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La storia della pesca subacquea a Ponza (2)

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Per la prima parte di questa trattazione (a cura di Nino Baglio), clicca qui

Tentativo di ricostruzione della storia della pesca subacquea a Ponza dagli anni ’60 ai giorni nostri

di Domenico Musco

Tra i vecchi banchi della scuola elementare noi bambini quasi inseparabili della Dragonara, rione più vicino all’agricoltura che al mare, tra le bacchettate del maestro Tagliamonte e pizzichi ‘a torcere’ della maestra Bettina, che facevano di tutto per insegnarci qualche rudimento di cultura, noi con la testa non vedevamo l’ora che suonasse la campanella per andare a vedere se le nostre trappole avevano catturato gli uccelletti.

La corsa veloce verso casa con i fiocchi blu del grembiule al vento, faceva capire,  a chi ci vedeva correre in discesa, quale fosse la nostra voglia di studiare. Il maestro Ernesto ha sempre sostenuto che osservando l’uscita dalla scuola di una scolaresca si comprende l’interesse di ciascuno verso lo studio.

Catturare gli uccelletti, rubare la frutta ai contadini, acchiappare le lucertole, prendere le rane negli stagni era la vita di noi ragazzi di strada, all’epoca terreno di tutti i più grandi divertimenti. Il confine di questo enorme parco giochi era, allora come adesso,  il mare.

Quest’ultimo è entrato nelle nostre teste come un fiume in piena man mano che passavano gli anni e noi prendevamo confidenza con l’acqua facendo i primi bagni a Sant’Antonio dove  il fondale era basso ed era quindi accessibile anche a chi non sapeva nuotare.

Poi con più coraggio si è passati alla Caletta per arrivare a Giancos e infine a Chiaia di Luna, la spiaggia più impegnativa a causa del mare fondo e delle onde che spesso la battono.

A Chiaia, una delle prove per vedere le capacità di apnea di noi ragazzi era quella di andare dalla spiaggia alla ‘Chiana’, scoglio piatto affiorante a circa 10 mt dal bagnasciuga. Arrivavamo massimo alla ‘Chianuzzella’ scoglio sommerso tra la Chiana e la riva, a circa 5 metri. Queste erano le prime gare di apnea .

A vedere i ‘grandi’ di allora, Nino Baglio, Panzatuost’, Salvatore e Cesare, Vanni, e quelli ancora più grandi, Gavino, Zecca, Mimì e poi i bombolari, Fabrizio Bruzzesi e altri ancora, ‘turisti’ che venivano a pescare a Ponza – carnieri ricchi di pesci, cernie che si portavano con un palo poiché ce ne stavano 4/5 in verticale – venne anche a noi la voglia di pescare e di essere protagonisti a nostra volta del mare. Soldi per comperare l’attrezzatura neanche a parlarne, quindi dovevamo inventarci praticamente tutto. La prima pesca che facemmo allora e che tuttora si continua a fare è la pesca delle patelle. Occorreva ben poco, un coltello e camminare sugli scogli, staccando questi ‘monovalvi’ appiccicati agli scogli con una ventosa. Insieme alle patelle pigliavamo scuncìll’, tofette, rufoli, vurmicul’, detti anche spaghetti di mare. Da qui è nato quel famoso detto marino, con cui si apostrofano i pescatori per chiedere cosa abbiano pescato: ’A pesca ’i Carnazz’, rùful’, patelle e cape ’i cazz’.

Con le prima maschere a boccaglio incorporato abbiamo iniziato a fare la prime battute di pesca subacquea ‘professionale’. Ovviamente le pinne non le avevamo.  Si pescava c’u’ lanzatùr’ un’asta di legno con all’estremità un tridente, come quello di Nettuno. Con questo arnese si catturavano i polpi.

La professionalità si manifestava con l’arma, che per forza doveva essere il fucile, ma che per noi rimaneva un sogno. Allora ci siamo inventati l’arco con le frecce. Quest’ultimo si faceva con le stecche dell’ombrello di ferro, 4 o 5 arrotolate con un filo di nylon. Si fletteva il tutto e si metteva una cordicella di traverso a formare un arco. Un’altra stecca di ombrello, ben dritta, la usavamo come freccia, con l’estremità appuntita che fungeva da arpione. Si tirava ai pesci sempre in posizione orizzontale perché se avessimo fatto la ‘sommozzata’, l’acqua sarebbe entrata nella maschera (erano ancora quelle ‘a tutto viso’).

I pesci colpiti erano tutti di piccola taglia in quanto, appena si scoccava la freccia, occorreva afferrare la preda e non tirarla a sé, perché in quel modo, la freccia come era entrata così usciva, non avendo l’aletta come le aste moderne.

Catturavamo in questo modo pintirré (donzelle – Ndr), triglie, cefali, marmore, sogliole, scorfani, bavose, mazzoni, polpi, sbaraglioni, ec…

Ovviamente anche il porta-pesci era un’opera di ‘grande ingegno’: si prendeva un filo di nylon, si legava ad una estremità un tappo di sughero di bottiglia e dall’altro un chiodo. S’inserivano i pesci nel filo e lo stesso si indossava intorno alla vita come una cinta.

Le zone di pesca che io, Enzo, Samuele e Ludovico battevamo, erano dapprima Sant’Antonio, lo scoglio ’i fore (pochi scogli vicino a Gennarino a Mare) poi ‘la Caletta’, massimo fino allo scoglio d’u’ giovane, posto appena all’esterno della diga foranea che allora proteggeva il porto). A Chiaia di Luna – il luogo più pescoso ma più difficile – si arrivava  fino alla schien’i ciuccie, scoglio a forma di dorso di somaro, situato a sinistra della spiaggia.

L’altro tipo di pesca, come già accennato, era quella alle patelle. Per esse, con l’avvento della maschera di cui abbiamo già parlato (a tutto viso e a boccaglio incorporato con il sugheretto che chiudeva il tubo di respirazione) e rigorosamente senza pinne, si andava a nuoto da Chiaia di Luna fino al Fieno.

Per fare le patelle ci inventammo un contenitore chiamato ’a sacchetèlla. Fatta di tessuto jeans, il più resistente, si legava dietro alla schiena con due lacci. Man mano che nuotavamo verso il Fieno il sacco si riempiva e allora lasciavamo sugli scogli parte del pescato per riprenderlo al ritorno. Il percorso era: prima tappa alla Mandria; seconda tappa i’ Ccantine d’u’ Ffién’; terza tappa ’a pont’u’Ffién’.

Il tragitto era per noi lunghissimo e il freddo che sentivamo nell’acqua era talmente intenso che ci abbracciavamo gli scogli neri per prendere un po’ di calore. Le labbra erano costantemente viola e le dita bianche e graffiate dalla pesca alle patelle.

Le patelle sono talmente apprezzate da noi Ponzesi che le abbiamo fatte anche volare in aereo per portarle ancora vive ai nostri amici emigrati in terra americana. Fanno subito pensare al mare: sono esca per le coffe e per chi ‘va a perchie’; sono cibo per i sub, al primo posto per un pescatore, alimento fondamentale ancora oggi persino in un noto show televisivo… Sempre e comunque le patelle danno soddisfazione.

Di patelle ce ne sono tanti tipi: quelle appiccicate ai sassi dove c’è sabbia non sono buone per l’alimentazione, ma si usano come esca. Quelle di roccia – in mare aperto le migliori sono quelle delle ‘Formiche’ (scogli affioranti al largo della Parata), tra cui le migliori sono le montagnole, che hanno l’erbetta sul guscio e un colorito giallognolo.

Gli anni passavano e anche noi cominciammo ad avere il primo fucile a molla e le prima pinne Cressi .

I fucili erano: Mini Cressi, Saetta B e il mitico Cernia Professional a due molle, tutti composti da un tubo di alluminio ed una impugnatura centrale, con all’interno una molla di acciaio. Quando si sparava il rumore si sentiva fino a Palmarola se si stava a pescare a Zannone: i pesci, nel raggio di almeno 50 mt, sparivano tutti a causa del boato prodotto dallo sparo. Per attutire questo rumore metallico si metteva sulla molla grasso e olio vecchio preso nella centrale elettrica (fornitrice ai tempi di ogni materiale a titolo gratuito).

Le pinne erano ovviamente le Cressi Rondine, color celestino.

Dopo questa fase arcaica della pesca sub si è passati ad una fase più  moderna con maschere con volumi interni sempre più piccoli, boccagli ergonomici, fucili ad aria compressa e impugnatura spostata nella parte posteriore, pinne più lunghe  e più agili. In contemporanea si è passati anche alla pesca con le bombole, il cui uso allora non era vietato.

La novità in questa seconda fase è stata l’utilizzo della lampada sub. Con essa si è veramente aperto un nuovo capitolo della pesca sub: si andava nelle tane dei pesci e alla luce della lampada si vedeva di tutto. Sembrava un film in technicolor.

Con la pesca sub ad aria compressa (le famose bombole) il film non solo era in technicolor  ma sembrava pure in cinemascope, tale era il fascino di esplorare quel mondo senza la necessità di riemergere  per prendere fiato.

Sott’acqua era uno spettacolo vedere la vita sottomarina ricca di pesce e la vegetazione marina a far da sfondo. La pesca con le bombole è stata in seguito vietata per un accordo tra il Ministero della pesca e i pescatori professionisti con le reti, che allora usavano reti a maglie molto strette e catturavano anche i pesciolini. Essi trattarono con il Ministero per allargare le maglie delle loro reti a condizione che venisse vietata la pesca con le bombole da parte dei sub.

E siamo così tornati all’apnea: a metà degli anni ’80 l’inquinamento acustico provocato dalle tante barche che solcano i mari di Ponza, fa sì che il pesce si allontani sempre più dalla costa, e si trovi a profondità sempre maggiori.

Per pescare un pesce oggi occorre, oltre alla barca,  un ecoscandaglio, un localizzatore GPS gps, e altre attrezzature  costose. Le pinne sono fatte in fibra di carbonio e hanno la dx e la sx; le mute sono super-mimetiche e si usano tecniche di pesca completamente nuove.

Dalla vecchia ‘tecnica dell’agguato’ (in cui si aggrediva il pesce dall’alto) si è passati all’‘aspetto’ (in cui si fa la posta al pesce su uno scoglio a meno 10/15 mt, puntando il fucile nel blu e aspettando che qualche pesce curioso si avvicini ad osservare).

‘La caduta a foglia morta’ è un’altra tecnica che consiste nel’andare sul fondo senza fare nessun movimento, proprio come fa una foglia quando cade dall’albero. In questo modo non si disturba il pesce e lo si può colpire quando giunge a tiro.

Se qualcuno pensa che con le bombole si distrugga il mare, facendo gran pescate, io personalmente, che ho provato tutti e due i tipi di pesca, posso affermare di avere qualche dubbio, in quanto con le bombole si scende a 40/50 mt con un tempo medio di permanenza di circa 15/20 minuti e in quel breve periodo non si riesce a pescare molto. Aggiungo anche che il pesce non si vede più e bisogna cercarlo in tana con la lampada buco per buco.

Invece l’apnea, essendo molto più silenziosa, permette di sparare a tutto quello che si incontra: avendo più tempo a disposizione si catturano più pesci e di svariate qualità. Con le bombole, in definitiva, si pesca molto meno.

L’ultima novità che riguarda la pesca sportiva è stata l’introduzione di un tesserino da pescatore che si ottiene registrandosi sul sito del Ministero delle politiche agricole o in Capitaneria di Porto. Viene rilasciato a titolo gratuito ed ha validità triennale. Va esibito in caso di controlli e spero vivamente che resti gratuito e non divenga un altro balzello sulle spalle dei pescatori!

Domenico Musco

 

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