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L’Autunno del ’43 (7)

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di Gino Usai

Cominciavano intanto ad arrivare sulle coste dell’isola i corpi decomposti dei militari caduti sui mari. Venivano raccolti e consegnati in capitaneria, con un compenso di 500 lire a cadavere. Alcuni andavano rovistando il mare con il gozzo per rinvenire cadaveri; altri si appostavano sui cigli dei dirupi e scrutavano il mare con occhio rapace, per individuare la preda che li avrebbe risollevati un po’ economicamente; oppure perlustravano i litorali dell’isola sperando di trovare sulla marina, o tra gli scogli, qualche “grazia di Dio” portata dal mare, come accadde una volta a Le Forna, quando trovarono stracquata tra gli scogli una cassa di sapone.

La fame e la miseria imperversavano. Non si trovava in commercio nulla, non vi erano soldi, soprattutto non vi erano merci da comprare, se non al mercato nero e a caro prezzo.

Più di qualcuno pensò di andare a cacciare mufloni a Zannone. Molte barche cominciarono a dirigersi verso l’isolotto.

Luigi era bambino e ricorda che il papà aveva nascosti nel magazzeno sulla banchina diversi moschetti con munizioni procurati nel porto di S. Lucia a Napoli. Così un giorno, sul finire di settembre, caricate le armi e le munizioni sulla barca, andò a Zannone insieme al padre e ad alcuni amici di famiglia.

Accadde che uno dei tanti cacciatori sbarcati quel giorno a Zannone, per sbaglio sparò e uccise la capra del guardiano dell’isolotto. Inferocito per la perdita dell’animale, il guardiano alzò la vela e si recò a Ponza per denunciare alle autorità militari la caccia di frodo che si stava perpetrando nell’isolotto. Nel vedere il guardiano avviarsi inferocito verso Ponza i cacciatori più avveduti pensarono bene di abbandonare l’isolotto e mettersi al riparo dai guai. Luigi stava trasportando un muflone ucciso sulle spalle quando il padre gli ordinò di gettarlo via e di andare a chiamare gli amici per prepararsi alla fuga, ché le cose si stavano mettendo male. In fretta e furia caricarono sulla barca  ben quattro mufloni già cacciati e fuggirono via. Si acquattarono dietro Gavi e da lì videro passare quattro barche a motore dirette a Zannone. Tutti i cacciatori di frodo sorpresi nell’isolotto vennero arrestati e portati in Pretura. Loro intanto, nascosti dietro ad uno scoglio, scuoiavano i mufloni e ne recuperavano le interiora. Dopo aver nascosto  il pellame sotto uno scoglio, si rimisero in moto costeggiando Cala Inferno, il Core, Frontone; si fermarono dietro la Ravia, temendo che le spiagge del porto fossero presidiate. Si diressero quindi con somma cautela dietro la Calettella, ove scaricarono i mufloni che vennero segretamente sistemati in alcuni alloggi. Bisogna ricordare che a quel tempo il presidio dei carabinieri era ubicato sulla Torre dei Borboni.

Intanto Luigi ricevette l’ordine di portare a casa le interiora, affinché la mamma cominciasse a preparare il soffritto. Nel tragitto vide scendere dalla Pretura, ove erano stati già interrogati, una trentina di  arrestati, ai quali vennero sequestrati un bel numero di mufloni uccisi, che l’indomani vennero distribuiti alla popolazione affamata. I malcapitati vennero processati. Ci furono una volontà e un impegno generali ad assolverli, adducendo a giustificazione le terribili condizioni di fame e di miseria che l’isola viveva in quei giorni. Vennero infatti tutti assolti, ma nessuno di loro assaggiò carne di muflone. Più tardi Luigi si recò furtivamente con un quarto di muflone alla panetteria di Giovanni Ronca per scambiarlo con un po’ di pane. Il fornaio offriva un chilo di pane, ma il piccolo Luigi, furbo e caparbio, riuscì a strappare due chili di pane.

 Fin dall’autunno del 1938 il governo cominciò a richiamare gli uomini validi alla leva. Fra aprile e maggio del 1939 venne richiamata la classe 1918 e pian pianino si arrivò, scalando, fino al 1899.

Alla vigilia della dichiarazione di guerra, la stragrande maggioranza dei maschi italiani nati fra il 1901 ed il 1920 era arruolata.

Il richiamo alle armi degli uomini già in congedo illimitato avveniva tramite una cartolina-precetto. 

A Ponza i richiamati alle armi restarono nell’isola e furono incorporati nella Milmart di stanza al Semaforo, addetti ai lavori di manutenzione e a impieghi vari; insomma erano praticamente dei tuttofare.

Attorno al semaforo i proprietari delle terre dovettero andar via perché quei terreni erano diventati “Zona Militare” e i richiamati Mazzella Angelo, Vitiello Salvatore detto “spezzafierro” e tanti altri, vennero impiegati nella coltivazione di quei terreni. Mazzella Angelo venne richiamato alle armi benché avesse cinquant’anni. Alcuni di loro vennero dislocati a Le Forna, come don Mario Vitiello, addetto alla mitragliatrice di Cala Fonte per la sorveglianza delle coste dai sommergibili nemici, poiché durante la guerra 1915-18 i sommergibili austriaci andavano preso quella fonte a fare il rifornimento d’acqua. Altri sorvegliavano la costa di Chiaia di Luna dal piazzale, ove era posta una mitragliatrice. Alcuni di loro vestivano di soli panni civili contraddistinti dalle stellette. I richiamati dopo aver effettuato il servizio facevano ritorno a casa.

E giunse un altro Natale di guerra. Un Natale di fame e di disperazione.

La notte del 24 dicembre 1943, il papa Pio XII inviò  ai popoli del mondo intero un radiomessaggio che iniziava così:

Ancora una quinta volta, diletti figli e figlie dell’universo, la grande famiglia cristiana si prepara a celebrare la magnifica solennità della pace e dell’amore, che redime e affratella, in una cupa atmosfera di morte e di odio; anche quest’anno essa sente e sperimenta l’amarezza e l’orrore di un contrasto irreconciliabile tra il dolce messaggio di Betlemme e il feroce accanimento con cui l’umanità si dilania(…)Cristo solo può allontanare i funesti spiriti dell’errore e del peccato, che hanno aggiogato l’umanità ad una tirannica e avvilente schiavitù, asservendola ad un pensiero e ad un volere, dominati e mossi dall’insaziabile bramosia di beni senza limiti. ” e concludeva:

“Date presto all’umanità ansiosa una pace, che riabiliti il genere umano dinanzi a sé stesso e alla storia. Una pace, sopra la cui culla non guizzino i lampi vendicatori dell’odio, non gl’istinti di una sfrenata volontà di rappresaglia, ma risplenda l’aurora di un nuovo spirito di comunanza mondiale, sorto dal mondiale dolore”.

Quel terribile 1943 si andava a concludere e Ponza marcava un bilancio di ben 92 morti, 19 più dell’anno precedente; e nonostante non ci fossero più uomini validi,  perché tutti richiamati al fronte, nacquero 98 bambini.

Perché la vita vince sempre sulla morte!

 (Continua)

Gino Usai

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