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Flavia Domitilla (3) fine

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di Ernesto Prudente

A questo punto è doveroso da parte mia, fare un inciso: Ponza e Ventotene, le isole più grandi delle ponziane, nacquero sotto Ottaviano Augusto con ben altri scopi. Furono le prime isole turistiche della casa imperiale. Erano talmente famose da essere accorpate tra i beni privati dell’imperatore.

Nel prosieguo della storia, cambiarono – per volontà dei vari governanti, oppressori e tiranni, iniziando dallo stesso Ottaviano, che fece diventare Ventotene prigione della figlia Giulia – la loro destinazione d’uso e divennero luoghi di punizione e di tormento, trascinandosi dietro questa infame nomea fino al 1946.
Ponza, a mio parere, dovrebbe pretendere, dallo Stato, un risarcimento per i danni, morali e materiali, subiti in duemila anni di vita.
Ritornando alla nostra Flavia, un poco di attenzione bisogna rivolgerla a Nerèo ed Achillèo perché ebbero, come già è stato detto, grande importanza nella riconversione della giovane principessa. Ne furono gli artefici. Essi erano sempre intorno a lei, l’accompagnavano ovunque, anche a scuola, ed erano, con altri, i suoi compagni di gioco. Era anche questa una usanza delle famiglie nobili romane. I due servitori sono figure significative e basilari nella vita di Flavia Domitilla.
La storia ci dice che Nerèo ed Achillèo, che poi salirono agli onori dell’altare, erano stati comprati per essere addetti al servizio della nobile romana. Essi seguirono Flavia Domitilla ovunque, anche in esilio, a Ponza, durante la sua relegazione, per aver confessata di essere cristiana. Il soggiorno a Ponza fu un periodo lungo, aspro e duro.
Gli “ATTI DEL MARTIRIO DI NEREO E ACHILLEO” riportano che costoro vennero giudicati e giustiziati durante l’impero di Traiano. Sempre gli ATTI ci dicono che i due servitori di Domitilla, per la fermezza nel non rinnegare e tradire il loro credo, ebbero la testa troncata a Terracina e i loro corpi, sarebbero stati poi trasportati, di nascosto, in un sepolcro sotterraneo sito nella proprietà di Flavia Domitilla, sulla via Ardeatina, a circa mezzo miglia da Roma, nei pressi della cripta di Petronilla. In seguito, sempre con le indicazioni fornite dagli ATTI, si è potuto stabilire il luogo della sepoltura di Nerèo, di Achillèo e di Petronilla. Manca la tomba di Flavia Domitilla perché essa, essendo ancora viva, risiedeva ancora nella prigione di Ponza.
Flavia Domitilla, come sappiamo, pur essendo cristiana, si era fidanzata con Aureliano, figlio di un console romano. Ella era contenta di questa unione tanto che, lavorando dall’alba al tramonto, si era finanche preparato il corredo. Un corredo favoloso come si addiceva ad una figura della casa imperiale. Come sempre le erano accanto, oltre le amiche figlie di patrizi, Nerèo ed Achillèo, guadagnati alla causa di Cristo nientepopodimeno che da San Pietro. Questi due erano le guardie del corpo della giovane principessa, i due ‘gorilla’ che non la lasciavano mai sola, per cui erano testimoni diretti dei preparativi per le nozze che diedero loro l’occasione, il movente, di aprire bocca, per parlare del cristianesimo e della verginità, instillandole goccia a goccia i precetti cristiani, convincendola ad abbracciare la fede di Cristo. Un argomento su cui tornavano spesso per evitare ripensamenti. Aureliano, visto che non riusciva a rientrare nelle grazie di Flavia Domitilla, si inviperì come un cobra.
Mise in opera qualsiasi tipo di angheria, di maltrattamento, di sopraffazione, di tormento, di tortura, perché vacillasse dalla posizione assunta. Ella non vacillò, né si impressionò delle pene previste. Scaricata a Ponza entrano in gioco altri personaggi: Eutiche, Vittorino e Maro, i quali vennero subito messi a conoscenza di quello che Neréo ed Achillèo avevano insegnato alla loro padrona, l’illustrissima Flavia Domitilla, cioè l’eccellenza della verginità e che, a seguito di ciò, Aureliano, suo fidanzato rifiutato e respinto, era stato l’autore del suo confinamento a Ponza.
Aureliano venne anch’egli a Ponza con la speranza di far barcollare il cuore della nobile fanciulla cercando, contemporaneamente, di aver l’aiuto di Nerèo e Achillèo con l’offerta di costosi doni.
Tutte le sue proposte vennero rigettate. Aureliano, che aveva avuto poteri speciali da Vespasiano, li condannò ad una brutale e inumana flagellazione e i due, Nerèo e Achillèo, con i corpi sanguinanti, continuavano ad affermare pubblicamente, senza aver paura, che essendo stati battezzati da san Pietro nulla poteva dissuaderli a rinnegare la loro confessione cristiana.
Aureliano ordinò che venissero trasferiti a Terracina dove vennero consegnati nelle mani del console Memmio Rufo che, dopo gli interrogatori e le operazioni di rito, scambiandoli per agnelli, li fece sgozzare.
Auspicio si prese cura dei loro corpi e li seppellì nella catacomba romana della casa di campagna della nobile fanciulla, sulla via Ardeatina a pochi metri dalla tomba di Petronilla, la figlia dell’apostolo Pietro.
Il console Marcello, nuovo nella carica, fu costretto dagli eventi negativi a inviare a Ponza un suo parente perché venisse relazionato privatamente su quanto avveniva sull’isola circa il comportamento di Flavia Domitilla perché Aureliano era sempre in attesa di un suo consenso. Le notizie che arrivarono all’orecchio di Marcello erano che Eutiche, Vittorino e Maro godevano della fiducia, della stima e dell’affetto di Flavia Domitilla, ancora di più di quanto ne avevano goduti Neréo e Achillèo. Di fronte a questi fatti, Marcello fu costretto, essendo morto Vespasiano, a rivolgersi all’imperatore Nerva, per chiedergli di mettere sotto la sua custodia Eutiche, Vittorino e Maro che resistevano con determinazione e fermezza alle lusinghe di Aureliano e con baldanza quando queste diventavano minacce.
Marcello li fece prelevare dall’isola, anche per impaurire e tenere sotto pressione Flavia Domitilla, e li inviò a lavorare come schiavi, nelle sue terre, in tre luoghi diversi: Eutiche a sedici miglia da Roma, sulla via Nomentana; Vittorino a sessanta miglia e Maro a centotrenta miglia, ambedue sulla via Salaria.  Costoro, durante tutto il giorno dovevano scavare la terra e soltanto la sera ricevevano un misero pasto. A loro pensò il Dio Onnipotente donandogli la sua grazia con la quale potevano fare miracoli: Eutiche liberò dal demonio la figlia di un conduttore di schiavi; Vittorino, con le sue preghiere, guarì un intendente che colpito da una paralisi fu costretto a letto per tre anni. Maro, da parte sua, debellò la idropisia che aveva colpito il governatore della città di Sentempeda, che lo aveva costretto a letto per ben due anni.
Non furono soltanto le guarigioni miracolose a diffondere la lieta novella. Essi parlavano al popolo e insegnavano la dottrina di Cristo. I fedeli si moltiplicavano di giorno in giorno e molti di essi divennero apostoli di questa religione. Di fronte a questi fatti, di fronte a queste pubbliche manifestazioni, la collera, la rabbia, la furia e l’indignazione di Aureliano raggiunsero il culmine. Assoldò dei carnefici e li mandò nei luoghi dove vivevano Eutiche, Vittorino e Maro con l’ordine di ucciderli in un modo diverso l’uno dall’altro.
Era talmente imbestialito Aureliano che diede ordine che i cadaveri dei tre cristiani non fossero seppelliti ma venissero divorati da belve affamate. I cristiani di Amiterno provvidero invece a dare loro la dovuta sepoltura.
Aureliano, dopo aver privato Domitilla di questi sui particolari servitori, essendo stati questi la sua unica consolazione ed il suo unico appoggio, disse a Sulpizio e a Servilano, giovani romani di nascita illustre: “Io so che voi siete fidanzati a vergini di grande saggezza, Eufrosina e Teodora, tutte e due sorelle di latte di Flavia Domitilla. Il mio desiderio sarebbe quello di trasferire Domitilla dalla sua isola in Campania e che le vostre due fidanzate andassero a trovarla e usassero la loro influenza per persuaderla a restituirmi il suo affetto”.
Eufrosina e Teodora partirono per Terracina dove Domitilla era stata provvisoriamente trasferita. L’incontro fu più che festoso ma, giunta l’ora del pranzo, Domitilla si dedicò, come era solito fare, alla preghiera e al digiuno. Le altre due le dissero: “ Noi che siamo fidanzate non possiamo onorare il tuo Dio”? E Domitilla: “Voi avete per fidanzati due personaggi illustri; che fareste se degli uomini grossolani volessero allontanarvi dal loro amore per sposarvi?” E loro, insieme: “Dio ci preservi da una tale disgrazia”.
“Così anch’io libero la mia anima, riprese Flavia Domitilla, poiché io ho un nobile fidanzato, il figlio di Dio che è sceso dal cielo. Egli ha promesso a tutte quelle che amano la verginità e che la conservano per il suo amore, di essere il loro sposo e di donare loro la vita eterna. Egli, il figlio di Dio fece già queste promesse ma nessuno gli ha creduto. Ma quando videro che la vista venne restituita ai ciechi e la salute agli ammalati, quando videro guarire i lebbrosi e resuscitare i morti, mostrandosi come il vero e unico Dio, allora tutti credettero in lui.”
Teodora, a queste parole, rispose: “ Tu sai, perché lo conosci, che io ho un fratello, Erode, che un anno fa ha perduto la vista, se ciò che tu dici è vero, in nome del tuo Dio, guariscilo”. Ed Eufrosina, a sua volta, rivolgendosi a Teodora, le disse: “Tuo fratello è a Roma mentre io ho qui, con me, la figlioletta della mia nutrice che è muta per una grave malattia. Ha conservato l’udito ma ha perduto completamente la parola”.
Queste parole spinsero Flavia Domitilla a prostrarsi con la faccia per terra per pregare. Pregò a lungo mentre le lacrime le scendevano sul viso. Si alzò, stese le mani verso il cielo e implorò: “O Signore Gesù Cristo, dammi la tua forza e fa che io sia la testimone della tua fede, della tua fede veritiera”.
Ella, Flavia Domitilla, dopo questa preghiera fece il segno della croce sulla bocca della bambina, dicendo: “In nome di Gesù Cristo, mio Signore, parla”. E la fanciulla, gettando un grido, disse: “E’ il vero Dio il tuo Signore, o Flavia Domitilla, e quello che hai detto è veritiero”. Alle parole della fanciulla, Eufrosina e Teodora si gettarono ai piedi di Domitilla facendo professione della loro fede nei misteri di Cristo e vennero sacralizzate.
Intanto, nei giorni a seguire, fu condotto Erode, il fratello cieco di Teodora, i cui occhi si aprirono alle preghiere di Flavia Domitilla. Ma non furono solo questi a divenire cristiani. I parenti dei miracolati furono i primi ad immolarsi e vennero seguiti da uomini e donne, liberi e schiavi, che erano accorsi in gran numero per assistere agli eventi e che di fronte all’evidenza dei miracoli vollero e furono battezzati.
La casa dove Domitilla aveva preso alloggio divenne un chiesa. Sul luogo arrivò anche Aureliano accompagnato dalle fidanzate di Sulspizio e Serviliano e da tre musicisti con la speranza di celebrare, con solennità, nello stesso giorno, il matrimonio delle tre vergini. L’intento di Aureliano venne ostacolato da Sulpizio e Serviolano, i fidanzati di Eufrosina e Teodora, che erano stati spettatori di quanto precedentemente avvenuto. Essi avevano assistito finanche al miracolo di Erode che aveva ripreso a vedere.
I loro occhi si erano aperti ad una luce nuova ed abbracciarono anch’essi la fede cristiana. Le preghiere e le esortazione di Aureliano non valsero a nulla. Essi rimasero immobili nel loro pensiero. Registrarono questa nuova fase della loro vita e cercarono, in ogni modo, di convincere Aureliano a rinunciare al suo passato.
“Guarda il cieco che vede. Guarda la bambina che parla. Sono la dimostrazione lampante della potenza di questo Dio che si muove e agisce solo per pietà. Questo è il vero Dio”.
Aureliano, insensibile alle implorazioni degli amici, volle agire di testa sua: fece rinchiudere Domitilla in una stanza sperando di trionfare su di essa con il sopruso e la violenza. Alla fine del lussuoso pranzo diede ordine ai musicisti di attaccare la musica e lui, tutto gioioso, aprì le danze, secondo l’uso del giorno delle nozze. Ma appena ebbe cominciato, una violenta agitazione attraversò il suo corpo, dalla testa ai piedi, facendolo stramazzare e a nulla valsero gli interventi e i medicamenti. Morì dopo due giorni di atroci sofferenze.
Un simile castigo, avvenuto pubblicamente, spinse centinaia e centinaia di persone ad abbracciare la fede di Cristo. Ma la persecuzione continuò. Il fratello di Aureliano, Lussurio, per indennizzare la morte del fratello chiese l’intervento dell’imperatore Traiano che gli concesse i pieni poteri su questi nuovi proseliti per i quali designò due vie d’uscita: o si sacrificavano ritornando alla religione che avevano abiurato oppure, se avessero rifiutato, farli morire con feroci supplizi. Il tutto a sua libera scelta. I primi due a cedere sotto la scure dell’infedele furono Sulpizio e Serviliano, i fidanzati di Eufosina e Teodora. Essi vennero chiamati dal Prefetto Aniano che, appresa la loro professione di fede, fece di tutto per costringerli ad abbandonare, a ritrattare, a rinunciare, a sconfessare questo nuovo rito religioso e rientrare nel vecchio cortile. All’inutilità del suo intervento fece seguito la condanna, con immediata esecuzione: il taglio della testa.
In seguito, Lussurio, assolto questo compito, andò a far visita, nella loro casa, alle tre vergini, Domitilla, Eufrosina e Teodora. Sapeva, e lo sapeva bene, che quello era un negozio dove a lui era proibito fare la spesa. Si accertò che fossero in casa, chiuse la stanza e diede fuoco alla casa. Le fiamme divamparono per due giorni rendendo cenere ogni cosa. Quando le fiamme non ebbero più niente da ardere si presentò un vecchio, di nome Cesario, che trovò i tre corpi delle vergini totalmente intatti. Le fiamme li avevano rispettati. Cesario raccolse i corpi, li chiuse in un sarcofago, che sotterrò in una fossa profonda.

[Flavia Domitilla  (3) – Fine]

Ernesto Prudente

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