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h-18 f8-19a t2-9 m2-9 18 La spugna nocciolina: Chondrilla nucula

Il batiscafo “Trieste” a Ponza

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di Isidoro Feola

Il batiscafo “TRIESTE” raggiunge il punto più profondo del Mediterraneo nella Fossa del Tirreno a 19 miglia a sud sud-est di Ponza (rotta 157,5) alla profondità di 3150 metri.

Questo avvenimento ha rappresentato una tappa fondamentale nella esplorazione degli abissi marini ed il fatto che tutto ciò abbia Ponza come punto di partenza rappresenta per noi ponzesi  un motivo di orgoglio .

I personaggi  sono Auguste Antoine Piccard, (vedi foto)  fisico, aeronauta, pilota di aerostati, idronauta (nato a Basilea il 28.01.1884 e morto a Losanna il 24.03.1962) che ha personalmente progettato il batiscafo, e suo figlio Jacques Piccard, economista, esploratore, pilota e progettista di sottomarini.

 

 

 

In quei giorni di settembre del 1953  la vita quotidiana dei ponzesi fu scossa da uno strano convoglio che entrava in rada verso le ore 15,30 di un pomeriggio assolato, appena ventilato da “..nu poc’ ‘i levant’ frisc’.

Subito un capannello di persone, per lo più uomini e ragazzi, si andò a formare sopra il lanternino mentre la corvetta “Fenice”, della marina militare (matr. C 50), fece il suo ingresso in porto scortando il dragamine “Giuggiolo” (matr. 5536), ed il rimorchiatore “Audace”, anch’esso della Marina Militare, che trainava “…’nu cos’ ca nisciun’ aveva vist’ primm’ i mò..”.

Questo ‘coso strano’ era il batiscafo Trieste, ed il convoglio proveniva da Capri, al largo delle cui coste erano state fatte le prime prove di immersione. Sulla torretta del batiscafo vi erano il tricolore italiano, la bandiera svizzera e lo stemma di Trieste.

Ma come è fatto il batiscafo “Trieste” ?

Schematicamente è una cabina sferica attaccata sotto ad uno scafo di supporto che fa da galleggiante .

In sostanza si tratta di una grossa sfera di acciaio al vanadio, cromo, molibdeno del peso di 13 tonnellate costruita in Italia dalla Società delle Fucine di Terni;

Piccard ebbe a dire che, in tutto il mondo, solo a Terni avrebbero potuto fare una cosa così precisa come voleva lui: fu costruita in due pezzi (semisfere)  forgiate e temprate in olio e, per sostenere la pressione di 125 tonnellate per cm2, fu fatta di uno spessore di 12,7 cm . La scelta della forgiatura e non della fusione dell’acciaio è perché con la seconda (che consiste nella colatura dell’acciaio liquido in uno stampo) si sarebbero potuto formare delle impurità, bolle d’aria, nello spessore che ne avrebbero indebolito la struttura.  La forgiatura e tempratura in olio, invece, conferisce all’acciaio maggiore resistenza ed elasticità. Punti essenziali su cui Piccard non transigeva, erano quelli di rispettare un coefficiente di sicurezza di 4, e al termine dell’opera la sfera fu addirittura passata ai raggi “X” per evidenziare eventuali pecche strutturali. L’interno della sfera è di 2,16 metri e tale misura rappresentava lo spazio vitale che avevano a disposizione i due esploratori, e nello stesso spazio prese posto anche la strumentazione. Con un sistema a circuito chiuso, simile a quello utilizzato nelle navicelle spaziali, l’aria entrava nella sfera da cilindri in pressione e l’anidride carbonica veniva eliminata passando attraverso delle scatole metalliche contenenti calce sodata (che trattiene l’anidride carbonica e rimette in circolazione l’ossigeno che ne viene staccato); tutto il sistema era alimentato da batterie della “Magneti Marelli”, che erano immerse in triolina (che è più pesante dell’acqua) .

L’unico contatto visivo con l’esterno era reso possibile da un singolo blocco, a forma di cono, in Plexiglass, unico materiale trasparente che potesse sopportatre pressioni così elevate.

L’illuminazione esterna fu resa possibile con delle speciali lampadine al quarzo, in grado di resistere a pressioni superiori alle 1000 atmosfere senza subire modificazioni.

Questa sfera–cabina appena descritta era attaccata sotto ad uno scafo, lungo più di 15 metri, che era formato da una serie di galleggianti riempiti con 85 m3 di benzina (fu scelta quest’ultima perché meno densa dell’acqua e perché resta incomprimibile anche a pressioni elevate); sotto vi era un altro vano contenente come zavorra nove tonnellate di palline di ferro che venivano liberate sul fondo azionando degli elettromagneti.

A prua ed a poppa del batiscafo vi erano due paratie contenenti aria; quando queste venivano allagate dall’acqua di mare il batiscafo scendeva verso il fondo;  quindi,  una volta raggiunto il fondo, veniva  liberata la zavorra ed il batiscafo risaliva grazie alla benzina contenuta nel deposito superiore che tendeva a portare in emersione tutta la struttura.  Prima del progetto di Auguste Piccard, le sfere venivano calate, appese ad un cavo, da una nave di appoggio, ma in tale modo si poteva scendere solo per qualche centinaio di metri al massimo. Lo scafo fu costruito nel cantiere navale di Monfalcone dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Trieste (da cui il nome) verso la fine del 1952.

La sfera fu quindi fissata allo scafo nel cantiere navale di Castellammare di Stabia [vorrei fare notare che si tratta di due cantieri storici, che hanno fatto la storia della marineria italiana in tutto il mondo e che in questi giorni si è tentato di far cessare la loro attività, ma ciò è stato impedito grazie alla lotta dei lavoratori. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel TG 2 delle ore 20,30 del 09\06\2011 ha dichiarato che  “…i cantieri navali rappresentano un patrimonio economico unico da non disperdere…” – N.d.A.]

I due esploratori per prendere posto nella sfera-cabina dovevano attraversare un tunnel che passava attraverso lo scafo descritto.

Le  immersioni di prova furono effettuate dal 16\08\1953 al largo di Capri, mentre l’impresa vera e propria avvenne il  30.09.1953 dalle ore 08,18 alle ore 10,40 al largo del faro della Guardia a Ponza, raggiungendo i 3150 metri di profondità della Fossa del Tirreno.

***

Dopo qualche ora che il Batiscafo fu ormeggiato al molo, di fronte al bar “Santa Lucia”, i nostri concittadini furono informati che quelle due persone, che stavano nel frattempo scendendo dalla corvetta “Fenice”, venivano dalla Svizzera, erano padre e figlio, e che sarebbero scesi  sott’acqua, fino a toccare il fondo, “..na ventina i migli’ for’a Guardia”.

La cosa che di più è rimasta impressa nel ricordo dei ponzesi intervistati  è l’alta statura dei Piccard: “..sicc’ e luong’ comm’ nu’ maccaron’ i zzit’” ; “..luong’ comm’ ‘nu fus’” ; “ ma accussì luong’.., comm’ fann’ a trasi’ dint’ u’ battiscaf’? …s’anna chià a dduje?”. Lo stesso mio padre, Salvatore Feola, presso la cui affittacamere alloggiava Auguste Piccard (oggi Hotel Feola), mi ha sempre raccontato che quest’ultimo era “..accussì luong’ ca asceva cu i pied’ afor’ u’ liett’, pur’ si durmev’ ‘i sguincie’..” (usciva con i piedi fuori dal letto matrimoniale pure se dormiva di traverso). Allora con l’aiuto prezioso di Eugenio Popolo (“Mast’Eugenie”, che aveva la falegnameria dove adesso c’è lo studio commercialista di Musella, in via Parata) fu costruito una sorta di tavolinetto della stessa altezza e larghezza del letto e lungo 50 cm circa che fu piazzato dietro la testata del letto per appoggiarci sopra i cuscini, cosicché il Piccard (che apprezzò molto tale genialità) non uscisse più con i piedi fuori dal letto, e potesse così riposare sdraiato in modo naturale.

Altra preoccupazione dei ponzesi era : “..ma si mentr’ stann’ a’ffunn’ ce vene ‘a fa ‘nu bisogn’, comm’ fann’ a fa’?”. Ma la cosa più preoccupante era rappresentata dal fatto che “..si quann’ arrivano a ffunn’ u fang’ cummoglie u batiscaf’, chi i vvà a piglià a chella funnalezza..” (giustamente: se una volta toccato il fondo il fango sommerge il batiscafo, come farà questo a risalire, e chi li va a prendere a quella profondità). Fortunatamente sappiamo che le cose sono andate diversamente e vediamo che cosa scrisse l’inviato della “Stampa” di Torino, che era presente all’evento :”…Auguste e Jacques Piccard sono scesi con il batiscafo Trieste, da essi ideato, a 3150 metri di profondità, conquistando alla Svizzera, paese di monti e senza un litro di acqua salata, il primato mondiale di immersione…”.L’audacia di due uomini, un padre ed un figlio che, racchiusi nella stessa sfera, hanno sfidato e vinto l’agguato della morte…

Prima dell’ immersione gli ingegneri Salvo e Traetta si accostavano al Trieste per assicurarsi che tutto fosse in ordine, specialmente la valvola elettromagnetica che serve alla espulsione della zavorra, valvola che l’altra volta, a Capri, si guastò ….Poi i Piccard salgono a bordo, si chiude la torretta sopra la loro testa e, dopo un ultimo gorgoglio (alle ore 08.18), il batiscafo scompare. Passa un’ora, poi due, si pensa che tremilacinquecento tonnellate schiacciano la struttura, si guarda a terra per distrarsi e non guardare le lancette del cronometro fino a quando (alle ore 10,40) non si vede riemergere il batiscafo:

il primo ad uscire dal portello della torretta è Jacques, sudatissimo. Sorride e saluta. Poi appare il prof. Auguste; il viso è terreo, le mani tremano, lo sostengono mentre scende nel battello. Fa anche egli un cenno per ringraziare, degli applausi salgono dalla “Fenice” dalla cui radio partono subito due messaggi: il primo diretto all’ammiraglio d’armata Massimo Girosi (per ringraziare del supporto che la Marina Militare italiana aveva dato per l’impresa), il secondo diretto al n° 20 di Avenue Ernestine a Bruxelles, dove abita la sig.ra Marianna Piccard. Nelle dichiarazioni fatte alle varie radio in italiano, francese, inglese e tedesco, entrambi gli scienziati hanno precisato di avere toccato il fondo… Scrutando con i fari, dopo i cento metri, hanno visto solo buio. Spegnendoli hanno osservato, a 3150 metri, vari punti fosforescenti, prova questa che, anche a quella profondità, esiste una vita animale… Al porto di  Ponza  il convoglio è giunto nel primo pomeriggio; sul molo una folla festante…”.

In realtà la folla era stata “aizzata” a fare festa da Rosa Zinno (moglie di Luigi Di Fazio che, assieme a Frank Feola fondò ed avviò la centrale elettrica di Ponza; la sig.ra Rosa stava per concludere il suo soggiorno ponzese per fare ritorno a Napoli dove avrebbe svernato fino alla primavera successiva; questa signora ponzese ha anticipato di parecchi lustri la moda attuale che vede i nostri concittadini nel fare a gara ad andare a svernare fuori dell’isola, soprattutto a Formia, spopolando l’isola in modo progressivo ed inesorabile, con la scusa di fare studiare i figli [!?]

Ma i nostri genitori non ci hanno fatto studiare lo stesso, rimanendo essi a Ponza con il resto della famiglia ?

Ebbene, Rosa Zinno si trovava al muretto di Corso Pisacane di fronte al grottone di Pascarella e da qui incitava gli astanti ad applaudire l’arrivo in porto del batiscafo dopo l’impresa dicendo che dove abitava a Napoli applaudivano, cantavano e sparavano botti per niente; qui invece, oggi “…è succiess’ ‘na cosa accussì importante che a’llati part’ s’a sònnen’, e cà invece par’ ‘nu mortorio…  jamm’ guagliu’, sbattimm’ i’ mman’…..”, al che, come d’incanto, urla ed applausi festanti inondarono la baia del porto.

Silverio Mazzella (Silverio di Rifugina) racconta poi della cena che si tenne al ristorante “EEA” cui parteciparono, oltre ai due Piccard con il loro staff, gli ingegneri Salvo e Traetta, il dott. Francesco Sandolo, Ernesto Prudente, Aristide Baglio, Gennaro Silvestri (Gennarino a mare), Amedeo Scotti, Gennaro Mazzella (Ciaulino), lo stesso Silverio di Rifugina, il comandante del rimorchiatore “Tenace” con parte dell’equipaggio, il comandante della corvetta “Fenice” con consorte e parte del suo equipaggio oltre ad altri militari del dragamine “Giuggiolo”. Mangiarono lenticchie ed aragoste innaffiate da vino e spumante ponzese. Al momento della torta Auguste Piccard, come gesto di cavalleria,  invitò al taglio la moglie del comandante della Fenice (che era l’unica donna a partecipare alla cena) mentre Gennarino a mare propose un brindisi “…a due uomini alti venuti dalla Svizzera che sono scesi in fondo alla Guardia, e tutti quelli che non sono all’altezza debbono solo applaudire e starsi zitti..”

Diverse persone hanno poi raccontato che Mimì Dies e Silverio Zecca (“Zecchetiello”), che sono stati due sub ponzesi famosi, assieme ad Ernesto Prudente  si immersero per ispezionare  la carena del batiscafo per raccogliere i pezzi di fango che erano rimasti attaccati al batiscafo, per  “…vedere come è fatto il fango di tremila metri”.

Alla carena del batiscafo fu anche fissato esternamente un modello di orologio da polso, costruito ovviamente in Svizzera (Rolex), che sopportò benissimo la discesa a 3150 metri senza subire alcun danno (sempre della stessa azienda svizzera  fu attaccato un orologio da polso alla carena del batiscafo quando questo, nel 1960, scese ad 11.000 metri nella fossa delle Marianne). (sotto la foto dell’abitacolo del batiscafo che scese nela fossa)

La foto dell’abitacolo del batiscafo che scese nela fossa

Piccard, in omaggio alla cortesia dei ponzesi ebbe a dire: “La vostra isola è un paradiso, e come è bella fuori dell’acqua è altrettanto bella sotto l’acqua ..”

All’impresa, fuori la punta della Guardia, erano presenti anche dei ponzesi, tra cui Ernesto Prudente, e diversi giornalisti (Longobardi, del “Messaggero”, quando vide la torretta chiudersi sulla testa dei Piccard ebbe a dire “…Cari scienziati, ci vediamo all’altro mondo” ; ma si sbagliò); erano tutti ospiti sulla M/B “Ondina” di Vincenzo Di Fazio (Vicienz’ Muscardìn’).

Durante una delle innumerevoli visite domiciliari effettuate a casa di Silverio Conte (“Facciabruciata”) questi mi raccontò di un alterco che aveva avuto con un suo parente, Gennaro Conte (“A scienza”, figlio di Giuseppe di Mamena ‘i “Mezzapacca”) il quale voleva andare dai Piccard per chiedergli “….che razz’ i pisc’ ce fann’ a chella funnalezza” (personalmente trovavo molto logico chiedere di sapere che tipo di pesci avessero visto durante l’impresa); e “Facciabruciata” invece gli disse, in modo burbero “….primma cos’ tu si’ ignorant’e nun t’ capiscen’ comm’ parli tu ; po’ llor’ ti rispondono in svizzero e tu nun i capisce. E ‘ppo t’u’ dic’ io che ci sta llà ssott’: cacauogli’, spinaruol’, squadr’, lattupard’ e tutt’allati pisce vèsdìn’”. Per pesci “vesdini” si intendono dei tipi di pesci cartilaginei della famiglia dei selaci (palombo, gattuccio, squalo spinarolo, verdesca, ecc) che, quando ero bambino, ricordo che venivano pescati copiosamente con delle reti dedicate che venivano chiamate “vesdenare” (avevano una maglia di 13-15 cm), e tale tipo di pesca era abbastanza praticato. Da oltre 40 anni non viene più esercitata, probabilmente per la notevole diminuzione del pescato ed anzi, parecchi appartenenti dei selaci sono diventati delle vere e proprie rarità (personalmente, l’ultima volta che ho visto un pesce squadro è stato alla vasca degli squali dell’acquario di Genova  circa venti anni orsono)

Un’altra  riflessione, fattami da mio padre, è che nonostante che viviamo con  “i piedi dentro l’acqua” sono solo 4 o 5 le persone che hanno sondato le estreme profondità marine rispetto alle parecchie centinaia che hanno invece esplorato lo spazio e la luna [ !] .

***

 Nel 1958 il batiscafo “Trieste” venne acquistato per la cifra di 250.000 dollari USA dalla U.S.Navy.

Il 5 ottobre 1959 il “Trieste” partì da San Diego (California) alla volta dell’isola di Guam per dare inizio al progetto Nekton (una serie di immersioni nella profondissima fossa delle Marianne) .

Il 23 gennaio 1960 il “Trieste” raggiunse il punto più profondo del mondo con a bordo Jacques Piccard (figlio di Auguste) e Donald Walsh (della U.S.Navy). Questa è stata la prima volta che un batiscafo, con o senza equipaggio, raggiunse quella profondità: i sistemi di bordo indicarono una profondità di 11.521 metri, anche se, successivamente, questo dato fu spostato a 10.916 m, e misure ancora più precise nel 1995 portarono la profondità a 10.911 metri, sino ad una misurazione definitiva del 2009 pari a 10.902 metri.

Per portare a termine la discesa ci vollero 5 ore, ed i due uomini rimasero nel punto più profondo della  crosta terrestre per circa venti minuti. Una volta raggiunta la profondità massima, Piccard e Walsh riuscirono, inaspettatamente, a rimettersi in contatto con la nave di supporto in superficie con un sistema sonar\idrofono. I messaggi, per percorrere la distanza che separava il “Trieste” dalla superficie, impiegavano 7 secondi .

I due dell’equipaggio osservarono sul fondo dell’oceano la presenza di sogliole o platesse, che provano l’esistenza di forma di vita anche a questi valori di pressione.

Dopo il “Trieste” solo due batiscafi hanno raggiunto le profondità della fossa delle Marianne:

1)      il “Kaiko”, senza equipaggio, nel 1995, ma lo scafo  si perse in mare durante una missione (2003)

2)       IL “Nereus” (senza equipaggio), nel 2009.

Nell’aprile del 1963 il “Trieste” fu modificato per essere utilizzato nell’oceano Atlantico.

Nell’agosto del 1963 fu utilizzato per la ricerca dell’ USS Tresher che fu ritrovato nei pressi del NewEngland a 2,56 KM al di sotto della superficie.

Dopo questa missione fu smantellato e la sua sfera utilizzata nel batiscafo “Trieste II”. I batiscafi tipo Trieste furono definitivamente eliminati nel 1983, per essere sostituiti dai sommergibili tipo Alvin. Questo nuovo tipo di sommergibili, tuttavia, non è in grado di raggiungere le estreme profondità della fossa delle Marianne, ma è più resistente e più duraturo per profondità di 6.000 metri al massimo.

La sfera pressurizzata originale del batiscafo “Trieste”, quella che è scesa a Ponza nel 1953, e poi nella fossa delle Marianne nel 1960, è tutt’ora  conservata e visibile nell’U.S. Navy Museum a Washington .

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 Ed ora una breve e doveroso omaggio alla famiglia Piccard nel suo complesso, che possiamo definire come persone che “…vanno in fondo al mare  con la testa tra le nuvole” :

Auguste Antoine Piccard (di cui già abbiamo detto), nel 1913 assieme al fratello gemello Jean cominciò a compiere ascensioni mediante palloni aerostatici. Per studiare gli stati ionizzati, i raggi cosmici e la radioattività dell’atmosfera, progettò (1925) e realizzò un pallone con cabina stagna in grado di raggiungere per la prima volta quote stratosferiche. Dopo varie ascensioni, sempre assieme al fratello Jean, nel 1932 Auguste salì oltre 16.000 metri da solo. Allora il fratello, nel 1934, lo superò toccando in aerostato 17.500 metri di altitudine. Da allora cominciò a pensare alle profondità marine fino a ritrovarcelo a Ponza nel 1953.

Jacques lo abbiamo già visto nella fossa del Tirreno ed in quella delle Marianne; ha progettato sottomarini.

Bertrand Piccard (figlio di Jacques) è stato il primo ed unico uomo a volare intorno al mondo senza fermarsi, con il pallone aerostatico “Orbiter 3” nel marzo del 1999.

Iean Felix Piccard : chimico organico, aeronauta, pilota di aerostati.

Jannette Piccard aeronauta e pilota di aerostati.

Don Piccard pilota di aerostati .

 

Nota – Questo scritto è stato reso possibile grazie innanzitutto alle memorie di mio padre, agli amici anziani che mi hanno raccontato i loro ricordi, a quelli che hanno fornito la documentazione fotografica, all’archivio storico dell’“Unità”, a quello della “Stampa”, a Wikipedia, all’archivio storico della Marina Militare).

***

Dagli Archivi  Storici dell’Istituto LUCE, recentemente (in parte) riversati su YouTube), Piccard e Batiscafo Trieste. Il varo a Castellammare:

 

La settimana Incom 00981 del 21/08/1953
Castellammare: costruito nei cantieri di Terni, viene varato il batiscafo “Trieste” guidato da Jacques Piccard.
Descrizione sequenze:
Piccard sul molo conversa con un altro uomo ; il batiscafo sospeso a una gru viene adagiato in mare ; Piccard segue con attenzioni le operazioni di varo ; uomini applaudono sul molo ; Girosi e altri ammiragli osservano le operazioni sul molo ; De Santis con la cinepresa si sistema all’interno del batiscafo ; il batiscafo in mare ; operatore con tenuta da sub tiene in mano la cinepresa e poi si tuffa in acqua ; uomini seguono le operazioni a bordo di un canotto ; il batiscafo emerge dall’acqua.

Nell’archivio dell’Istituto Luce è possibile vedere un interessante documentario, della durata di circa 50 minuti, dal titolo “Con i Piccard negli abissi marini”  – 1953.

Isidoro  Feola

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1 commento per Il batiscafo “Trieste” a Ponza

  • Michela Petruccioli & Redazione

    Aggiunto, all’ampio e documentato lavoro di Isidoro Feola sul Batiscafo Trieste a Ponza (leggi qui), anche il video dell’Istituto LUCE (da YouTube) sul varo a Castellammare di Stabia
    Michela Petruccioli & Redazione

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