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I Vecchi (4). Un ricordo del nonno

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di Sandro Russo.

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Del nonno ho anche altri ricordi, più privati. Uno in particolare, che per ricordarlo ancora a distanza di tanti anni, deve aver inciso parecchio sulla mia vita.

Ogni anno, alla fine dell’estate, facevo con lui la stessa strada dell’arrivo, ma in senso inverso: dalla casa al porto. Potevo avere sette o otto anni.

Non sono mai riuscito a ricordare come andò esattamente, anche se ho cercato di ricostruire i singoli momenti. Dovevo essere distratto come al solito da mille cose; qualcuno dei miei amichetti poteva essere venuto ad accompagnarmi anche lui al molo. Facevo ormai tranquillamente da solo il viaggio di ritorno in piroscafo, di cui ero diventato esperto, dopo la prima volta che era sembrato strano. A Formia ci sarebbero stati i miei ad aspettarmi; a quell’epoca, credo, ancora con la vecchia Moto Guzzi col side-car. Insomma, le normali distrazioni di un bambino vivace e frastornato dalla particolare situazione.

Partenza, viaggio, arrivo: tutto bene. Finiva la parentesi estiva e ricominciava l’anno scolastico. Tutto un altro mondo, altri amici; anche un’altra lingua.

Venni a sapere molto tempo più tardi, forse l’anno successivo o in occasione della visita di una delle zie, da una conversazione ascoltata per caso, di aver fatto un errore di superficialità e disattenzione che ormai non era più rimediabile.

Pare che da quell’accompagnamento del nipote al porto, il Vecchio fosse tornato taciturno e abbattuto, con gli occhi lucidi. Le figlie (le mie zie) che lo conoscevano bene, avevano dovuto insistere a lungo e prenderla alla larga, per riuscire a cavargli di bocca cos’era stato. Era successo che nella confusione della partenza, il nipote tanto amato si era dimenticato completamente del Nonno e nemmeno l’aveva salutato.

Nei bambini la coscienza affiora lentamente, ma prima o poi si fa, l’esperienza di un grande peso che grava sul cuore, di un fatto che non si può più modificare perché è successo per sempre. E non si hanno ancora i mezzi per relativizzare, diluire il dolore o cercare rimedi. Al nonno volevo bene, ma l’avevo offeso in un modo crudele.

Mi sarò portato dietro il peso di quella negligenza per chissà quanto tempo…

***

L’anno successivo, al ritorno sull’isola per l’estate, ci fu il viraggio: quel cambio di atteggiamento per cui cessi di essere protetto e cominci a proteggere a tua volta. Càpita in età variabile con le diverse ‘persone guida’, con i nonni, gli zii; con i genitori stessi …tutti ne avranno fatto l’esperienza…

In quegli anni lo zio Biagino aveva un ristorante nella piazzetta sotto al Municipio (..Zi’ Capozzi, si chiamava), poi c’è stato ‘L’ippocampo’. Proprio a fianco del Welcome’s bar, che c’è ancora.

Diventammo una coppia fissa, il Nonno e io. Facevamo insieme la spesa di base per il ristorante: un compito impegnativo! …dalle sei del mattino in poi. Alle otto e mezza avevamo già finito. C’era da prendere (o ordinare) di tutto: dalle bombole del gas al sale …lo zucchero, le casse d’olio, gli scatoloni di pelati…

Soprattutto la frutta era una bella responsabilità: servivano colpo d’occhio e capacità di confronto, e giudizio rapido della qualità e del prezzo. Le contrattazioni le faceva il nonno: io non sarei stato credibile, a otto-nove anni, mentre lui ne aveva, a quei tempi, almeno settantacinque…

Lui non lo sapeva, ma la responsabilità generale delle nostre quotidiane spedizioni per la spesa la sentivo tutta mia; ero io che mi piccavo se qualcosa non andava bene, di ritorno al ristorante e al giudizio del cuoco; e tenevo a mente tutti gli errori da non ripetere, per la volta successiva. Facevamo il nostro giro all’andata quasi senza parlare; guardavamo tutto per bene e al ritorno ci fermavamo per gli acquisti. Era inteso tra noi che alcuni negozi andavano evitati, così come qualche volta ci bastava un’occhiata per decidere che la frutta del nostro fornitore abituale non andava bene e tornare alla bottega dove l’avevamo vista più bella. Con il tempo, il fatto che lui si fidasse dei miei giudizi mi spingeva ad un’attenzione ancora maggiore. Il Nonno era invece bravissimo a tenere i conti a memoria e rapido nel maneggiare i soldi.

Mi pare di vederli, tanto li ricordo bene, quei due tornare dalla spesa carichi e accaldati, con le borse di vimini (non era ancora il tempo della plastica) e scaricare tutto nello stanzone antistante la cucina.

Man mano che mi avvicinavo al ristorante diventavo impaziente, volevo finire presto, liberarmi della responsabilità che mi ero presa addosso. Aspettavo irrequieto il controllo della zia e del cuoco su quanto avevamo comprato. Dopo di che il mio compito era finito: potevo tornare bambino. Volevo solo spogliarmi e mettere il costume da bagno; correre dai miei amici al mare e ai giochi, alla spiaggia arèt u’ lanternìn’ – scomparsa anche quella, la gloriosa Caletta; adesso non c’è più, ingoiata dal cemento…

 

Sandro Russo

[I Vecchi. (4). Continua]

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