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Don Gennaro, Parroco di Le Forna, fra realtà e leggenda

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di Raffaele Sandolo

Guardando fra le foto di ponzaracconta ho rivisto volentieri un volto a me familiare, don Gennaro, pastore di anime. Fratello di mia zia Mamena e figlio di Vincenzo Sandolo detto Vicienz’ i Salardo, famoso per i suoi bastimenti aragostai, don Gennaro era persona attenta alle cose della vita e amabile nei rapporti con la comunità fornese. Si raccontano molte storie della sua vita  che oscillano fra realtà e leggenda. Molti dei miei amici pescatori di Marina di Campo, di origine ponzese come me, lo hanno conosciuto verso la metà del secolo scorso quando era parroco a Le Forna. Li ha sposati, ha dato la prima Comunione ai loro figli, ha partecipato alle loro feste familiari, ha dato l’ultimo addio ai loro genitori e ai loro nonni.

Personaggio amato da tutti i fornesi del suo tempo e soprattutto da donne, ragazzi e bambini. Alcuni dei miei amici, avanti come età, ancora ricordano gli scherzi, i giochi e le finzioni del passato, quando frequentavano la chiesa di SS. Maria Assunta a Le Forna. La sua abilità nei rapporti umani, semplici e diretti, come pure la sua grande disponibilità verso i bisognosi era apprezzata da tutti.

Molti ricordano i suoi rimproveri, talvolta con accenni di sorriso, altre volte con la faccia tesa e la voce arrabbiata e  decisa. Si esprimeva spesso borbottando manifestando tutta la sua amabilità.

Ricordo alcuni dei suoi atteggiamenti e delle sue espressioni quando, nel decennio dopo la metà del secolo scorso, lo incontravo nella casa della sorella Mamena a Chiaia di luna. Erano gli anni spensierati della mia gioventù.

Ultimamente ho parlato con Maria Vitiello, moglie di Gennaro Di Meglio detto u’ Conte, immigrata all’Elba verso il 1970. Sono stato a casa sua, seduto in giardino, dove c’ era anche suo figlio Silverio e la moglie Rosita assieme a Stella, la loro bella bambina. Mi ha raccontato molti fatti del suo periodo ponzese quando abitava nella zona della miniera di bentonite e suo marito lavorava assieme al fratello Antonio, detto Ciggielle, così chiamato per il suo impegno di sindacalista. E’ stato molto bello ascoltare le sue parole che spesso evidenziavano l’impegno di carità e la dedizione di Don Gennaro nell’aiutare i lavoratori. L’intera famiglia Di Meglio dovette lasciare Ponza data la pericolosità del lavoro in miniera e, soprattutto, per l’instabilità della casa dove abitava, dovuta alle evidenti crepe nei muri e allo sgretolamento del terreno circostante. Don Gennaro battezzò Silverio nella chiesa parrocchiale, un mese dopo la nascita del bambino avvenuta il 19 settembre 1971.

Inoltre, molto interessanti sono stati i racconti di amici pescatori di origine ponzese. Ho passato molto tempo con Antonio Rivieccio, detto Anellone, e Giuseppe del Vecchio, detto Cap’i bomba. Nel passato hanno abitato a Ponza, alla ‘Cavatella’ e a ‘Cala Feola’, dove attualmente si trova il Villaggio dei Pescatori. Tutti e due, da ragazzi, hanno frequentato don Gennaro. Mi hanno raccontato del suo impegno a favore  dei poveri e nelle attività parrocchiali. Mi hanno parlato delle scampagnate, delle gite in barca, dei gruppi estivi di oltre trenta bambini per la Colonia marina con i giochi sulla spiaggia di Cala Feola, i pranzi nella grande grotta fra gli scogli e le merende sull’arenile.  Altri amici mi hanno parlato del vecchio Silverio Di Meglio, pescatore abitante a Le Forna. Mi hanno raccontato tante cose di lui e dei suoi rapporti, franchi, amichevoli e talvolta beffardi, con don Gennaro. A Le Forna si diceva che ogni domenica, dopo essere stato da Siliuccia per giocare a carte, Silverio andava alla Santa Messa. Ascoltava con attenzione la predica che don Gennaro faceva dal pulpito diffondendo la parola del Vangelo. Si faceva riferimento alla carità cristiana spingendo i fedeli a dare una mano ai derelitti e agli indigenti. Ritornando a casa, mostrando un sorriso beffardo, diceva alla moglie: “Don Gennaro prega sempre… per l’aragosta. Vuole che si pensi sempre… ai bisognosi”.

Gli amici, poi, hanno parlato molto di Scarabucchielle, sacrestano e collaboratore di don Gennaro. I loro racconti sono stati piacevoli e divertenti. Le beffe e gli scherzi lo coinvolgevano spesso, e per questo don Gennaro si arrabbiava, per calmarsi poco tempo dopo.

Le sensazioni, vissute attraverso i racconti di vita fornese, mi hanno fatto rivivere, con nostalgia, i vari momenti passati  a Cala Feola, La Chiesa, La Piana, Calacaparra. Una bella carrellata di immagini del mio passato a Ponza con le amicizie, i sapori, i profumi, le bellezze naturali e la simpatia popolare.

Ho rivisto don Gennaro, parlare con i propri parrocchiani, celebrare le funzioni religiose, mangiare a tavola e rimproverare benevolmente i ragazzi. Ho risentito le emozioni attraverso le imitazioni della sua voce e dei suoi  movimenti… Soprattutto il suo borbottare e il suo  gesticolare. Il suo mondo era la vita della chiesa, i fedeli e i bambini che crescevano giorno dopo giorno per entrare pienamente e responsabilmente nella vita. Molti si rivolgevano a lui per consigli o per aiuti, e spesso le sue risposte o i suoi silenzi accontentavano e rasserenavano.

La morte di don Gennaro avvenne con un grande sbigottimento di tutta l’ isola. Il dolore fu profondo ed il ricordo degli avvenimenti e delle sue opere è rimasto ancora nella mente e nei cuori dei ponzesi.

Ora riposa nel cimitero di Ponza, nella Cappella di famiglia.

Raffaele Sandolo

 

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