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L’isola misteriosa (3)

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di Sandro Russo

Per la seconda parte, leggi qui

 

Una delle sere di quella vacanza facemmo festa all’aperto. Si preparò la brace nella cucina annessa alla costruzione vecchia, sul retro della casa, e si mangiarono i pesci che i pescatori del gruppo avevano preso. Tirammo tardi, accanto al fuoco; vino e chiacchiere, una chitarra e canti a ruota libera: tutto l’armamentario di queste occasioni…

Smettemmo perché si era messo vento. Spegnemmo con cura il fuoco e tutti andarono a dormire.

Rimasi in giro ancora un po’. Era una notte di mezza luna; il cielo era abbastanza chiaro, anche se in parte coperto di nuvole che correvano veloci. E’ strano come il silenzio e il mistero calino all’improvviso su un luogo che fino a poco prima era stato animato da canti e allegria.

Le mura diroccate a strapiombo sul mare, ripresero possesso della notte, dei suoi fruscii e chiaroscuri; ombre su ombre. Conservavano forse le mura il ricordo di altri falò; dei tempi in cui i loro antichi abitatori, i monaci, si aggiravano silenziosi tra quelle stesse pietre e accendevano i grandi fuochi di segnalazione tra le isole, tra un monastero all’altro; una forma di comunicazione con le isole vicine e con la terraferma. C’erano solo i monasteri, nei secoli bui, a mantenere e trasmettere la luce, nelle sue varie forme.

Intanto si era alzato il vento e anche il mare era diventato più mosso; si scorgeva alla luce bianca della luna come schiuma bianca intorno agli scogli, giù in basso. Nel giro di una mezz’ora una tranquilla notte d’estate si era trasformata nell’avanguardia di una tempesta; di quelle intense e di breve durata che da queste parti chiamano ‘burriane’. All’improvviso ero dentro una di quelle notti “…che chi ha un tetto, rimane chiuso dentro casa”. Mi riecheggiavano nella mente parole di cui non credevo di aver serbato il ricordo, dette dalla voce di mia nonna: – Mar’ a chi va pe’ mare.. (è amaro, è dura per chi va per mare).

Forse per notti come questa era stata immaginata la scaletta a pioli, consunta e sbrindellata dal tempo, appesa ad una parete di roccia a picco sul mare, ad un’estremità del cimitero dell’isola più grande. Era lì – dicevano i vecchi – per i morti in mare, che nelle notti di tempesta vanno a cercare un momentaneo riposo sulla terra che è stata loro negata.

Nel sotto-finale di ‘Fantasia’ di Walt Disney (1940) è sceneggiato e trasposto in immagini il poema sinfonico ‘Una notte sul Monte Calvo’ di Modest Mussorgsky. La cima del monte prende vita e si trasfigura in  Satana (Chernobog) che raduna e eccita gli spiriti dei dannati al sabba

A queste cose e ad altre ancora pensavo, rannicchiato al riparo dal vento in un anfratto delle vecchie mura. Una diversa percezione della realtà, in situazioni particolari, eccita la fantasia; in quei momenti l’immaginario – sognato, elaborato su cose viste o sentite dire – prende vita e permette l’accesso a mondi che abitualmente ci sono preclusi. Sono epifanie, in cui sembra di stare sospesi in una atmosfera già vissuta e di vedere con altri occhi.

“L’isola dei Morti”, di Arnold Böcklin (1827-1901): cinque diverse versioni dipinte tra il 1880 e il 1886. Tema di forti implicazioni esoteriche e richiami mortuari. Hitler aveva uno dei dipinti nel suo studio. Questo quadro sparì alla fine della guerra (1945) e ricomparve nel ’79, quando un uomo d’affari berlinese lo regalò alla Alte Nationalgalerie di Berlino

 

 

 

Poi la tempesta scorse via, rapida come era venuta. Tutto sembrava rientrare nell’ordine naturale delle cose: pass’ a’ nuttata e viene giorno. Anche se questa é soltanto una delle opzioni possibili. Perché in fondo il sospetto rimane, che alla fine del giorno possa esserci in agguato la notte.

Il finale di ‘Fantasia’ di Walt Disney, sulle note dell’Ave Maria di Franz Schubert, rappresenta la pace che segue alla terrificante sequenza notturna. La processione attraverso il bosco alle prime luci dell’alba, dopo che il rintocco delle campane ha fugato gli ultimi spiriti maligni

Ma quella notte in particolare, contro ogni evidenza e aspettativa, passò, ed emerse dal mare una luce rosata, dietro residui sfilacci di nubi grigie. Furono relegate, quelle visioni della notte di burriana – o era stato un sogno? –  in qualche recesso dimenticato della memoria.

Intanto la realtà reclamava i suoi diritti. La grande casa si svegliò e riprese vita.

Si andava presto al mattino, con la barca del nostro ospite, a tirar su le reti. Con il nuovo giorno, le cose urgenti da fare per mare e il sole luminoso, le ugge della notte erano evaporate e apparivano di nessuna importanza.

E alla fine della vacanza, mentre con gli amici mi allontanavo dall’isola per tornare alla vita consueta, quella sagoma massiccia in mezzo al mare sembrava non avere più nulla di misterioso. Certamente era stata la fantasia, che mi aveva giocato uno dei suoi scherzi…

 

[L’isola misteriosa. (3). Fine]

Per la prima parte, leggi qui

Per la seconda parte, leggi qui

 

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