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La magia di un’isola

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di Lino Catello Pagano

Ho passato la maggior parte della mia vita all’estero per lavoro, ed ogni volta che arrivo a Ponza, stanco e affaticato dai miei lunghi viaggi in giro per il mondo, vorrei dormire tanto, cadere in catalessi per recuperare, ma non è così.

Sarà l’isola che mette in fibrillazione tutto dentro di me, quando sono a Ponza mi alzo presto, dormo poco. Alle prime luci del giorno che filtrano attraverso le persiane chiuse, come una mano che ti accarezza il viso che ti costringe ad aprire gli occhi per forza, mi alzo sempre in punta di piedi, m’infilo i pantaloni e prendo la macchina fotografica, il portafoglio in tasca per fare colazione e scappo sgattaiolando senza far rumore mentre tutti dormono.

Appena arrivo al centro, è bellissimo vedere il sorgere del sole, i pescatori che rientrano dopo una lunga notte di pesca con dietro una scia di gabbiani vocianti che fluttuano dietro alle barche elemosinando un avanzo di pesca gettato in mare.

C’è il profumo del mare che al mattino lo senti e t’inebria le narici, ma a volte anche la trascuratezza quando oltrepassi i sacchi di spazzatura buttati fuori dai contenitori e non ancora ritirati: un olezzo da coprirsi il naso con le mani.

Fai un giro alla punta del molo e lo sguardo va a Zannone, poi si posa sulla Ravia e Santa Maria e girandoti piano piano come in un’inquadratura di un film ti vedi Giancos, di seguito S. Antonio e via lo sguardo arriva verso il porto, l’anfiteatro pieno di barche, stretto in un abbraccio.

Si riparte piano scattando qualche foto qua e là ma l’aurora è profumata di mille odori e colori. La salita è ripida per arrivare al Belvedere; passo davanti alla Musella e prendo la strada ripida che porta davanti alla Torre dei Borboni; qualche casa con il nome dipinto sulle piastrelle di ceramica attaccate al muro e fiori a non finire.

Mi fermo di tanto in tanto buttando un sguardo, alzandomi sulla punta dei piedi per vedere il mare sottostante fino ad arrivare sotto il faro e vicino al Cimitero. Lo sguardo arriva là dove c’è l’acqua limpidissima, quasi da bere, in questa mia isola un po’ magica e  fatata.

Certo solo chi c’è nato su questo scoglio o i veri estimatori capiscono, sorridono e mi intendono quando dico che ogni mattina allo spuntare del sole mi trovo sulla strada del cimitero.

Sorridono quelli che mi vedono a quell’ora già in giro, mi prenderanno per pazzo, ma mi piace girare al mattino nel cimitero con il silenzio e l’ingenuità trasandata della chiesetta, delle lapidi sofferte e approssimative. Tutto ti colpisce il cuore, la mente e l’arricchisce. Uno sguardo giù verso il mare, pensando che ti trovi sopra le grotte di Pilato e il mare è trasparente da distinguere i pesci.

Camminare ascoltando il rumore dei tuoi passi sulla ghiaia e sui gradini ripidi di lastroni di acciottolato, fino a trattenere il fiato di fronte alla rupe scoscesa che raggiunge il mare e lì a pochi passi i Faraglioni della Madonna. Sei solo con la mente libera a godere e commuoversi per le parole d’amore trattenuto e popolare, quindi più sincero, sulle tombe di chi conosci e non c’è più, su bambini mai cresciuti, ragazze con velo da spose perse nel tempo tra tremolii di lumini e fiori  appassiti.

Il sorgere del sole con la sua luce calda mi accompagna e mi fa accettare anche la morte. Perché in questo posto c’è amore e tanto, semplice e concreto, c’è l’insensatezza di sentieri che ti rapiscono e poi terminano in brusche voragini che possono farti cadere, ferirti senza che tu possa aggrapparti a nulla mentre precipiti in basso verso gli scogli sottostanti. C’è un poeta che dalla tomba guarda il mare. È stato sepolto con delicatezza e ammirato rispetto e un vetro ormai appannato dal calore dei lumini ne protegge il viso e le parole lasciate al mondo.

Torno sui miei passi uscendo dal Cimitero, dopo aver guardato ad una ad una le foto che incontravo sul mio cammino, accarezzando qualche fotografia sbiadita, qualche lacrima era pronta ad uscire per l’emozione e rivedevo nei miei pensieri quella persona da viva: con qualcuno abbiamo giocato e corso insieme, e adesso era lì nel silenzio di quel giardino fertile di ammirata bellezza nell’attesa del giorno che verrà.

Il paese mi aspetta, ecco che rientrano i pescatori; mi appoggio al muretto del Corso per guardare di sotto, vedere scaricare il pescato, con l’orgoglio di chi ancora sta sull’isola e ne rappresenta l’essenza senza tempo.

Mi fermo al bar Tripoli per bere un cappuccino ed ecco il telefono che squilla. È  mia sorella che mi dice che la colazione è pronta, il caffè nella caffettiera borbotta.

Inizia una nuova giornata, sempre nuova, mai uguale all’altra, nella mia cara e meravigliosa isola di Ponza.

Lino Catello Pagano

 

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