente il tuo lavoro a tavolino”.
Caro Aniello, la vita del paese è cambiata anche se la pagina non è stata ancora completamente girata. Ci circondano ancora i rimasugli di un antico e soddisfacente “temporale” che ha invaso Ponza, di cui fanno parte le aragoste, il corallo, i merluzzi, le pezzogne, i dentici, i saraghi, le cernie, i pescispada, gli squali ed altro ancora come le sarde e le alici e, i castardelli e le aguglie.
Che ricchezza poggiava su Ponza. Mamma mia!
La maggior parte delle case di Ponza sono state costruite con i soldi procurati dal lavoro sul mare. Quei soldi che hanno imposto sacrifici e rinunzie talmente onerosi che nacque il dire: i sòrde uadagnate a mmare nun se ponne dà manche pe ll’emmòsene”.
Con quel danaro, così sudato, non si può fare neanche la carità che è la virtù più nobile, più sublime, in dotazione all’animo umano.
Ora tutto questo è finito o sta per finire.
E alla fine di questa pagina troviamo Ponza. Una Ponza che non si è voluta preparare adeguatamente alla nuova vita. Una vita dettata, ma non tracciata perché questo spetta a noi, dal turismo. Una vita, come abbiamo potuto constatare in questi primi anni, anch’essa portatrice di danaro, di tanto
danaro. Un utile meno faticato, meno sudato.
Le imparagonabili e incomparabili bellezze naturali, nonsono, però, sufficienti.
Caro Aniello, non bastano!
Il turista, il villeggiante vero, oltre l’albergo, il ristorantee il bar, che, per la verità, hanno fatto, con altre attività, passi da giganti verso il meglio, oltre la barca con il fuoribordo che non si fermi, oltre i meravigliosi barconi della cooperativa barcaioli e di altre proprietà, su cui le gite si trasformano in
crociere, vuole, oltre la pulizia e il comportamento sincero ed onesto, anche la parte culturale, la parte storica del nostro paese.
Vuol conoscere le nostre usanze e i nostri costumi. Vuol sapere le nostre tradizioni. Vuole apprendere la nostra storia.
E tu subito a rinfacciarmi: “Cosa centra; u quadre i poppe, a mbrucchièlle, u fellone, a mazzere, c’u turismo è c’a stòrje”?
C’entra, Anié, c’entra, e come.
Piénzece bbuone a chélle ca te diche: Questo libro che ho fatto, anche con il contributo tuo e di tanti altri, è uno strumento informativo e conoscitivo della cultura marinara dell’isola di Ponza e serve per la sua valorizzazione.
Fantastica un poco con il tuo cervello, tu che hai la visione, il ritratto di cose passate e le sai raccontare con passione ed emozione, e pensa al Faro della Guardia, tralasciando i suoi sprazzi di luce e i periodi di oscurità, che servono ai naviganti e caso mai agli innamorati.
Pensa a quella stradina che scende dal Bagnovecchio e ti porta all’ingresso di quel piccolo traforo, non più sbarrato dal
cancello, com’è adesso, con sopra una targa, in legno con scritto: Museo del mare, che ti immette in quella mulattiera da favola.
Io ho sempre pensato e detto che la strada che porta al castello nel film “Alice nel paese delle meraviglie”, Walt Disney, il celeberrimo regista, l’ha copiata da questa. Percorrerla nella leggera salita per arrivare al caseggiato del Faro è una poesia. E non occorre il rimatore, il verseggiatore.
Diventi poeta tu stesso nel vedere, a destra e a sinistra, oltre la magia dei fondali e la bizzarria dei colori del mare, il fascino degli strapiombi, l’incantesimo delle insenature, la maestosità del faraglione medesimo e di quelli circostanti accompagnati dal fruscìo di un leggero maestrale e dal volo solitario del gabbiano.
Aniello caro, ma tu che vvuò cchiù d’a vite?
Quando entri in quelle stanze, sono dodici, accompagnato dal Cicerone, trovi testimoniata la storia marinara trascorsa, quella veramente vissuta, dalla gente del tuo paese, dai marinai e dai pescatori della nostra isola. Vissuta da tuo padre, da tuo nonno, e vissuta pure da te stesso.
L’hanno fatta iniziare con un tronco scavato con dentro pezzi di legno che la immaginazione porta a pagaie; una piccola zattera con una velatura di pelle di animali. Vogliono ricordare i primi uomini sbarcati nelle isole ponziane dove hanno scoperto l’ossidiana, quella pietra che ha determinato
il passaggio ad una nuova era, quella neolitica, nella vita dell’uomo.
E te pàre pòche?
Aniello, non ti posso descrivere minutamente tutto ciò che racconta quello che è racchiuso in queste dodici stanze. Mi servirebbe l’età di Matusalemme. Allora piglio quei fogli di carta che appuntai nel 1993 quando, forse per prenderci in giro, si vociferò della istituzione di un museo delle attività e
tradizioni marinare, e te li segnalo, così alla rinfusa, come stanno scritti: rampino, fanale, portolano, cavalluccio marino, chela di granchio, quella usata contro il malocchio, conchiglie, corallo, pietra su cui nasce il corallo, ascia, sega, scalpello da calafato e altri di altri tipi tra cui il maugge, martello,
colapece, mazzola, pialla, nassa, mamma mia di quante specie!, marruffe, coffa a capopiatti, a merluzzi, quella per secche e quella per saraghi, ancore e ancorotti, timoni, ruote di timoni e viaggi, ami, riéste, lubbane, surve, panje e boe, cucèlle, giacchi, reti di ogni specie, strumenti nautici, foto di
mbrucchièlle e di antiche barche, mummele, carte nautiche, buzziélle, polena, lampare a petrolio, argano e voce-voce, solcometro, bussola, ngégne, campana, tartarone, cassetta con le cucèlle e il cotone, guardamano, paranco, sassola, buttazze, scarmule, struoppele, rimme, lenze, barometro, eliche, cannucciata, rezze i juorne, scaramature, purpare, rebuzze, scaravje, caviglia, nodi di corda, carrucole, sacchetto, lanterna, ganci, salvagente, binocolo, falanghe, punteruoli di ferro e di legno, antenna, albero, scandaglio a mano, gozzo in miniatura, conchiglie, mazzamuréne, coda di manta, bandiere, musciélle, bolinder.
No so se tu sai che Bolinder è il marchio di una fabbrica di motori, quei motori, a testa calda, che hanno determinato, più che contribuito, la fortuna dei ponzesi nel campo della pesca.
Fare questo libro è stato uno sfizio e gli sfizi costano e si pagano, come si dice a Ponza.
Una raccolta di termini marinareschi non è soltanto una povera collezione di parole, di vocaboli. Ogni termine si trascina dietro il respiro e la poesia del mare dove esso è nato. Se sarai capace di gustarlo sentirai l’odore, il sapore e la poesia della salsedine, del catrame, di una cima che scricchiola.
Oggi la coscienza marinara è stata superata e talmente sorpassata
da permettere a Giulio, mio fraterno amico, di definirsi, lui che affitta macchine e motorini, Giulio il pescatore. Si, è vero. E’stato una volta per due mesi in Toscana, a castardelli, la famosa campagna, su un gozzo guidato da Schiano, ilceleberrimo Zì Schiano. Si fece accompagnare dalla fisarmonica.
Dopo quella avventura si è dato alla motorizzazione.
Ho cercato, qua e là, di dare risalto a qualche elemento caratteristico della vita, marinara e marinaresca, per eccitare la curiosità e la fantasia e di accendere il desiderio di apprendere altre cose che si potrebbero trovare anche nell’insidia minacciosa rappresentata dalla tromba marina che riproduce un pericolo terrificante per il marinaio.
E la credenza del taglio?
E’ ancora ampiamente seguita nelle popolazioni marinare.
Ho scritto queste cose per ricordare a me stesso e a quelli che, come me, hanno superato la siepe fiorita, la bellezza di un passato. Ma soprattutto vorrei richiamare l’attenzione di quei tanti giovani, la quasi totalità, che, incontrandomi, accompagnano al loro sorriso un “buongiorno, zio Ernesto”.
No, non intendo rifare l’insegnante. Vorrei solo richiamare la loro attenzione su certe usanze che hanno avuto fino ad ieri un fascino e una validità.
Anié, nun te scurdà, tiéne sèmpe a mmènte, ca je tènghe duje nepute ca songhe comm’a duje ereditieri. Coccòse nc’ agge pure lascià.
Forse qualcuno mi metterà sotto processo per essere stato ripetitivo, di aver posto materia già trattata, ma di questa accusa non me ne preoccupo minimamente.
“Voglio” che queste cose rimangano bene impresse nella mente.
Il nostro dialetto, la lingua dei nostri antenati è al lumicino come al lumicino sono i nostri rapporti con il mare
E’ raro che un giovane si esprima usando le parole del nonno. Feci salti di gioia quando la mia amica Ennia, la professoressa Ennia Mazzella, nell’incontrarmi mi raccontò quello che aveva sentito in uno scontro simpatico tra due compagni di classe durante una lezione di inglese in una terza media. Uno dei due disse all’altro: “Si nun te staje zitte, te
donghe nu cazzòtte e te scònceche i pensiére”.
La si può pensare come si vuole, la libertà è bella ed ha valore proprio per questo, ma qui siamo alla poesia perché il parlare è diventato nuovamente l’arte di rappresentare le cose, i fatti. Esprimere i sentimenti con verità e bellezza tanto da commuovere.
Pensate a quello “ scuncecà” che ha significato di sconquassare, di portare scompiglio, di scompaginare, di disfare, di scuotere violentemente, di mettere sottosopra tutto quello che, ordinatamente, si tiene conservato nel cervello.
A stòrje ca se mettéve ncòppe a matèmàteche, a gèografje ca se spaparanzave e annuscunnéve a grammatiche, l’inglese ca se nfelave int’a nu spicule pe nun se fa vedé, l’italiane ca s’acquattave mmiéze i paggine d’u libbre i cuoche.
Chiudete gli occhi e immaginate di rivivere questa scena.
E’ poesia totale, nel senso pieno della parola.
Ho ritenuto interessante riportare questi vecchi termini anche se so che i fedeli che ascoltano questo mio sermone fanno finta di appartenere ad un’altra parrocchia.
Alcuni termini dialettali sono stati scritti due volte perché la
pronuncia di Sempronio era dissimile da quella di Caio.

P.S.
Un codicillo non poteva mancare:
Oggi 24 settembre 2008 si chiude un’altra pagina di storia della marineria isolana.
Un avvenimento che ha rattristito tutti quelli che erano presenti.
Alle cinque del pomeriggio, dopo aver riempito i depositi di carburante, ha mollato gli ormeggi i “Fratelli Feola”, una “zaccalène” isolana, lasciando con le lacrime agli occhi l“Apollo” e il “Geppino”, gli unici due superstiti di una flotta che trenta anni fa annoverava tredici barche con circa duecento
uomini di equipaggio. Era ancora giorno ed il sole picchiava da ponente sulla baia di Ponza. I Fratelli non hanno mollato gli ormeggi, come spesso facevano, per andare alla Botte o a Palmarola p’appeccià a pisce i funne.
No! I Fratelli hanno mollato per un viaggio senza ritorno.
Dopo aver circumnavigato lo Stivale devono salire l’Adriatico per approdare a San Benedetto del Tronto perché la barca è stata venduta a dei pescatori di quella città.
Peppe, Vittorio ed Angelo, i fratelli Feola, sono stati i precursori, gli antesignani della pesca con la lampara a Ponza e meritano un plauso.
L’età, qualche acciacco, che con gli anni non manca mai, e la formazione dell’equipaggio, quì non si trova più personale disposto a fare il pescatore, sono state le cause della vendita.
Le ultime rimaste, Apollo e Geppino, orgoglio della marineria ponzese, teniamocele care e a te, Fratelli, buona fortuna, anche in un mare che non vi ha visti nascere.

Ernesto Prudente

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