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Biografia di un paese (3)

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di Ernesto Prudente

S T O R I A

Tra i popoli della “storia”, che misero piede a  Ponza, dopo l’uomo preistorico e prima che arrivassero i Romani, ricordiamo i Fenici, gli Etruschi, i Greci, gli  Ausoni, i Vosci.

I Fenici, abili e intrepidi navigatori, per parecchi secoli furono gli incontrastati dominatori del mediterraneo e furono maestri nell’insegnare ai popoli costieri l’arte del navigare, del commercio e dell’industria. Furono i primi a fondere i metalli; furono i primi a colare il vetro e furono i primi a scoprire la porpora che, successivamente,  furono i cardini del loro commercio.

Gli Etruschi, antichi abitatori dell’attuale Toscana, furono abili commercianti che estesero la loro influenza non solo alle popolazione costiere ma a tutte le isole del Tirreno.

Gli Ausoni, nome dato dagli annalisti romani a quella gente, di stirpe non greca, che abitava tra il Lazio meridionale e la regione calabra nel periodo che va dal VI° al V° secolo A.C.

I Volsci,  popolo dell’Italia antica, che si stabilirono, nel V secolo A.C. nella zona laziale tra Velletri e Formia, tra il fiume Sacco e il mare, comprese le isole dirimpettaie al loro territorio. I volsci furono sconfitti e sottomessi dai romani.

 

G R E C I

I Greci, si accasarono sulle coste della penisola italiana e su quelle della Sicilia molto prima dei romani. I pionieri di questa nuova gente superarono, non senza difficoltà, lo stretto di Messina e giunsero sulla costa della Campania dove fondarono la città di Cuma. Poi salirono verso il nord. Come era loro modo di comportarsi, si avventuravano in queste imprese con molti mezzi navali, di cui una buona parte erano delle vere navi da battaglia. In breve tempo, ripercorrendo le rotte dei Fenici, si spinsero fino a Marsiglia. Ebbero una attenzione particolare nello spodestare i loro predecessori e maestri e per non subire la stessa sorte fortificarono e difesero  con imponenza di mezzi i  luoghi occupati. Anche Ponza cadde nelle mani dei Greci che ne fecero una fiorente colonia.

La presenza dei greci  sull’isola è testimoniata dai tanti reperti archeologici: ipogei, opere idrauliche, recipienti di terracotta  e addirittura, forse caso più unico che raro, da reperti di colofonia, la famosa resina più nota con il nome di pece greca.

Sulla collina dei Guarini vi sono, e stanno anch’essi per scomparire, imponenti   ipogei. La loro impronta la troviamo anche nel grandioso acquedotto romano che portava l’acqua da Le Forna a Ponza Porto, Un’opera di una maestosità incredibile, che,  secondo il Maiuri, archeologo di fama mondiale, “presenta maggiore affinità di concezione e di tecnica con gli acquedotti del mondo insulare ellenico”.

La particolare posizione di Ponza nel centro del Tirreno venne sfruttata dai greci che la fecero diventare una importante base navale. Le acque di Ponza sono ricche di navi greche affondate con imponenti carichi di anfore.

Questi grandi navigatori dell’antichità hanno solcato, per motivi commerciali, tutte le acque del Mediterraneo e , ovunque siano stati hanno lasciato le impronte del loro passaggio.

Una ultima considerazione sulla presenza dei Greci a Ponza è la testimonianza di Omero che, nel decimo libro dell’Odissea, accredita a Ponza l’incontro tra  Ulisse e la maga Circe.

“Siate certi che una volta a Ponza, scrive Amedeo Maiuri, non vi costa molta fatica a riconoscere i luoghi dell’avventuroso incontro di Ulisse con Circe”.

Ad Omero, il più antico e maggiore poeta greco, di cui tanto si discute sulla sua effettiva identità, sui luoghi dei suoi natali, sulla sua età, sulla sua reale esistenza, sono accreditate due opere, due poemi: l’Iliade e l’Odissea che sono stati croce e delizia di tanta gente. Ai miei tempi, chiunque frequentava un corso di studi superiori  li ha avuti tra le mani.

Una volta accertato e stabilito che i Greci conoscessero Ponza, ci è facile poter dire che Omero avrebbe potuto vedere i luoghi che ha descritto e cantato per essere stato partecipe di viaggi o, addirittura, per aver sentito il racconto da chi questi luoghi aveva visto. La descrizione che egli fa delle terre che nomina è un perfetto quadro geografico. In alcuni casi è una fotografia per cui ritengo di essere nel giusto nell’affermare che Omero sia stato un grosso navigatore, uno di quelli che ha camminato in lungo e in largo per il Mediterraneo.

Chi conosce le Isole ponziane (entra in gioco anche Ventotene perché è l’isola delle sirene) ed il Circeo, le localizzazioini più accreditate riguardanti l’incontro tra Circe e Ulisse, nel  leggere il decimo e il dodicesimo libro dell’Odissea non può sbagliare.

La scelta di Ponza come dimora di Circe non è dettata da  amore campanilistico .

Attenzione: Omero parla di due isole, l’isola di Circe e l’isola delle sirene che era nelle vicinanze.

Attenendoci alle descrizioni fatte da Ulisse possiamo trovare la piena corrispondenza  tra la novella fantastica di Omero e la realtà dei luoghi che egli descrive.

Superate le disavventure dell’incontro con i Lestrigoni che distrussero tutte le navi della sua flotta, Ulisse riuscì a sfuggire, con la sola sua nave, a l’ira famelica di questi antropofagi.

La maggior parte dei commentatori di Omero, trattando del decimo libro, hanno localizzato le coste  laziali quali terre dei Lestrigoni e Ulisse, nel lasciare questa terra, così parla:

 

“ Contenti dello scampo, e in un dogliosi

Pe li troppi compagni in sì crudele

Guisa periti, navigammo avanti,

e   su l’isola EEA sorgemmo, dove

Circe, Diva terribile, dal crespo

Crine, e dal dolce canto, avea soggiorno.

(………………………..)

Taciti a terra ci accostammo, entrammo,

Non senza un Dio che ci guidasse, il cavo

Porto, e sul lido uscimmo; e qui due giorni

Giacevamo, e due notti, il cor del pari

La stanchezza  rodendoci, e la doglia.

Come recato ebbe il dì terzo l’Alba,

Io, presa l’asta, , ed il pungente brando,

Rapidamente andai sovra un’altezza,

Se d’uomo io vedessi opra, o voce udissi.

Fermato il pié sulla scoscesa cima,

Scorsi un fumo salir d’infra una selva

Di querce annose, che in un vasto piano

Di Circe alla magion  sorgeano intorno”.

Mentre fantasticava di mille cose, pensò anche come dare cibo ai suoi compagni e la sua profonda solitudine venne rotta da un fragoroso rumore nei cespugli.

 

“Grosso, ed armato di ramose corna

Drizzare alla mia volta un cervo piacque.

Spinto dal Sole, che il cuocea co’ raggi,

De’ paschi uscia della foresta, e al fiume

Scendea con le labbra sitibonde; ed io

Su la spina lo colsi a mezzo il tergo

Si, che tutto il passò l’asta di tame.

Nella polve cadé, mandando un grido,

E via ne volò l’alma. Accorsi, e, il piede

Pontando in esso, dalla fonda piaga

Trassi il cerro sanguigno, ed il sanguigno

Cerro deposi a terra: indi virgulti

Divelsi, e giunchi, attorcigliai, fune

Sei spanni lunga ne composi, e i morti

Piedi ne strinsi dell’enorme fera.

(……………………)

Presso la nave scaricaila; e ratto

Con soavi parole i miei compagni,

A questo rivolgendomi, ed  a quello,

Così tentai rianimare: Amici,

Prima del nostro dì d’Aide alle porte

Non calerem, benché ci opprima il duolo.

Su, finché cibo avemo, avem licore,

Non mettiamli in obblio; né all’importuna

Fame lasciamci consumar di dentro.

Quelli, ubbidendo alle mie voci, usciro

Dalla latebre loro, e, in riva al mare,

Che frumento non genera, venuti,

 

Stupian del cervo. Si gran corno egli era!

E come sazi del mirarlo furo,

Ne apparecchiaro non vulgar convito,

Sparse prima di chiara onda le palme.

Cosi tutto quel dì sino all’Occaso

Di carne opima, e di fumoso vino

L’alma riconfortammo: il Sol caduto,

E comparsa le tenebre, nel sonno

Ci seppellimmo al mormorio delle onde”.

 

Dopo aver parlato e discusso con i suoi marinai sulla posizione della lora barca rispetto all’isola e della stessa  rispetto ai punti cardinali, posizione  che afferma di averla vista dalla cima del monte:

 

“ Cinta da molto mar, che bassa giace,

e nel cui mezzo un  nereggiante fumo

D’infra un bosco di querce al ciel si volve”.

 

E’ necessario stabilire subito il concetto di isola. Omero, nell’Odissea, descrive, con cognizione e minuziosità, i luoghi dove fa approdare e operare i suoi personaggi. Egli sa benissimo cos’è un’isola e più avanti darà ulteriore conferma.

Omero sa bene quale differenza passa tra un’isola e la fascia costiera.

Ed è proprio la localizzazione dell’isola la disputa più controversa tra gli studiosi di Omero.

Dice Ulisse: “Quì sulla spiaggia del mare spingemmo in silenzio la nave dentro un porto sicuro ché un Dio sopraggiunse a guidarci”.

E’ intervenuto un Dio a guidarlo per i pericoli della configurazione subacquea.

Chi conosce le acque di Ponza sa benissimo che il percorso di avvicinamento alla costa esige la massima attenzione perché gli scogli, più o meno affioranti, sono tanti e tali da mettere in pericolo la barca. E quante barche, dotate anche delle moderne attrezzature, hanno baciato gli scogli e sono dovute correre, soccorse e trainate, in cantiere.

E’ chiaro che la nave era ancorata in una baia, “cavo porto”, la definisce Ulisse, esposta a ponente da dove si poteva ammirare il tramonto del sole, “sino all’Occaso” dice Odisseo,  e dove dormirono cullati, dondolati dalla crespatura  del mare, il vento serale che spira da Nord-Ovest, “Il Sol caduto , e comparse le tenebre, nel sonno ci seppellimmo al mormorio delle onde”.

E quale migliore descrizione di Chiaia di luna, l’ampia baia di Ponza che guarda a ponente. “ Un cavo porto dove la barca è ben manovrabile”, sono le parole che Omero mette sulle labbra di Ulisse.

Attende il giorno seguente, Ulisse , per spiegare ai compagni quello che ha visto dalla cima del monte: “ Vidi, infatti, salito sulla cima rocciosa, l’isola che intorno il mare infinito corona. E’ un’isola bassa: un fumo nel centro ho scorto con gli occhi tra i fitti querceti e la macchia”.

La descrizione topografica e vegetale del luogo, visto dal monte più alto, è precisa.

Ulisse dà caratteristiche  accurate e rigorose che non consentono di confondere un luogo con un altro.

E’ un’isola! Non vi sono dubbi. Il mare che la circonda è vasto.

Omero conosce l’immensità del mare e mette sulla bocca del suo eroe espressioni precise che non lasciano dubbi.

Da Monte Guardia, dove Ulisse era salito,  per la conformazione dell’isola si stima che la zona dove ha  visto il  fumo è l’attuale Santa Maria che è, all’incirca, al centro dell’isola, in una valle.

E le erbe di cui Ulisse parla e di cui Circe fa un grande uso?

Ponza è ricca di erbe medicinali da cui sono stati ricavati infusi per gli usi più disparati.

Dopo un anno di vita vissuta a Ponza, tra le braccia di Circe,  Ulisse, sempre secondo la descrizione di Omero, va a far visita all’Ade, ritorna da Circe e prepara, con la  collaborazione della maga  il viaggio di ritorno alla sua Itaca.

Circe lo mette in guardia per un pericolo che avrebbe incontrato ben presto, all’inizio del viaggio.

Il rischio  era rappresentato dalle Sirene che alloggiavano su un’isola vicina e che, con il loro canto, riuscivano ad allettare i marinai per poi fiaccarli e distruggerli. “ Alle Sirene prima verrai, che gli uomini stregano tutti, chi le avvicina. Ma fuggi e tura gli orecchi ai compagni con cera perché nessuno li senta e tu fatti legare ritto sulla scarpa dell’albero”. Questo fu l’accorato consiglio di Circe ad un uomo che aveva amato voluttuosamente.

Partendo da Ponza e facendo una navigazione più o meno costiera per andare verso sud, si incontra l’isola di Ventotene dove Omero accasa le Sirene.

Questo fatto ci offre l’occasione di datare il primo canto di cui si occupa la letteratura: è il canto delle Sirene e avvenne nel nostro mare.

Ponza è una terra che, una volta conosciuta, ti entra nel sangue più dell’eroina e che nei momenti di astinenza ti spinge, fortissimamente ti esorta e ti incita a ritornare.

Se Circe è la donna che ammalia, affascina, seduce, incanta, affattura; la donna che rapisce e inebria ogni qualvolta ti guarda, la donna che è riuscita a fare breccia in un cuore  rotto a tutto, come quello di Ulisse, significa che è una femmina fuori dal comune e fuori dal comune dev’essere il luogo della sua residenza.

Ponza è il  posto ideale per sognare.

Quante coppie, sicuramente  a migliaia, potrebbero testimoniare  su un amore magico vissuto a Ponza.

Ernesto Prudente

Biografia di un paese  (3)  continua

 

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