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L’Autunno del ’43 (5)

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di Gino Usai

Silverio e Ninotto abitavano al Canalone e dopo aver festeggiato la mamma  andarono a salutare i vicini di casa, la famiglia Feola.

Silverio Feola (fratello di Maria, madre di Tina Scarpati) era un giovane pescatore che lavorava in Francia, dove venne sorpreso dallo scoppio della guerra. In seguito riuscì a fare ritorno a Ponza. In quei giorni di luglio doveva rinnovare il libretto di navigazione per imbarcare e aveva fretta di andare in capitaneria a Gaeta. Ninotto e Silverio gli raccontarono la disavventura appena vissuta e lo sconsigliarono vivamente di partire. Ma Silverio aveva premura e decise di partire l’indomani. La madre Rosina si disperò enormemente quando a Ponza giunse la notizia dell’affondamento del S. Lucia. I parenti e gli amici la consolavano dandole speranza: “Silverio è un buon nuotatore, si sarà certamente salvato” . Ma non gli servì saper nuotare.

Eleonora, la giovane fidanzata di Silverio Picicco, abitava a S. Maria in una palazzina nuova costruita da ponzesi emigrati in America, costata 15 mila lire. La famiglia di Eleonora aveva  l’usanza di cenare prima che facesse buio, per non accendere il lume e risparmiare il petrolio. Avevano già cenato quando giunsero inaspettatamente i Picicco. Dopo gli abbracci e i saluti Silverio raccontò le sue disavventure.

Qualche giorno dopo Silverio venne chiamato in capitaneria ove gli ingiunsero di e far rientro al corpo d’appartenenza. Infatti il Comandante del Presidio Militare aveva ordinato la partenza per tutti i militari bloccati sull’isola.

Così lo trattennero in caserma facendolo pernottare in camera di sicurezza. La madre Maria avvertì Eleonora che Silverio era stato trattenuto e che l’indomani sarebbe ripartito per il fronte.

Eleonora e la madre quella notte dormirono da Maria. La mattina presto i carabinieri accompagnarono Silverio a casa per permettergli di lavarsi, cambiarsi i vestiti e salutare i parenti. Era il 30 agosto e alle ore dieci del mattino, alla punta del molo, davanti al  Bar S. Lucia, ci fu l’imbarco. Venne messa a disposizione la bilancella di padron Rocco Madonna, denominata “Nuova Nunziata” di 16,31 tonnellate costruita nel 1938.

Silverio non voleva imbarcare su quel guscio di noce, non essendo quello un mezzo di pubblico trasporto. In realtà la barca fu requisita appositamente per far rientrare gli uomini al fronte.

Vi erano tra i militari un aviatore di Le Forna, otto fanti e una decina di marinai. Imbarcarono anche diversi civili, compresi donne e bambini. Tra loro vi era anche il fante Pasquale Tricoli, arruolato in esercito il 15 marzo del 1940. Era giunto a Ponza il 1° luglio per 30 giorni di licenza più due di viaggio. Doveva rientrare a Fiume, in Jugoslavia, per poi raggiungere la sua caserma a Ciavle, a sud di Lubiana.

Imbarcò anche il comandante del Presidio, il giovane Tenente Colonnello dei Carabinieri Meoli Camillo, che abitava sulla via Nuova, nella casa di Tatillo.

Appena lasciata la Ravia, Silverio Madonna, il figlio del capitano, cominciò a staccare i biglietti ai passeggeri. Picicco fece cenno a Pasquale di invitare  i commilitoni a non pagare le cinque lire del biglietto, perché, in quanto militari, avevano il foglio rosa che gli dava diritto alla gratuità del viaggio.

Così quando il ragazzo chiese i soldi del biglietto tutti si rifiutarono di pagare. E Pasquale aggiunse: “Se avevo cinque lire le lasciavo alla mia povera madre”.

Il comandante militare, visto l’accaduto, chiese bruscamente ai militari: “Perché non volete pagare il biglietto?”

Picicco prontamente rispose: ”Perché il governo ci ha già forniti di biglietto”.

“Questo è un mezzo privato e bisogna pagare il biglietto” ribatté il comandante.

“Chi vi ha detto di farci partire?” chiese duro Picicco.

Il comandante ingiunse: “A Gaeta nessun militare scenda a terra”.

Giunti nel porto di Gaeta, mentre la barca si accingeva alla manovra, Picicco si portò a prua, salì sul bompresso e con un agile salto guadagnò la banchina dileguandosi come un fulmine tra la gente. “Fermate quel marinaio!” urlò imbestialito il comandante, ma di Silverio non v’era più traccia. Pasqualino dentro di sé mormorò compiaciuto: “Grande figlio di puttana!”

Pasqualino doveva consegnare un cesto di fichi e di uva che il parroco Dies gli aveva affidato per i parenti di Gaeta, cosa che fece, trovandoli lì al molo ad aspettarlo. Giunse intanto sulla banchina il Comandante del Porto al quale il Tenente Colonnello Meoli consegnò i militari, informandolo che si erano comportati in maniera scorretta non avendo voluto pagare il biglietto per il tragitto. Il Comandante li portò in caserma per interrogarli. Chiese  a Tricoli: “Tu, perchè non hai pagato il biglietto?”

– “Non ho soldi” rispose.

– “Ti perquisiamo!” esclamò il Comandante del Porto.

Quando poi seppe che quei militari giunti da Ponza con mezzi di fortuna erano combattenti impegnati sui fronti di Jugoslavia e di Grecia li lasciò liberi di proseguire per la loro destinazione, ben sapendo che molti di loro difficilmente sarebbero tornati a casa.

Di Silverio intanto si persero le tracce. Si era nascosto tra i vicoli di Gaeta e nella stessa giornata riuscì a intrufolarsi su un bastimento carico di meloni diretto a Ponza, su cui era imbarcato il marinaio Costantino De Vito che lo fece nascondere tra i meloni.  Giunti a Ponza, Silverio si guardò bene da lasciare il suo nascondiglio nella stiva. Costantino per le strade del porto incontrò Ninotto, ancora in licenza, e lo informò che a bordo c’era Silverio nascosto tra i meloni, e che a notte fonda avrebbe fatto ritorno a casa. Quella stessa notte Silverio insieme a Ninotto e alla madre, si recò da Eleonora per chiedere il permesso di rifugiarsi da lei, non avendo più intenzione di far ritorno in caserma. La madre di Eleonora acconsentì con piacere: il marito era morto da poco e la casa era ancora nel lutto stretto, mentre i suoi tre figli Antonio, Vittorio e Benigno, erano sparsi sui fronti di guerra.

Così Maria e Ninotto se ne tornarono a casa e per Silverio cominciava la lunga e difficile latitanza.

Maria andava a trovarli spesso, senza destare sospetti. Portava la biancheria pulita e qualcosa da mangiare.

Giunse l’otto settembre. Quella sera, all’imbrunire, si sentirono esplodere dei colpi di mitraglia. Silverio chiese a Eleonora di affacciarsi per vedere cosa stava succedendo. Eleonora vide nel cielo dei proiettili traccianti che lasciavano una scia rossa provenienti dalla spiaggia di S. Maria, dove vi era un presidio militare (oggi cantiere Parisi) e dalla lontana postazione militare della caletta. La gente si affacciava e si sentivano le campane suonare a festa. In quel mentre apparve Giuseppe Mazzella di Emiliano. Eleonora gli chiese: “Ma che sta succedendo?” e il giovane rispose: “E’ finita la guerra, è finita la guerra!” Dopo poco sopraggiunse Maria che confermò la notizia. Silverio raggiante decise di fare ritorno a casa, ma appena giunti al Canalone sentirono i tedeschi mitragliare la processione che dalla chiesa si allungava al cimitero. Maria per la paura si nascose sotto il focolare, nella cenere, tra l’ilarità dei figli, perché la mamma aveva paura persino dei tuoni.

(Continua)

Gino Usai

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