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’A smania i’ turna’

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di Lino Catello Pagano

Quando manchi anni da Ponza e hai fatto un viaggio di sei ore, sveglia alle quattro del mattino, con l’ansia di perdere il treno e sei in stazione due ore prima, sei già ’nd’a’ smania i’ turna’. Poi  arrivi e scendi dal treno a Formia, ti prende quel certo non so che. Saranno anni che manchi, ma non vedi l’ora di scendere al porto, ti prende ’a smania. Guardi l’ora ogni momento, Ponza è là e non scappa via, ma tu continui come un leone in gabbia a fare avanti e indietro per il porto di Formia, dove il niente lo trovi a portata di mano. Ci sei venuto cinque ore prima, parli un po’ da solo come gli scemi, poi incominci a vedere qualcuno che ti sembra di conoscere, ma aspetti sempre che sia l’altro a fare il primo passo per non fare brutte figure.

Domandi ai vecchi che girano in banchina se gli orari del vaporetto sono gli stessi oppure hanno fatto un cambio il giorno prima, perché arrivavi tu. Non ti dai pace, avanti e indietro, un caffè al bar e un altro caffè, e poi ancora uno… Ma basta! …fermati, altrimenti ti viene un infarto, con tutti questi caffè sarai nervosissimo.

Finalmente riesci a metterti vicino alla biglietteria aspettando che apra. Conti tutti quelli che devono fare il biglietto e che sono venuti dopo da te. Non ti muovi dalla tua postazione. Forse la biglietteria dà un premio al primo arrivato o il biglietto te lo fa gratis? Niente di tutto questo. È la frenesia di salire su quella benedetta bagnarola (benevolmente vaporetto).

Finalmente arriva l’ora fatale ed ecco l’addetta alla biglietteria. Se la prende con calma e tu dentro di te le mandi mille accidenti: Vid’ si se mòve… Sii, attacc’ ’n’atu buttòn’… E vid’ si ’a fenesc’i’ parla’… Hai iniziato a snocciolare il rosario, finalmente arriva il tuo turno per il biglietto. La signorina ti fa la domanda magica: Residente? Non finisce neanche la frase che hai già dato la tua risposta: No, sono solo nato, a Ponza!

Allora deve pagare il biglietto intero!

Tu che sei stato lì cinque ore ad aspettare quel momento, pagheresti il biglietto anche il doppio pur di salire a bordo. Finalmente parcheggi le tue valigie nello sgabuzzino bagagli e vai su a occupare il posto. Cosa pensi che ci sia la folla e non trovi il posto? Ce n’è da vendere di posti! Nessuno ha deciso di partire e andare a Ponza proprio in quel giorno. Forse hanno trovato l’oro e la nave si riempie di cercatori… Sono tutti quei pensieri cretini che ti passano nella testa… Non bastano le sei ore di treno, più le cinque ore in banchina e le tre ore per arrivare a Ponza… Saresti già arrivato a New York, docciato e seduto ad un bar della Broadway a bere un aperitivo… No! …Hai ancora da aspettare qualche ora, per arrivarci. A Ponza.

Arriva la fatidica ora della partenza… Senti il via-vai dei marinai, le catene delle ancore che vengono su e vedi che la nave sfila e lascia il porto di Formia, con tua grande approvazione: Era ora… Finalmente!

Passata la punta di Gaeta, ti butti su qualche sedia un po’ dentro un po’ fuori, come un’anima in pena; se conosci qualcuno fai quattro chiacchiere, altrimenti zitto come un pesce ma con lo sguardo a guardare se s’intravede Zannone: per il momento non ancora. Ti siedi e cerchi di rilassarti. Chiudi gli occhi che non so perché si aprono ogni due minuti. Neanche gli occhi stanno fermi!

Poiché non riesci a chiudere gli occhi prendi il coraggio e vai fuori. Se è inverno resisti poco fuori; batti i denti e scappi al caldo. Se è estate ti metti con la testa fuori bordo ma ti ritrovi con due occhi  gonfi e una congiuntivite galoppante… Finalmente s’intravede Zannone, allora resti lì come un allocco sull’albero e con una certa ansia da arrivo, aspetti il passaggio vicino all’isola… Lo si sente subito , la nave non rolla e non beccheggia. Siamo subito dentro Gavi. Il profumo di Ponza, chi c’è nato, lo sente immediatamente… Quel miscuglio di calce, salsedine, ginestre, odori impregnanti che scorrono come il sangue nelle vene. Ormai sei vicino alla Ravia. Santa Maria si affaccia e ti emozioni. Ti riporta alla realtà il fischio della nave, e poi il rumore delle catene che scendono in mare. Ecco Giancos, Sant’Antonio e tu là sulla poppa come Colombo; la mano sulla fronte a guardare giù in banchina se qualcuno dei tuoi è lì che ti aspetta, sempre se hai avvisato che arrivavi… Io non lo faccio mai. Arrivo che nessuno sa niente – E cosa aspetti? Che viene la banda a prenderti?

Finalmente metti i piedi per terra e senti qualcosa come quando metti due dita nella presa di corrente. Incominci la tua ricarica, ti avvii verso casa, dove sono tranquilli e il tuo arrivo senza avviso mette sotto-sopra tutta la famiglia. Baci abbracci e lacrime sono il primo impatto; poi incominciano i ricordi e le domande, con risposte che tu non riesci a capire perché sono anni che manchi e la vita è andata avanti anche sull’isola.

Fai domande: Comme sta chill’… Comme stà chill’at’… Quando rispondono: Eeh..! …so’ muort’! – Tu pensi: Cosa è stato? Un’epidemia… che sono morti tutti? No! È soltanto che sei tu in ritardo. Se ci vai una volta ogni tre, quattro anni, ed ecco, queste son le risposte!

Passi il periodo che hai programmato sull’isola; ritrovi i tuoi amici e ti dici: Come sono invecchiati!

Perché il tempo per te si è fermato – Ma ti sei dato un’occhiata allo specchio? – I giorni passano la tua smania i’ partì’ si fa sentire.

Il tempo trascorre veloce, hai fatto tutti i giri di dovere, la tua visita al cimitero. Poi vai in chiesa da U’ Vicchiariell’ e stai lì in contemplazione e ti raccomandi a lui: San’ Silve’… Mo’ chi’ u’ssape quanne ce vedimm’ nata’ vota… Finisci la tua raccomandazione a Lui e ritorni stanco e mortificato a casa. Le giornate vanno senza tregua e negli ultimi giorni giri a vuoto. Ormai hai fatto tutto quello che dovevi fare.

Hai scattato fotografie, hai fotografato anche i roje che volano …e basta! Metti via tutto e prepari la valigia. Incomincia il rosario dei tuoi familiari: Port’ chest’… Tonno fatto in casa, i’ mulignane, i’ puparuòl’, tutti sott’olio. Sembra che dove vivi tu ci sia la fame. Ma non ti puoi opporre, metti tutto in borsa e stai zitto.

Ormai sei sfinito. Ti siedi in terrazzo, sei svuotato e il tuo sguardo vaga nel nulla. Incomincia la malinconia della partenza, ma in fondo sei contento di andare, perché non ti senti più parte integrante dell’isola. Senti sì di far parte, ma da lontano, con la tua nostalgia che riprende il giorno della partenza.

Ti alzi di nuovo alle quattro e ricominci di nuovo al contrario tutta la trafila che avevi fatto a venire giù. Chiedi che ti portino al porto e fai avanti e indietro, e ti dicono: …Ma che tien’ …a’rtetc?

Arriva l’ora di partire. Tu dalla nave che saluti, quelli a terra salutano anche loro e ti gridano di tornare presto, e tu pensi passeranno chissà quanti anni… Lasci Ponza che è ancora buio. Prendi posto nella consolazione e con il pensiero sei già a casa tua a ottocento chilometri di distanza.

Cosi si ricomincia con la smania’ i’ turna’ nella tua isola lontana… Ponza!

 

Lino Catello Pagano

 

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