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“Alfazeta” voci del dialetto ponziano

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Oggi pubblichiamo il libro di Ernesto Prudente “Alfazeta”, con sottotitolo “voci del dialetto ponziano” che rappresenta, allo stato attuale, l’unico riferimento completo per la traduzione dal dialetto all’ italiano.

Questo libro, che dal punto di vista dei contenuti e della ricerca storica ha sicuramente un valore inestimabile, sarà pubblicato interamente, (in 2 sezioni per motivi tecnici), in questo sito nella rubrica  “Vocabolario” , all’interno di “usi e costumi”,  permettendo così a chiunque di potersene avvalere  per fini culturali o per semplice curiosità; mentre invece in questa pagina  stiamo  pubblicando  solo l’introduzione dell’autore, di Ernesto Prudente appunto, che non finiremo mai di ringraziare, non solo per la concessione a pubblicare quest’opera, così come per tante altre,  ma soprattutto per il significato che questo libro rappresenta per la comunità isolana,  oggi più che mai, visto il dileguarsi dei ricordi e il disgregarsi  dei valori.

 

Introduzione del libro

“Alfazeta”

voci del dialetto ponziano

Di Ernesto Prudente

 

Nel luglio del 1993, dopo anni di ricerche, diedi alle stampe un glossario ponzese, “A Nzèrte”.  Fui spinto dalla paura che la parlata dei  nonni  stesse scomparendo sotto le cannonate dei mezzi di informazione e dell’istruzione di massa che hanno portato, giorno dopo giorno, alla formazione di  un linguaggio, sciapito e incolore, il più possibile uniforme, che ha distrutto la forma dialettale.

Il dialetto sta morendo, dicendo così mi voglio illudere, perché quasi certamente è morto già, sia a Ponza che negli altri paesi, ovunque.

Non c’è giovane che ardisca esprimersi in dialetto.

Ccà nun ce stà cchiù  nisciune ca te dice c’a pettule è na paròle dialettale  che significhe doje còse. Pe primme è chille piézze i cammise, chille i nanze o chille i rète è a stésse còse,  comme è a stésse cose si a cammise è d’a fémmene o dall’òmme, che , sfacciatamente, facenne  finte i niente, tante nisciune se fa russe cchiù pecché u scuorne  è state sfrattate da na sentènze i nu giùdece d’assalte,  che sporge a chille pòste,  proprje llà addo nun sa fosse fa vedé.

A pettule, cu tiémpe, s’à pigliate nu sacche i mode i dicere, assaje bèlle, comme:

“ sta sèmpe sotte a pettule d’a mamme” ( chiste è nu pruverbje c’à fennute i campà, pecché mò nisciune cchiù sta sotte i pettule d’a mamme) ; “à fatte  a società i pettulancule e cumpagne”; “ pare c’a pettule s’arròbbe a cammise”;  “a pettulélle i mammà”.  E nce ne stanne ancòre .

Ma a pettule int’a case d’a nonne significave pure n’ata còse: quella sottile sfoglia di pasta  abilmente preparata e distesa con il mattarello per ritagliarla, poi, una volta asciugata,  a listelli da condire, dopo averla bollita, con il sugo del ragù  o da completare il piatto di legumi.  Nelle lenticchie la nonna metteva le pettule e diceva che aveva cucinato paste e lummiccule.

Ho l’atroce dubbio che i cultori delle tradizioni locali, compresa quella linguistica,  siano sempre più rari. C’è rimasto qualche dilettante allo  sbaraglio che va facendo tesoro, accussì, pe sfìzìje, di  definire le caratteristiche  del luogo dove vive e della sua gente. La massa se ne strafotte. Quando poi nel giorno di San Silverio non vede il palo della cuccagna, non vede l’oro addosso al Santo, non vede, in quel giorno, gli uomini  in giacca e cravatta,  allora insorge e dice: Ccà stamme perdénne a féde. No!, nuje amme pèrze tutto. Della agricoltura e della pesca, le nostre attività economiche, nun è rimaste cchiù niénte.eppure u paése è crisciute cu i sorde i chille lavorature.  Nun ce stà nu giovene ca sape putà nu file i vite, nun ce sta nu   giovene ca pure jénne a pescà sape  fa na magle vicine a rézze stracciate,  sape nferì na  spaccature o sape fa nu marruffe.  I può  truvà  sule ncòppe u cammusante. Non l’abbiano a male quei miei cari amici, più o meno della mia età, che sono i simboli di un ricco passato, perché sono loro che mi notiziano in merito.

In altre parole la pronuncia dialettale rimane ma la riserva di vocaboli dialettali si va impoverendo giorno per giorno così che la parlata si è ridotta ad un italiano tradotto in dialetto che non può essere forma dialettale pura e sincera.

Della lingua dei nonni non c’è rimasto neanche lo strascico. E in questo anche la scuola ha dato il suo diretto destro. Da leggere o da studiare una poesia in dialetto contribuirebbe a non far progredire la malattia. E di poesie belle, nella nostra parlata, ce ne stanno a caterva. Sono poesie vere; esprimono sentimenti, emozioni, sensazioni e passioni con verità e bellezza che commuovono il cuore e l’immaginazione.

Debbo fare un esempio?  “ L’ammore /  l’ammore è comme fosse nu malanno / ca, all’intrasatte, schioppa dint’o core / senza noavvertimento, senza affanno, / e te po ffà murì denza dulore.  ( Totò )  Ma dove questi nostri figli e nipoti possono avere la possibilità di aprire un libro di Di Giacomo, Russo, Nicolardi, Bovio o di altri. Un libro di Franco De Luca che scrive e regala come una seminatrice a straccune (spaglio)  quando quì, in questa terra,  pur baciata dal Creatore, non esiste alcunché che possa avvicinare la gente alla cultura della propria terra, che non significa avere la  laurea o il diploma appeso dietro una scrivania. Anni fa, tanti, Mario Feola , il papà del geometra Salvatore, tornando da una ”campagna” di otto mesi nei mari dell’estremo oriente mi spiegò, con una semplicità da maestro, la vita di quei popoli  illustrandomi  tradizioni,  usi e  costumi. Fu una lezione da ateneo che ancora ricordo e conservo. Andiamo a Le Forna a parlare con Costantino Vitiello, novantottenne, per farci raccontare la sua vita, un lunghissima vita trascorsa sul mare  su un gozzo di sedici palmi tra gli anfratti della costa sarda.

A novembre del 2008 pubblicai il “Dizionario illustrato del dialetto parlato dai pescatori e dai marinai ponzesi”. Intesi fare un omaggio a , ne cito solo qualcuno, Gennaro Valiante e Antonio Cristo, due giovani che hanno preso la via del mare.

Continuo a scrivere queste cose  perché mi diverto e mi diletto e mi auguro che le stesse sensazioni le provino chi legge, Spesso qualche  amico che ha letto qualcosa mi ferma per avere maggiore informazione se non  per spiegarmi meglio una  certa cosa che lo ha colpito o, addirittura,  per suggerirmi termini nuovi.

Per fare progressi dovrebbe scendere in campo una istituzione che metta a disposizione un centro culturale che funzionerebbe anche da ritrovo. Quì la gente non sa come passare il tempo libero, specialmente durante la stagione invernale. I vecchi si rintanano presto perché manca la compagnia. Sono sempre gli stessi e sempre più pochi quelli che si vedono tutti i giorni. I giovani e i graduati sono all’aperto, soffia o non soffia il vento. Un gruppo si raduna in piazza discutendo solo su due argomenti a seconda della stagione, pesca e caccia. Oggi sono per ami, totanare  calamari, dentici e cernie; domani per cartucce, polvere, pallini, tordi e beccacce . Ci sono poi i lunghi  letarghi.  Altri gruppi sostano a  Sant’Antonio e qui le discussioni sono più variate e più variopinte. Alle otto, con la corriera che parte per le Forna, i gruppi si dividono e si sciolgono. La stessa situzione del centro  si vive a Le Forna.  Sul notturno meglio non mettere occhio. Ci si potrebbe anche disgustare.

Paese abbandonato che degrada giorno per giorno. Si aspetta l’estate non per migliorare culturalmente ma per fare soldi. Si pensa solo a quelli.

Non sono uno studioso del dialetto ponziano, non né ho le capacità, sono un amante di questa parlata, che è quella dei nostri antenati,  Sono un cultore del suo modo di definire perché è dolce, espressivo, poetico. Dipinge e scolpisce il soggetto dell’espressione

E’ ben noto che quando si scrive in dialetto si incontrano difficoltà infinite.

Io mi sono appoggiato il più vicino possibile a quanto ho sentito dalla viva voce cercando di portare sulla carta, come una nota musicale, il suono della parola più esatto e più fedele possibile. Mi sono servito  della pronuncia dei veri isolani, quelli, nella cui casa, si è sempre parlato nella forma dialettale. Giosuè Coppa, Giustino Mazzella, Livio Vitiello, Gaetano De Martino e tanti, tanti altri, che, sin dalla nascita, hanno “zucate” questo modo di parlare. La pronuncia di una parola dialettale è autentica  soltanto se esce dalla bocca di chi in quel luogo è nato ed è vissuto e sono vissuti i suoi genitori.E’ difficile, molto difficile tradurre in segni alfabetici certi suoni che solo la voce riesce ad esprimere  E quando sono nati  dubbi su un modo di dire ho preferito riportare la parola “incriminata” nei vari modi che la pronuncia suggeriva. Basterebbe guardare con attenzione alcune parole che iniziano con la  Nc o con la Ng. Troverai scritto “ncattevàte” e “ngattevate”;  “ncagliate” e “ngagliate”, dopo una lunga serie, con larga partecipazione, di esami fonetici.

Nel nostro dialetto il genere dei nomi, quasi sempre,  dipende dal cambiamento di una vocale all’interno della parola: ntussecuse, maschile, e ntussecose, femminile;  zuzzuse, maschile, e zuzzose, femminile; suorve, maschile, e sòrve, femminile, oppure dall’articolo: u sprùcete, a sprùcete; a gnore, u gnore.

Il plurale dipende quasi sempre dall’articolo: U zamprevite – i zamprevite, u scungille – i scungille, a sègge – i sègge, a nucchètte – i nucchètte.

Punti essenziali della parlata ponziana sono l’accento e l’apostrofo. L’accento può essere grave o acuto a seconda se la sillaba accentata, che è l’anima della parola,  deve  esprimere un suono largo e aperto o un suono chiuso e stretto.  L’apostropfo, che è molto usato nel nostro idioma, è adoperato, come nella lingua, quando una parola termina con una vocale, non accentata, e la seguente comincia con una vocale per evitare un cattivo suono che si avrebbe dal loro incontro. Piglia il posto della vocale con cui termina la parola.

Le particolarità fonetiche del  dialetto ponzese si possono, a mio parere, così esprimere:

1 )  Tutte le parole vengono accentate secondo la pronuncia in modo tale  che la sillaba venga pronunciata con maggiore intensità rispetto alle altre;

2 )  La vocale e non accentata è sempre muta sia che si trovi in finale di parola che all’interno della stessa;

3 )  L’accento grave sulle e ed o serve ad  indicare un suono largo e aperto;

4 )  L’accento acuto sulle vocali e ed o indica un suono stretto e chiuso;

5 )  Le parole che finiscono in gle  vanno pronunciate con la e  muta, dando alla sillaba gle il suono che essa ha nella parola coniglio;

6 )  Le parole che finiscono i chje vanno  pronunciate senza le vocali finali dando alla ch il suono che essa ha nelle parole macchia  o chiesa;

7 )  Le parole che finiscono in che vanno pronunciate dando alla ch lo stesso suono della parola barca;

8 )  L’uso dell’ j  al posto della vocale i ha lo scopo di dare alla stessa un suono più prolungato;

9 )  Tutte le voci verbali della prima e terza coniugazione sono accentate per indicare la sillaba tonica;

10 )  I nomi, nel passare dal maschile al femminile, cambiano una vocale all’interno della parola: nennélle – nennìlle, nfuse – nfose, peccerìlle – peccerèlle, ntussecuse –ntussecose;

11 )  In molti casi  il genere dei nomi si distingue dal tipo di articolo.

12 )  Spesso la vocale finale dell’aggettivo che precede un nome si trasforma da e  od o in una quasi u : belle-uaglione in bellu uaglione; male-tiémpe in malu tiémpe;

13 )  L’articolo o , nella nostra parlata  si converte in u: u dite, u mare, u lione, u  stipe, u munaciélle.

Sono questi i principali accorgimenti a cui mi sono attenuto nel portare a buon fine questo mio lavoro, dimenticando che a molte parole si antepone  una a: auciélle per uccello, aiére per ieri, arùte per ruta, alàcce per làcce.

Prima di chiudere, non posso  non esimermi dal dovere di ringraziare tutti quelli, e sono tanti,  che mi hanno dato una mano nel reperimento, nella scelta e nella trascrizione delle parole. Particolari  riconoscenza e gratitudine  vanno a Giosuè, amico dall’ infanzia, che spesso per aiutarmi è stato costretto a indossare, con sofferenza, i miei vestiti. Cu i cazune ca nciarrevàvene ncòppe i ginòcchje mi ha sempre sorriso.

Ernesto Prudente

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